Retrofuturo. Appunti per una collezione

Retrofuturo. Appunti per una collezione consiste in una riflessione sugli spazi e le opere del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma condotta come se si trattasse di appunti per una rivista, in linea con la nuova natura del museo come magazine tridimensionale di cui le mostre rappresentano le relative rubriche. Al fine di giungere a questo ripensamento dei ruoli e delle componenti museali, il progetto Retrofuturo intreccia saldamente il presente del Macro col suo passato: a ricoprire le pareti dello spazio ci sono infatti, sottoforma di monumentali wallpaper, le fotografie della collezione e degli archivi realizzate da Giovanna Silva tra cui s’intravedono anche figure iconiche quali Joseph Beyus e Andy Warhol.

Con queste gigantografie il direttore Luca Lo Pinto ha voluto puntare l’attenzione sullo statuto di molte collezioni pubbliche chiuse in magazzino e non visibili dal pubblico. Da qui la decisione di presentare in fotografia parte dei depositi, sia per mostrare un patrimonio inaccessibile sia per prendere una posizione critica su alcuni limiti del sistema espositivo italiano: carenze strutturali che non consentono di esporre gran parte delle proprie opere, la cui fruizione continua, anche in questo caso, a essere affidata solo alle immagini.

Rifiutando di trasmettere un’idea statica di collezione, l’obiettivo è attivare e valorizzare le fotografie degli archivi attraverso opere di giovani artisti italiani, in una suggestiva sovrapposizione di generazioni e linguaggi diversi che fa riflettere sul ruolo odierno di una raccolta pubblica d’arte contemporanea. Alle undici installazioni già in loco se ne aggiungeranno altre ogni mese fino a fine 2022, fornendo così un ampio panorama di autori la cui scelta è stata dettata dalla volontà di ricostruire l’immagine di una giovane comunità artistica italiana che comprenda anche piccoli centri della provincia.

L’idea di mettere in discussione il generale sistema espositivo tramite ambigui cortocircuiti è ricorrente in mostra fin dal graffito di SAGG NAPOLI sulla parete d’ingresso: la scritta, analoga a un tag su un muro di strada, viene invece apposta sulle fotografie di celebri quadri. Simili interferenze concettuali in Oh mio cagnetto di Diego Marcon, lavoro che in realtà non è presente in sala; il suono del ruggito di un cane è l’unico segnale di avvertimento rispetto all’opera principale, un libro di poesie acquistabile al bookshop. Perché non esporre il libro? E come inserire una pubblicazione in collezione? Interrogativi volti a scalzare statiche certezze museali, così come in U di Costanza Calderolo: tramite una piccola teca in vetro (riferimento alla serie tv You) lo statuto del conservare viene riletto in chiave negativa, come atteggiamento morboso e macabro. Anche Gianluca Concialdi inverte alcune convenzioni comuni: presentando la carrozzeria di un’automobile un tempo pregiata, sulla cui struttura ha realmente cucinato in campagna, l’artista riduce un simbolo della cultura del lusso a un uso ben più umile. Dal canto suo Giorgio Di Noto espone due lightbox con immagini belle e rassicuranti anche se scattate da terroristi dell’Isis, suscitando così una frizione tra etica ed estetica.



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In alcune installazioni tali cortocircuiti vengono raggiunti attraverso il ritratto di un’umanità ambigua e sospesa nel tempo. Lo si avverte in Untitled (Stine), bassorilievo di Ludovica Carbotta che allude al passato dimenticato dei Telamoni, e in Polia, video di Carola Bonfili con figure polimorfiche ispirate alle illustrazioni del romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili; affianco al filmato tre maschere dal volto imperscrutabile ed enigmatico completano l’opera. Intenti analoghi anche nel lavoro di Beatrice Marchi, un video proiettato sul pavimento in cui strani individui carichi di pathos formano una band musicale dopo essersi incontrati per caso su tapis roulant aeroportuali: come in Polia e in Untitled sono simboli di un’umanità di passaggio che oscilla tra un presente distopico e una dimensione mitica.

In questo susseguirsi di interferenze ci sono anche opere che instaurano relazioni con le gigantografie a muro e con lo spettatore. È a causa di quest’ultimo e dell’aria spostata dal suo passaggio che cambia posa Mobile (Rome) di Davide Stucchi, due impercettibili grucce in ferro che pendono dal soffitto. Suggestivo è anche il rapporto con lo spazio e le pareti dato che questo lavoro è di fronte alla fotografia di Giorgio De Chirico, forte punto di riferimento dell’artista. La recente pubblicazione di un libro di Giulia Crispiani dedicato alle lettere d’amore spiega anche la sistemazione in mostra del suo intervento a matita (bozza di una futura fanzine) di fronte all’immagine di un imballaggio con la scritta “Love Letter”. Nell’ambito del posizionamento delle opere a tutti gli artisti è stato imposto un limite spaziale per contenere l’estensione del proprio intervento in vista delle installazioni che si aggiungeranno. L’unico che deroga a ciò è Francesco Pedraglio in quanto le sue sette maquette in bronzo, ora raggruppate insieme, nel corso del tempo saranno collocate in altre parti dell’ambiente.

È tramite questa eccezione che si torna al principale intento della mostra. L’ulteriore aggiunta di opere, così come l’imminente ‘espansione’ degli oggetti di Pedraglio nelle altre sale, non faranno altro che evidenziare ancor di più la problematica verso cui è diretto il pensiero critico espresso da Retrofuturo, ovvero la mancanza di spazi espositivi ampi quanto quelli di altri Stati europei e la carenza del relativo sostegno: diversamente da quanto avviene con istituzioni come Kunsthalle e Kunstverein, l’Italia non ha grandi musei che espongono e accolgono in collezione giovani artisti appena usciti dall’accademia. Lo dimostrano proprio i partecipanti a Retrofuturo, nessuno è rappresentato in raccolte pubbliche. Eppure sta proprio qui la sfida della mostra: far partecipare gli artisti alla creazione di una collezione in progress di cui possono entrare a far parte, quindi stimolare tra loro una riflessione collettiva al fine di sopperire allo spazio ridotto non col sostegno istituzionale ma con l’immaginazione e l’esigenza di sperimentare.

Mario Gatti


Carola Bonfili, Costanza Candeloro, Ludovica Carbotta, Gianluca Concialdi, Giulia Crispiani, Giorgio Di Noto, Beatrice Marchi, Diego Marcon, SAGG NAPOLI, Francesco Pedraglio, Davide Stucchi

Retrofuturo. Appunti per una collezione

3 febbraio – in progress

MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma – Via Nizza 138 – Roma

www.museomacro.it

Instagram: macromuseoroma


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Retrofuturo. Appunti per una collezione, 2021 – Installation view at Macro – Courtesy the artists and Macro Roma, ph. Agnese Bedini and Melania Dalle Grave by DSL Studio

Retrofuturo. Appunti per una collezione, 2021 – Installation view at Macro – Courtesy the artists and Macro Roma, ph. Agnese Bedini and Melania Dalle Grave by DSL Studio

Carola Bonfili, Polia, 2019 – Masks, latex, video 4K, 16’42” – Courtesy the artist and Macro Roma, ph. Agnese Bedini and Melania Dalle Grave by DSL Studio

Retrofuturo. Appunti per una collezione, 2021 – Installation view at Macro – Courtesy the artists and Macro Roma, ph. Agnese Bedini and Melania Dalle Grave by DSL Studio