Viaggi cosmici fra virtuale e reale. Nel CUBO, in dialogo con Stefano Non

CUBO è il Museo d’impresa del Gruppo Unipol; fino all’11 maggio ospita a Bologna – nelle due sedi di Torre Unipol e Porta Europa – Tempi nuovi, progetto site specific di Stefano Non a cura di Claudio Musso. La narrazione si muove fra Menopermenougualepiù (Costruire sull’assenza del referente) e Giraffa con giraffine cosmiche al Museo terrestre, tappe organiche di un discorso unitario e collettivo che attraverso diciassette opere, tra installazioni e video, tocca alcune delle tematiche chiave della nostra contemporaneità proponendo una visione spietata e onirica, che ben rappresenta la ricerca estetica di Non. Dall’utilizzo delle più avanzate tecnologie digitali, declinate nella ormai storica grafica modulare di Minecraft, fino a un dialogo futuribile tra museo e musealizzazione postumana, l’universo esperienziale proposto dall’artista bergamasco attiva lo spettatore oscillando fra aspetti ludici e drammatici, fotografando un presente dove la realtà può essere tradotta solo attraverso una pluralità di linguaggi interspecifici.

In occasione della mostra abbiamo dialogato con l’artista per meglio conoscere il progetto e la sua ricerca.

Tempi nuovi è un grande kolossal in due atti: come nasce il progetto e quali tematiche hai voluto indagare?

Gli atti che tu correttamente descrivi sono le due facce della vita umana: su una lato la commedia e sull’altro la tragedia. Charlie Chaplin era solito pronunciare una verità meravigliosamente poetica: la vita, qualsiasi vita, vista in primo piano è una tragedia, e vista in campo largo è una commedia. Aggiungo io: dipende soltanto da che punto di vista e quale scala si adotta per guardarla come fenomeno.
Menopermenougualepiù è la maschera leggera, Giraffa con Giraffine è la maschera scura. Entrambi i lavori contengono però, come le antiche simboliche orientali e magiche, presenze dei loro contrari, già solo il titolo di Giraffe fa sorridere, poi entri e la situazione è molto diversa. Questo mi fa pensare al teatro popolare, al mitico Goldoni. E ti dico: nella mia indole, nel mio temperamento, c’è molto di questo.
La parola-concetto ‘indagare’ non mi appartiene perché richiama funzioni sociali burocratiche, opprimenti e autoritarie, con cui non voglio avere nulla a che fare. Io divoro, fagocito concetti e situazioni e le digerisco nel mio bolo. Immaginati tutte le maschere sedute al pranzo di carnevale del sapere. Ecco questa è una buona immagine per definire il mio lavoro. Io credo sia un pranzo con molte portate e traboccante di spirito dionisiaco. Da ultimo, sappiamo che la locanda ha un nome caratteristico: Impermanenza.

Come le opere dialogano con lo spazio espositivo e come è nata la collaborazione con CUBO?

Le opere si fondono con lo spazio, in una nuova lega con caratteristiche plastiche inedite, figlie delle due componenti. Anche qui in modi diversi. Sono stato chiamato a realizzare due site-specific e ho lavorato in modo diverso secondo l’identità dei due spazi. La Torre è invasa di segni colorati e cangianti, con le vernici da car tuning camaleonte e candy che diverranno il mio marchio di fabbrica nel prossimo futuro perché hanno delle qualità magnetiche pazzesche. Gli si gira intorno come corpi che entrano in un campo di forze invisibile ma estremamente potente. È l’apoteosi della mia poetica. È poi successa una cosa bellissima e inaspettata: dalle vetrate, al tramonto, in un edificio così alto passa una luce tagliente, più gravida di conseguenze di quella al piano stradale. Le forme plastiche si accendono di ulteriori, nuove frequenze di colore. È spiazzante. Come se fosse una zampata della Natura a ricordarmi che lei ci eccede, sempre. Meraviglioso. È lo stesso messaggio che Roy Betty consegnava a Deckard: “[…]i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser[…]”. È proprio vero che i Classici non esauriscono mai la loro capacità di rinnovarsi.
Per Porta Europa, invece, l’approccio è stato quasi opposto: delicato, leggero ed etereo. Luce naturale proveniente dalle vetrate modulata e abbassata per equilibrarsi con le capacità di riflessione delle giraffe plastiche, in modo da rendere protagonista la luce generata dal video. Davvero una cosa diversa, in cui ombre e riflessi di luce neutra giocano un ruolo molto importante.
La collaborazione con CUBO è nata dal sodalizio immediato e avvincente con Claudio Musso, curatore dell’intera operazione ‘Tempi Nuovi’ e nell’instradamento di Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo, che ha apprezzato il lavoro e ci ha indirizzato verso di loro. Qui abbiamo incontrato Angela Memola e il suo team, persone dinamiche con una spiccata sensibilità, hanno capito subito quanto veramente credessimo nel progetto. Mi sento però di dover spendere una parola in più per Angela: un esempio di coraggio, disponibilità e chiarezza. Le vanno riconosciuti i più ampi meriti per i risultati che “Tempi Nuovi” ha già conseguito.

DADA 3000 I.E. si pone come fulcro dell’esperienza estetica nella Torre Unipol: puoi raccontarci come hai realizzato questa opera video?

Dada è un video 3D di circa 12′, diviso su due monitor, con una cesura registica sul primo video che lo collega al secondo. L’estetica appartiene alla categoria del ready made potenziato, sono ambientazioni sullo stile Minecraft, Sim City, videogiochi con grafica sintetizzata su unità cubiche giustapposte. Il “potenziato” deriva dall’aggiunta di tonalità metalliche e riflettenti dei materiali. Nello stile c’è continuità con un mio lavoro precedente, Le Custodi dell’Infinito, in cui portavo per la prima volta un’estetica del genere nelle mie opere. Qui ho spinto molto in avanti la riflessione sull’idea di limite, di confine. Di come superarlo in modo avvincente ed efficace. Rimescolare le carte, per tornare a una metafora da locanda. Il formato dei video è 4:3, quello della vecchia TV catodica, i movimenti di camera sono presi dal cinema di Fellini, la sceneggiatura dal fumetto e se si ascolta l’audio sembra un videoclip. Il finale pone un dubbio: non si capisce se è un sogno o un video web. È tutto fatto così: un delirio logico. Bruce Nauman che spara a John F. Kennedy e poi a Chris Burden: come direbbe il Grande Lebowsky, “Un mucchio di input e di output[…]”.

Attraverso Giraffa con giraffine cosmiche al Museo terrestre sviluppi una relazione inattesa tra differenti linguaggi e media. Quale idea di museo e sostenibilità ambientale proponi attraverso questo dialogo?

Da Giraffa con Giraffine esce un’idea controversa di Museo, è maturata dalle chiacchiere con me mentre facevo l’autista di ‘Scuolabus della Materia’ per portarle dal Multiverso delle Idee, casa loro, fin sulla Terra. Tu eri lì e le hai conosciute: Mamma Giraffa sta con la piccolina-piccolina tutta attenta a imparare dal video come la nostra limitatissima specie guardava e trattava le giraffe biologiche coeve. Mentre le due giraffine più grandicelle puntano fuori dallo spazio museale, non gli frega nulla di stare al Museo, vogliono giocare e vivere. Questa è una allegoria di quello che deve essere il Museo per un artista: ci devi andare, lo devi conoscere ma non devi fare quello che c’è già dentro. Fare nuova arte è lasciare l’Arte, tutto qui: non si può lasciare qualcuno a cui non si è appartenuti in qualche modo. Se mi chiedi il rapporto con i Musei ora, in una visione più ampia e distaccata, ti dico che il rischio si trasformino in un franchising della insana bulimia mercantile è piuttosto grosso, alcune direttrici e direttori si sottraggono – almeno in parte – a questa logica. Riconoscerli è importante, hanno tutta la mia stima.
Ecco, appunto, la sostenibilità. Tutto il mio lavoro si discosta da questa parola-concetto inutile e vuota. La vita singola è di per sé insostenibile, da qui nasce l’angoscia cosmica che ti fa fare buona arte. Da un punto di vista sociale, dei rapporti di produzione, la parola sostenibilità è usata come grimaldello dal modo di produzione capitalista per rinnovarsi con un nuovo ciclo di accumulazione ed espandersi per inglobare ancora più funzioni della vita secondo le leggi del mercato.
Nulla di particolarmente eclatante, è il sistema che ha storicamente vinto, e questo è un fatto innegabile, però un artista vive nella ricerca di esperienze autentiche, non mi posso omologare a fare l’ancella della narrazione dominante; come artista sono già morto se ti ripeto la favoletta del “dobbiamo impegnarci per bla, bla, bla”.
Quasi tutta l’arte vera, quella che resta, che vince l’impermanenza, viene da piccole o grandi catastrofi, dal sentire e pensare in modo originale, anche questo è un altro fatto innegabile. Bisogna stare alla larga dalle sirene anestetizzanti di qualsiasi forma di propaganda. Debord riprende e rovescia Hegel offrendoci un concetto da tatuarsi in mente: “nella società dello spettacolo il vero è un momento del falso”.

Il romanzo breve di Sergio Giusti T.H.E.M. Trans Homo Evolutionary Module e un ricco public program completano il tuo progetto espositivo. Puoi raccontarci questi due “episodi” di Tempi nuovi?

Con Sergio bisogna incontrarsi per parlare d’arte, di conoscenza, di visione di mondo, lo faccio bene da tempo, ora sta succedendo anche con Claudio ed è una bella cosa. Questo avviene sempre lontano dai riflettori. Sergio poi scrive, nei suoi scritti ci sono echi dei miei lavori e nelle mie opere convergono, in forma plastica, immagini che nascono dalle conversazioni fatte insieme. In uno degli ultimi confronti ha proposto una definizione meravigliosa per l’operazione ‘Tempi Nuovi’, dicendo: “questa è una mostra davvero completa, tiene dentro tutto: dalla parola al pixel”. E ha solennemente ragione. Il suo romanzo breve T.H.E.M. – oltre a essere proprio bello di suo – possiede il grande merito di portare ed estendere gli altri media in sala nei modi e nei tempi di fruizione e assimilazione della scrittura, spazializzando ancora di più la mostra*. Vedi le opere, fai mezz’ora di fuoco e fiamme di segni-immagini, torni a casa e usi un mezzo diverso che con quei segni ha in comune il magma di immaginario fonte della loro genesi, oltre a delle citazioni dirette ma ambigue alle opere. La tua percezione della mostra è per forza cambiata, si è prodotto uno scarto. Qualcosa di nuovo a distanza, fisica e di tempo. Questo scarto ti farà tornare lì in qualche modo, che sia col pensiero o per una nuova visita. Fai della nuova strada. È un dispositivo ambientale molto in linea coi tempi e interessante.

*la fisica teorica ci dice che spazio e tempo sono irriducibilmente interconnessi. Ci era arrivata molto prima, in forma speculativa, la filosofia. Sulle basi di questo assunto la modernità occidentale ha globalizzato il mondo. Il public program vede una talk con il più importante geografo europeo, Franco Farinelli, e una con Guido Tonelli, che ha co-diretto il CERN di Ginevra per anni. Credo non servano ulteriori considerazioni a riguardo.

A cura di Marco Roberto Marelli


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