Moltitudini: confini possibili tra l’uomo e la natura nelle visioni di Marta Spagnoli

Sono affascinanti i luoghi di confine, per ragioni diverse. La parola evoca una serie di riflessioni e di dibattiti all’interno della sfera antropologica. Ugo Fabietti fa riferimento ai vari utilizzi anche metaforici: 

“Il termine confine viene anche usato sia in relazione agli oggetti dell’antropologia, sia allo scopo di definire alcune caratteristiche della disciplina […] nelle discussioni sui gruppi sociali, culturali e etnici; sulle distinzioni di genere; nelle trattazioni dei processi di autodefinizione del sé e dell’altro (sia individuale che collettivo). L’impiego metaforico del termine confine (dove talvolta questa nozione si sostituisce, o si affianca, a quello di “frontiera”) serve invece a evocare certe caratteristiche della disciplina, che in più occasioni è stata presentata come un sapere “di frontiera” oppure come sapere “del confine” [1].

Anche Marta Spagnoli (Verona, 1994) si muove in una zona di confine, in cui la matrice pittorica e il disegno restituiscono la fenomenologia dell’uomo e della natura. Un’indagine che sebbene sia inserita in un campo semantico che attinge all’estetica, si nutre di correlazioni e interrelazioni con le scienze culturali e sociali. Con la voce bassa e ferma racconta l’origine del nuovo lavoro, tra tracce incise con pennino calligrafico e inchiostro su tela, e quel fil rouge che lega le opere. 

L’occasione è data dalle recenti produzioni realizzate per la mostra Moltitudine, in cui rende manifesta la riflessione maturata intorno a concetti liminali del rivestimento, della livrea e dell’armatura. “È interessante presentare le opere in un luogo di lavoro, risultano come presenze silenziose”, che osservano senza farsi vedere. I soggetti non guardano mai davanti a sé quando non sono voltati di spalle, guardano un “altrove”, un luogo di frontiera (reale o simbolico). 

LCA Studio Legale nell’ambito del progetto Law is Art!, in collaborazione con Galleria Continua, ARTE Generali e Apice, ospita il percorso che si snoda nelle sale, in cui la rigidità normativa è alleggerita attraverso la presenza discreta ma potente delle opere. Corpi abbozzati affiorano tra manti adorni dai colori decisi di ispirazione orientale, una fitta vegetazione astrae la sua forma originaria per offrirsi come scudo e paramento (forse agli orrori compiuti dall’uomo contemporaneo). 

I confini sono spesso il frutto di spostamenti politici più che geografici, tanto che le suggestioni di altre culture riescono a penetrare, e a amalgamarsi con quella ospitante. La frontiera rappresenta sempre un punto di incontro, come Trieste, di matrice austroungarica, elegante e solenne, in cui gravitano tradizioni e suggestioni provenienti da ambienti diversi (slava, italiana, germanica e turca). La città conserva memoria di questi trascorsi evidenti nelle sue architetture imponenti, nella sua cultura, ma ha memoria anche dell’influenza del collezionismo giapponese, che soprattutto dalla fine dell’Ottocento, da queste sponde trovava diffusione favorita dalla sua posizione sul mare. 

È in questo luogo di reminiscenze e echi passati, tra finissima porcellana decorata, preziose sete cinesi, stampe, lacche e maschere kabuki, che mi soffermo lungamente su due armature giapponesi (datate XV- XIX, al Museo di Arte Orientale di Trieste). Sono un richiamo al Bushidō (via del guerriero), non solo un codice di condotta ma anche uno stile di vita adottato dai samurai, un concetto ancora oggi vivo nella cultura giapponese. Le corazze del museo sono finemente decorate e ricamate con fiori di Sakura (i fiori di ciliegio giapponesi), gli stessi che fanno da teatro alla tradizionale festa di fioritura – hanami (guardare i fiori di ciliegio). Le Yoroy (armature) sono adorne di dettagli e particolari, hanno elmi e maschere, e sono completate nella loro esposizione da una collezione di lame di katana e wakizashi.

Le armature hanno finalità, prima di tutto, protettive – come gli abiti – coprono, nascondono, mimetizzano. Ma hanno anche carattere performativo e di esibizione del sé. Oggi, quel genere di equipaggiamento si è notevolmente alleggerito, ma la funzione rimane la medesima. In quanto oggetti che sono parte della produzione culturale di un popolo, sono depositari di simbologie e significati, e partecipano a processi di inclusione e identificazione sociale (o militare), o di annullamento come nel caso delle divise (ci si indentifica con una identità collettiva esposta, che annulla quella personale).

Possiamo intendere l’oggetto di cui parliamo come qualcosa i cui confini sono labili. Il confine tra la copertura umana e quella animale è sottile. Produce possibilità di attraversamenti che nella pratica di Marta Spagnoli, si manifestano attraverso il linguaggio: “ho pensato all’idea della livrea come divisa, ma anche come piumaggio o pelliccia”. Nelle sue ultime opere è intesa non solo come oggetto destinato al primo, ma anche nella sua qualità di copertura che riveste la pelle animale. I corpi sono avviluppati a trame e intrecci con funzioni quasi mimetiche, un fenomeno tipico, quest’ultimo, in natura quanto nell’uomo. L’uomo copre il suo corpo ma al medesimo tempo rivela molto di sé, e della sua condizione. Allo stesso modo il mondo non umano utilizza strategie di camuffamento o di esposizione.

Il tratto è sicuro ma delicato, il colore mappa zone in cui le forme si delineano, eppure allo sguardo l’immagine offerta rivendica una sua struttura incostante, quasi onirica. Frutto di un inventario prelevato dal mondo naturale, vegetale e animale, in cui la fragilità della figura emerge appena abbozzata. È invece la potenza del colore a occupare la superficie (della tela e della carta), che suggerisce i volumi, non lasciando scampo alla rappresentazione. Le opere di Spagnoli evitano l’intenzionalità della raffigurazione, permettendo alla materia e ai materiali di prendere lo spazio, di governare là, dove la ragione abdica alla sua funzione. 

E così gli esoscheletri di Armor animano la serie prodotta in cui un’intricata anatomia vegetale riempie la carta di nervature, che scandiscono la superficie con elementi verticali. L’azione dell’artista esplora nella sua ripetizione, le possibilità formali che si definiscono nella loro autonomia. L’esito è un agglomerato di steli che vanno a costituirsi compatti, come armature. E come le armature proteggono e difendono, coprono e rivelano i corpi sottostanti (che siano essi umani o non umani). 

Possiamo soffermarci ancora sul confine che la parola armatura produce. Se assume una qualità difensiva da un lato, dall’altro si desume che ne incarni una offensiva (mi armo per andare in guerra). Così come anche in natura gli animali adottano strategie. Le testuggini si rifugiano nel loro guscio per sfuggire alle aggressioni, il piumaggio dei pavoni o degli uccelli aiuta a volare ma invia anche segnali (ostentazione, corteggiamento o mascheramento), le pellicce dei mammiferi isolano dal freddo o mimetizzano in caso di necessità. 

È dunque fitta l’associazione tra l’uomo e il suo mondo, ravvisando un’intricata relazione che si dichiara in tutte le sue drammatiche manifestazioni (tra effetti naturali e indotti). Eppure, l’uomo ha dimostrato di aver voluto rinunciare a un progresso sostenibile. Nonostante gli slogan utili a direzionare le masse per ottenere consenso politico, i suoi proclami mancano di una progettualità realistica sul futuro. Mancano di concretezza sulla contestualizzazione storica. Perché al cambiamento delle condizioni storico-sociali-economiche anche i progetti devono adeguarsi, per rispondere a criteri fondamentali: essere sostenibili e proporzionate, efficienti e efficaci, e portati a compimento entro una tempistica accettabile e ragionevole. Eppure, tanta assennatezza appare un miraggio tra le contraddizioni di una società in decadenza, risultato anche di una certa massificazione e mercificazione del pensiero. Preda di quella follia descritta da Paul Shepard nel suo saggio “Natura e Follia” [2], cui l’artista fa riferimento per riflettere sull’uomo e il suo ambiente. Lo Shepard pensiero è un invito non all’abdicazione di progetti progressisti, quanto piuttosto ad ampliare la propria visione, riappropriandosi dell’alterità del mondo naturale da cui si è allontanati. 

Spagnoli con il suo procedere infligge all’opera un compito: quello di offrirsi allo spettatore nella sua libertà interpretativa. E così le poche parti di epidermide scoperte dei soggetti (Animus, Fiera e Timone), producono quella sensazione in cui la difficoltà sta nel non distinguere il confine tra la pelle e la livrea colorata. 

Riemerge ancora il limen tra corpi e rivestimento, tra uomo e animale. Una considerazione che ristabilisce l’ordine naturale delle cose: ovvero l’indissolubilità del legame tra il tutto. L’artista è abituata a dialogare con tematiche che attingono dal mito, dal primitivo, dalle storie di formazione dell’umanità. Ha piena consapevolezza del suo ruolo non solo come individuo, ma come artista nella determinazione di un punto di svolta, che possa fornire elementi di riflessione. Alimentando dubbi e consentendo al pubblico di porsi degli interrogativi, svincolandosi da aspetti limitati al puro fattore estetico, nonostante la sua matrice rientri pienamente nel campo di riferimento. 

Ma il dubbio nasce a patto che l’uomo sia privato della follia di cui Shepard ci parla, che abbia mantenuto una propria capacità di ragionamento e di immaginazione. Che sia ancora in grado di adoperarsi criticamente nei confronti di sé e del suo mondo, e che non abbia smarrito la capacità del pensiero. Ma la critica (che deve essere sempre costruttiva) espone al giudizio dei folli (che non vedono la loro follia), e allora occorre domandarsi se si è adeguatamente equipaggiati e corazzati per respingere i colpi inferti. 

Le armature disegnate dall’artista si offrono come protezioni metaforiche. Ci mostrano le affinità con un mondo naturale, che una buona parte delle società complesse ignora. Disegnano un altrove possibile in cui la figura umana è presente, ma non è il soggetto principale. Partecipa all’esperienza del mondo insieme a altri agenti non umani, in egual misura.

Occorre domandarsi se si è sufficientemente preparati per proseguire nella battaglia per scardinare il pregiudizio nei confronti delle attività intellettuali (eccezion fatta per alcune). Un pregiudizio che i modelli dominanti perseguono, a favore di attività scientifiche-tecnologiche (cui non è rivolta la nostra critica). La critica è contro il pregiudizio che ha disabituato alla facoltà del ragionamento, della riflessione e dell’attività del pensiero.

Eppure, a guardar bene, l’attuale società ne esce già sconfitta, privata di qualità indispensabili, impoverita intellettualmente e economicamente. E allora, forse, il rischio che si corre è quello di scoprirsi ancora pensatori. E il pensiero è la migliore corazza di cui l’animale umano possa ancora disporre. A patto che sia disposto a rinunciare alla follia

Elena Solito

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[1] U. Fabietti, La costruzione dei confini in antropologia. Pratiche e rappresentazioni di Ugo Fabietti. Usi referenziali e metaforici del termine “confine”.
[2] Shepard, filosofo, biologo, antropologo, Natura e Follia Edizione degli Animali 2020.


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