Palazzo Cusani – /tra me stì o/ – Davide Ausenda, Alice Capelli e Marco Vignati

Un austero palazzo del seicento fa da cornice all’esito di un tramestio e di un“[…] mestare nel torbido”. Un rimescolamento, sintesi di un’epoca che era già alle prese con le evoluzioni del nuovo secolo e che ha dovuto fare i conti con una condizione che ha sovvertito la realtà e quel concetto – già labile – di normalità. Una situazione destabilizzante per l’intera società, in cui il mondo si è rimpicciolito dentro gli ambienti domestici, dietro schermi di alluminosilicato costruendo il grande inganno: che potesse essere contenuto in un perimetro circoscritto.

/tra me stì o/ nasce da queste suggestioni e dalla volontà di un riposizionamento all’interno di uno spazio reale, in cui le opere diventano rivendicazione del proprio ruolo e affermazione della generation next, nata tra gli anni Ottanta e Novanta. Il seicentesco Palazzo Cusani – non distante dalle più nascoste Via Delio Tessa, Via Cernaia e dalla verde Via dei Giardini – è sede del Circolo Unificato dell’Esercito e di N.A.T.O. Rapid Deployable Corps Italy eospita la mostra fino al 25 giugno, con una serie di appuntamenti tematici.

Gli artisti, diversi per pratiche e linguaggi, si apprestano a costruire una narrazione fluida, espressione sintetica della società di matrice baumiana1, in cui la realtà si liquefa e si rimodula continuamente all’interno di contenitori, schermi, corpi e mondi. Fluidi sono i significati stratificati delle opere, tracciano un percorso svincolato in cui gli “argonauti – visitatori” si immergono nelle ambientazioni in piena autonomia percettiva. Davide Ausenda (Milano, 1994), Alice Capelli (Milano, 1997), Marco Vignati (Milano, 1994) presentano sculture, installazioni, tele e quadri. La mostra curata da Michael Camisa e Sophia Radici con il sostegno di Jacqueline Ceresoli – che scrive il testo Trilogia di umanità in un unico atto con azioni poetiche – è accompagnata da una cartella stampa costituita da quartini removibili che possono essere scomposti in linea concettuale con il rimescolamento dell’epoca.

Seguendo i cromatismi e le strutture architettoniche e decorative dello spazio, le opere si pongono come territori intorno cui esplorare nuovi habitat, indagano emozioni (Ausenda), corpi (Capelli) e memorie (Vignati) non solo di un luogo ma di una generazione in cerca di identificazione. Il linguaggio di Davide Ausenda è costituito da pitture e da installazioni – realizzate con materiali di recupero – in cui la componente testuale e segnica acquisisce una sua autonomia. Scardina le emozioni umane – la perdita, la mancanza, la paura – e recupera la dimensione del gioco in Gioco precario e Nel ricordo mi chiamo stanco. Entrambi diventano alcove – una tenda all’interno di una stanza buia, con tappeti e sedie del palazzo ribaltate e all’interno delle torce accese, la prima; e un sacco a pelo, la seconda – e memoria di avventure, spazi in cui nascondersi o da cui riemergere. Le tele, per lo più di grandi dimensioni, si pongono di fronte agli interrogativi della vita con la volontà di eliminare le sovrastrutture – Margine, Autoritratto ristretto e i due Untitled. L’ultima astrazione che si apre sul grande salone, tripartita dal punto di vista narrativo in sequenze, è un lavoro complesso che riflette intorno all’obbligo ad attrarre, in cui le suggestioni del Teorema di Gauss trovano posto attraverso le pagine di testi scientifici applicati e sagome di fiori, vasi e oscuramenti di colore che celano le omissioni formali dell’artista.



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Se Ausenda indaga il mondo sommerso, la ricerca di Alice Capelli ruota intorno allo strato epidermico, alla dimensione fisica e corporea non solo da un punto di vista puramente biologico e erotico, nella sua sfera si riflettono anche altri aspetti cui la società contemporanea tenta di trovare una definizione. “Richiamo all’ambiguità di genere […] e alla fluidità sia nella componente di identificazione del sé, e identitario sia dal punto di vista puramente tecnico con la pittura acquosa”. L’atto performativo trova rappresentazione nei lavori su cui restano i segni di un’azione effettiva – come i seni dell’artista in Corpo Sociale II – o gli strati di materiale utilizzato nel corso di performance – Corpo sociale I – che diventano un passaggio da attraversare. Le tele si appoggiano come una seconda pelle alle pareti delle sale in un richiamo cromatico, le nuance sono delicate nei toni neutri della pelle, con pennellate di azzurro (Stracciatella I ), e si accendono nel rosso di Titolo mestruale.

Lavora sulla memoria, il ricordo e sulla capacità di conservarsi nel tempo attraverso sottrazioni, omissioni e perdite, Marco Vignati. Utilizza la fotografia destrutturandone la sua materialità, attuando un processo di occultamento e cancellazione delle immagini, eliminando, spesso fisicamente, il file originario, come in 0001.02/12, nascondendo tracce della fotografia in un blocco di cemento oro, oppure avvia un’azione di eliminazione definitiva come in 002.01/5 dove un materiale chimico distrugge l’immagine collocata in una scatola di ferro, il tutto utilizzando dispositivi che diventano azioni in cui il pubblico può agire. Le opere sono il frutto di un atto performativo dell’artista e dello spettatore, esistono nella dimensione che si sceglie di mantenere, sottraendole allo sguardo del pubblico e avviando quella “personalizzazione del ricordo” di cui ci parla Vignati. C’è un’eleganza di fondo nelle installazioni di ferro la cui estetica raw fa da contraltare all’interno delle opulenti sale barocche.

/tra me stì o/ mostra tutta la sua fluidità espressiva, con opere che travalicano i formalismi e che rivelano una natura in divenire, risultato non solo delle scelte estetiche e concettuali degli artisti ma anche di quelle dello spettatore. L’”argonauta” si avventura all’interno di un terreno austero, che nonostante le architetture rigide e consolidate nella tradizione e il peso della storia e di ciò che rappresenta oggi, si schiude a nuovi innesti, che contribuiscono a generare con leggerezza inediti panorami futuri.

Elena Solito


1 Bauman Z., Modernità liquida, Editori Laterza, 2000


Davide Ausenda, Alice Capelli, Marco Vignati

/tra me stì o/

a cura di Michael Camisa e Sophia Radici

28 maggio – 25 giugno 2021

Palazzo Cusani – Via Brera 13/15 – Milano

Instagram: palazzocusani


Caption

Davide Ausenda, L’ultima astrazione, 2021 e Marco Vignati, 001.04/12, 2021 – tra me sti o, installation view, Palazzo Cusani, 2021 – Courtesy tra me sti o e Palazzo Cusani, ph Sara Ferrara

Alice Capelli, Corpo sociale I, 2021 – tra me sti o, installation view, Palazzo Cusani, 2021 – Courtesy tra me sti o e Palazzo Cusani, ph Sara Ferrara

Davide Ausenda, Untitled, 2021; Alice Capelli, Smaterializzazione di un processo pittorico, 2021 e Davide Ausenda, Nel ricordo mi chiamo stanco, 2021 – tra me sti o, installation view, Palazzo Cusani, 2021 – Courtesy tra me sti o e Palazzo Cusani, ph Sara Ferrara

Marco Vignati, 002.01/5, 2021 – tra me sti o, installation view, Palazzo Cusani, 2021 – Courtesy tra me sti o e Palazzo Cusani, ph Sara Ferrara

Davide Ausenda, Gioco precario, sedie del luogo, 2021 – tra me sti o, installation view, Palazzo Cusani, 2021 – Courtesy tra me sti o e Palazzo Cusani, ph Sara Ferrara