Off Topic: Luca Bosani

Off Topic è una conversazione che si focalizza su un’unica tematica, tralasciando le opere o le mostre. Lo scopo è quello di raccontare non solo un* artista ma anche l’apparato teorico e l’immaginario che soggiace alla sua produzione estetica.
Con tali finalità abbiamo chiesto a Luca Bosani (Rho, 1990) di parlare di mascolinità, un tema importante nel dibattito contemporaneo sul genere e nelle dinamiche di potere.


La mascolinità è una costruzione sociale con rigide caratteristiche che, per giustificarci, rivediamo nella natura come la competizione dei cervi che lottano per l’accoppiamento. Dall’Homo Sapiens in poi il concetto di mascolinità è stato creato e incatenato a ruoli sociali, e si è evoluto. Che cos’è la mascolinità oggi?

Più ricerco attorno all’identità maschile, più scopro quanto sia stratificata, complessa, e molteplice: sempre più slegata dallo stereotipo. Ogni identità è in continua trasformazione: oggi vedo la mascolinità come un concetto adattabile, fluido e aperto.

Questo è stato possibile grazie all’apertura creata dai movimenti di liberazione sessuale gay e lesbico; dagli anni Novanta il queer ha distrutto l’immaginario dell’uomo Marlboro. Esistono però ancora degli elementi di dura resistenza, che si fanno forti nei grandi sistemi di produzione delle immagini.

Sì, come Chiara Volpato sottolinea in Psicologia del maschilismo, è facilissimo trovare chi, indistintamente dal genere, oggi si presenta come portatore di concezioni sessiste che sembrano non essere state minimamente intaccate dai movimenti di liberazione sessuale. Questi ultimi, unitamente a quelli contemporanei, sono per me fondativi e mi hanno permesso di superare molti preconcetti e barriere. Purtroppo, sembra che queste ideologie inclusive e positive fatichino a modificare la percezione complessiva di genere.
Gran parte dei mass media reiterano modelli obsoleti e gerarchizzati che limitano l’espressione personale o, al contrario, le minoranze di genere e i modelli alternativi vengono utilizzati per strategie di marketing, strumentalizzando e capitalizzando qualcosa che non dovrebbe avere nulla a che fare con il profitto. Ciò che auspico è un processo di trasformazione collettiva che supporti i diritti della persona nel suo termine più ampio, che possa dare ai singoli la possibilità di sentirsi accettati e più al sicuro. Ad esempio, a Milano si possono trovare alcune zone ‘sicure’, aree dove si ha la percezione di potersi esprimere più liberamente. Per esperienza diretta, uscendo di casa qui (hinterland milanese, nda) con indosso certi vestiti e accessori sono sicuro di suscitare comportamenti offensivi. Perché questo accade? La mia ricerca inizia qui, per trovare delle risposte a questa domanda e per sviluppare alternative a questa chiusura che si rivede nel macismo, nelle rimanenze del fascismo o nei nuovi movimenti discriminatori. Nei centri più periferici raramente si entra in contatto con il diverso perché invisibile o marginalizzato, e non conoscendolo si rimane nell’ignoranza.

La devianza dalla norma porta a insulti tanto in città quanto in provincia. Rientrare in una categoria è ritenuto più sicuro a livello di accettazione di sé ma non si tiene conto del fatto che non tutti riescono ad aderire pienamente a dei canoni. Infatti, nell’agosto del 2018, l’American Psychiatric Association ha rilasciato delle linee guida per trattare uomini e ragazzi tenendo conto delle questioni di genere: molti problemi degli individui maschili sono creati, consciamente o meno, dall’impossibilità di uscire dalla norma.

Uscire dalla norma non è un processo facile o scontato perché spesso la norma è interiorizzata, quindi ci si autocensura senza rendersene conto. Ho, fin da molto giovane, avvertito un senso di costrizione legato alle imposizioni connesse al genere maschile. Ho poi iniziato a esprimere il mio dissenso attraverso le mie scelte di vita e tramite ciò che indossavo. Questi modi di essere non erano compresi ma bensì etichettati e discriminati, subendo continui tentativi di normalizzazione. La non validazione del mio essere individuo ha provocato, in modalità differenti in base all’età, comportamenti esasperati nei confronti dell’esterno e sentimenti conflittuali verso me stesso. Per esempio, nell’adolescenza ho espresso la mia mascolinità attraverso le conquiste sessuali, perché era un modo in cui potevo essere validato dai miei coetanei. Passata quella fase, ho iniziato a dare spazio alla mia identità, non categorizzandola e non associandomi a nessuna etichetta. Ho poi realizzato di essere in continuo cambiamento, per dirla con Eraclito: “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume”. Perché definirsi? L’orientamento sessuale, il gusto nel vestirsi, l’orientamento politico, tutto può cambiare. Quindi cosa ‘devo’ essere? Forse non ‘devo’ essere niente se non un divenire. Ciò si ritrova nella mia ricerca artistica che può essere quindi spaesante, complessa e stratificata; ma lo è perché sta cercando di contestare il concetto stesso di norma rappresentando un’identità viva, perciò fluida e mutevole.



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Per essere accettato facevi il latin lover. La condivisione del primo atto sessuale è uno dei possibili riti di passaggio per diventare un “vero” uomo. Quali ritualità legate alla mascolinità riconosci oggi?

Un rito di passaggio contemporaneo maschile era il servizio militare, non più obbligatorio dal 2005. Per la mia generazione è quindi difficile identificarsi in un rito così ben definito. Un momento che può assomigliare a un rito di iniziazione è la prima volta in cui si fa la doccia, nudi, negli spogliatoi con i compagni di squadra, dopo l’allenamento di calcio. La si fa da una certa età in poi, quindi credo sia un momento importante perché rappresenta uno dei primi contatti con la nudità altrui in cui, al contempo, ci si mostra all’altro. In relazione alla nudità, mi viene in mente anche il film Ovosodo, dove il giovane protagonista Piero, per recuperare un pallone da calcio, entra in contatto per la prima volta con il corpo nudo di una donna alla finestra. Una scena a metà tra lo shock e il rito iniziatico. Nel mondo calcistico ci sono molte ritualità ma anche molte criticità perché le interazioni sono spesso basate sull’oppressione dell’altro o sulla censura. Questi comportamenti sono a mio parere influenzati dalle dinamiche di mascolinità tossica che individua comportamenti adatti e comportamenti non-adatti, giudicando il diverso da sé secondo parametri discriminatori. Questo giudizio, spesso corredato dall’insulto e dalla violenza fisica, si basa sull’ignoranza e si identifica, nella maggioranza dei casi, come un meccanismo di difesa innescato a protezione della ‘mascolinità’ dello stesso offensore.

Sicuramente lo stadio ultimo sarebbe l’assenza di giudizio, ma bisogna fare ancora tanta strada. In questo, secondo me, è tanto importante la decostruzione della figura dell’uomo e della mascolinità come si vede dalle strategie propositive che applichi nella tua pratica artistica. Qual è il suo significato più profondo e in quale modo si può raggiungere?

Partendo dalla mia esperienza personale ed espandendola a una percezione d’identità più ampia definisco il problema: la mascolinità tossica e le conseguenze negative e discriminatorie che essa ha sull’individuo e sulla società. Individuo poi i sottoproblemi e le componenti più critiche di questi comportamenti: la violenza, sia verbale che fisica, l’aggressività, la competizione, la censura e l’oppressione. Analizzo e studio come altri artist*, psicolog*, pensator* e filosof* hanno risposto a questi problemi e criticità. Tramite il supporto della creatività ricerco soluzioni personali al problema. Attraverso questo processo (che prende spunto dalla metodologia di risoluzione di un problema di Bruno Munari) ho individuato alcuni strumenti validi per contrastare la mascolinità tossica e per decostruire l’identità maschile quali l’ironia, l’esagerazione e il paradosso. Questi strumenti sono applicati alla mia pratica artistica e si ritrovano nelle mie performance, sculture, pitture e opere indossabili. Ad esempio, ho trasformato giacche formali da uomo di colore scuro in quadri indossabili. Questi Vestiti di Luce sono l’antitesi dell’abito formale maschile classico, sono una sorta di gonna-giacca molto vistosa, eccentrica e coloratissima. Ho ideato performance che consistono in sfide paradossali e assurde: duelli a colpi di banana o con lancio di cetrioli, partite di calcio giocate con gonne e vestitini. Tramite l’ironia metto in comparazione azioni che richiedono molta concentrazione e serietà con situazioni improbabili o ridicole, creando così un cortocircuito visivo e concettuale. Queste situazioni inusuali incoraggiano la fluidità e mettono in evidenza insicurezze, debolezze e fragilità dei performer – caratteristiche che la mascolinità tradizionale nasconderebbe in ogni modo. Il significato più profondo di questa ricerca è quello di offrire un altro punto di vista sulla realtà che ci circonda, mostrare un’altra via, favorendo e facilitando la trasformazione personale e collettiva.

Offri punti di vista ma anche nuovi modelli e strumenti.

Io stesso ho commesso errori in passato perché non in grado di visualizzare altre opzioni. Ci sono quindi ancora tanti preconcetti da superare e modelli alternativi inclusivi da creare e proporre, sopratutto alle generazioni più giovani.

A cura di Gianluca Gramolazzi


www.lucabosani.com

Instagram: luca_bosani


Caption

STRIP, 2019 – Performance, Lewisham Arthouse, London – Courtesy l’artista, ph Tom Carter

Singolar tenzone II, 2019 – Performance, with Kunstraum, London – Courtesy l’artista, ph Nat Urazmetova

Sculptural Shoes (hot pink), 2020 – Urethane, silicone, varnish, acrylics, Nike Air Max Plus, steel, 52x 38x14cm – Courtesy l’artista

Score!, 2019 – Performance, Beaconsfield Gallery, London – Courtesy l’artista, ph Eleni Papazogolou

Football Match, 2014 – Performance, Artist’s hometown – Courtesy l’artista

Knaves of Radiance (food edition), 2017 – Performance, Guest Projects, London – Courtesy l’artista, ph Federico Guardabrazo



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