Lo-Fi Screen

Francesca Consonni, L’enorme conca

Lo-Fi Screen è un raccoglitore di paesaggi con informazioni di frequenza basse o assenti, superiori a 10 kilohertz. Ogni ultima domenica del mese, la visuale si apre su opere di giovani artisti accompagnate da un racconto realizzato da Cecilia Angeli. La narrazione testuale diventa così una deriva ulteriore della narrazione visiva; l’opera d’arte e il testo vanno a coincidere, funzionando come un corpo unico, uno scenario intermittente da guardare dietro a uno schermo. Le interferenze sono incluse nel paesaggio; qualsiasi rumore o disturbo analogico ne conferma gli intenti, deliberatamente disarmonici.


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30 maggio, 2021

PLASMA

Sarebbe potuto essere il corridoio di un aeroporto durante l’imbarco; era quello di un ospedale.
Muto e lucidato, l’avrei visto così se non avessi saputo che in una di quelle stanze stava avvenendo una trasfusione di plasma. Un incontro confidenziale ed esclusivo per endovena. Per me era una forma di espressionismo privato: giallo che si addensa al rosso per un fine eccezionale, il coagulamento. Ne attendevo la conclusione per andare, al risveglio, da E. La luce dell’ospedale mi assottigliava la faccia, come se arrivata alla mia carne, sapesse che gli conveniva diventare docile per fluidificare la cronologia degli eventi.
E. era sotto i ferri, io ero a casa a fare giardinaggio; lei si era tinta di rosso; io impugnavo l’irrigatore. Il chirurgo plastico guidava la trasfusione al plasma; io finivo di sistemare le petunie nelle cocce.
Non avevo compreso la sua esigenza di sottoporsi a un’operazione di chirurgia plastica e mi ero mostrato ostile all’operazione. E. aveva deciso di farsi scucire e poi ricucire perché non sopportava l’idea di registrare quotidianamente l’incisione del tempo sulla sua pelle. Mi ero opposto, divagando: qui si misura la differenza tra me e te, con l’attaccamento a questa vita. Io rimango saldo alla mia carne; tu cerchi vie di fuga. Se dovessi pensare a un posto dove immaginarla, sarebbe a gambe accavallate su uno degli anelli di Saturno. L’ho sempre considerato un pianeta donna, nel mio pensiero elementare. Saturno vanesia; se l’hai contro devi cambiare vita; se subisci la sua ribellione devi soccomberle.
L’influenza rovinosa del suo carattere viene mitigata dall’aspetto, un unico esemplare nella trama dello spazio astrofisico. Gli anelli, preziosissimi e compatti la incorniciano in un’immagine elegante che si conferma alla vista degli altri pianeti, incompleti e invidiosi. Eppure Saturno mente. Gli anelli sono così compatti solo da lontano; da vicino non sono che un mucchio di particelle allineate, figlie probabilmente di una collisione che le ha rese avanzi di macerie. Un gruppo di scienziati delle Hawaii ha trovato la seconda ragione per diseredarla. È stato dimostrato che gli anelli si stanno decomponendo sotto forma di pioggia polverosa; tra cento milioni di anni non esisteranno più. Può anche ridere di noi Saturno mentre assiste alla disfatta di tutti i suoi sudditi terreni, ma deve pur convivere con la scomparsa della giovinezza. Mi sono proprio chiesto a cosa pensava Saturno quel giorno, mentre E. veniva sottoposta alla trasfusione, ma l’infermiera mi distrasse, allineando il camice bianco alla mia retina. Venga, mi disse, guidandomi verso la stanza di E.
Durante il tragitto dalla mia postazione alla sua camera, attraversando il corridoio, ho apparecchiato la stanza nella mia testa. Il letto, una tenda e un comodino, poche cose. E. era stesa accanto all’asta metallica della trasfusione come una lancetta d’orologio che segna le tre. Selenica e anestetizzata. La sacca non c’era più perché il plasma ora scorreva nelle sue vene, come un fiume placido di organismi di sangue e di particelle provenienti dal campo magnetico di Saturno. Il suo corpo, che fino a poco prima rischiava il collasso, risplendeva come carta stagnola al sole. Il suo tessuto più esterno sarebbe potuto essere rivestito di materia astrale. La superficie dove risiede il bagliore delle corazze appena forgiate dalla malattia e dal deperimento.
Così avrebbe forse trovato il modo di unirsi al cosmo; e Saturno, senza parole e con lo sguardo obliquo, avrebbe trovato la scorciata per avvicinarsi alla transitorietà umana, barattando la caducità per l’immortalità e viceversa.
Come residui puri, i frammenti degli anelli di Saturno stavano cadendo inosservati, mentre aprivo la porta della stanza, e cadono adesso mentre ti scrivo questa lettera.
Ti abbraccio,
D.



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Giulio Bensasson, Non so dove, non so quando #516, 2016-on going – Courtesy l’artista, ph. Carlo Romano.

Giulio Bensasson (Roma, 1990) vive e lavora a Roma. La sua pratica artistica si sviluppa principalmente attraverso il linguaggio scultoreo e l’installazione. Tra i soggetti al centro del lavoro, il tempo è elemento primario presente in molte sue opere, materiale espressivo attraverso il quale indaga il trasformarsi della materia e i processi aleatori che vi si manifestano. Nella sua ricerca esplora possibili restituzioni legate al tema della memoria e della natura morta, il genere che rappresenta da sempre l’attenzione dell’arte per il reale, il banale e il quotidiano, soggetti a cui Bensasson si rivolge costantemente. Ha conseguito il diploma in Pittura e il diploma specialistico in Scultura e nuove tecnologie applicate allo spazio presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Tra il 2012 e il 2015 ha lavorato come assistente presso lo studio romano di Baldo Diodato e ha collaborato con il collettivo bolognese Apparati Effimeri (2013). Attualmente lavora come assistente per l’artista Alfredo Pirri.


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25 aprile, 2021

PERIFERICO

M. vorresti dire qualcosa? (Sposto lo sguardo su tutti i miei colleghi).
Le sue labbra continuano a muoversi senza resistenze, ancora dopo la domanda, ancora senza emettere alcun suono. Appena socchiuse, scosse da una vibrazione forzata, emettono frequenze inattese.
Appaiono come codici a barre. Mi sposto in avanti piegandomi sul tavolo come se avessi il terrore di rimanere esclusa da un piano di emergenza mondiale.
Il piegamento della mia schiena coincide con una nota musicale. Si accende una colonna sonora sconosciuta a tutto volume, assordante, la partitura di un’orchestra spezzata. I suoni si levano tutti insieme forti ma disintegrati. Dalle labbra dei miei colleghi – nessuno escluso – si inerpicano nella stanza, scegliendo corsie preferenziali e rasenti, che non possono incrociarsi. Contengono una crittografia di suono, rumore e gesto che disegna nell’aria un codice unico; sono tutti simili e sincronici ma si avvalgono di corrispondenze personalizzate.
Mi giro con sguardo innocente per rivolgermi a qualcuno. Non l’ho voluto io, rassicuro il mio pubblico incosciente. Spegnete la musica, fate uscire l’orchestra.
Sono tutti troppo concentrati a comporre il proprio linguaggio, a sibilare una lingua codificata e una mimica rudimentale che li collega gli uni agli altri, all’arredamento dell’ufficio e a me; fino a creare una filigrana spessa di relazioni. Con calma le loro parole, i suoni e gli scorci di prossemica si depositano al loro posto fino a costruire una lingua comprensibile che attonita capisco e interpreto e cerco di scansare. Non l’ho voluto io, ve lo ripeto, non l’ho chiesto io. Riconosco a poco a poco la forma dei loro pensieri, le linee dei loro movimenti e l’ombra dei loro istinti repressi; individuo i collegamenti occultati tra chi sono e chi vorrebbero essere. Non sono una ladra, anche se li sto scassinando dalla porta sul retro, alla luce del giorno. L’operazione è pulita: entro e tutto ha l’aspetto della periferia di una grande città. Il codice anarchico di quell’equilibrio tra presenza e assenza di vita. Lo spazio troppo dilatato per coglierne la densità. I semafori cambiano colore quando non c’è nessuno, i rumori si sentono solo da lontano e i cani attendono, nella recinzione, fuori dalla porta a vigilare le palazzine. Il tempo delle persone si mimetizza agli incroci grigi: alcuni rispettano le leggi della città, altri quelle della natura. Il linguaggio clandestino dei miei colleghi dispiega la fisionomia periferica di una città sull’intero tavolo e su di me, che rimango a guardarli in silenzio; e colpevole. Vorrei suonare tutti i campanelli delle palazzine apocrife, far rimbombare gli allarmi delle due o tre abitazioni che ne possiedono uno e scalciare sui loro cancelli verniciati, farmi rincorrere dalla sirena di una polizia e far scattare l’inseguimento per qualche ora, nelle strade, nei viali e nei campi bruciati. Così da non reprimere la mia colpevolezza. Per dirglielo ora, forte, sovrastando la loro musica: fermatevi se volete salvarvi. Siete la mia colazione nuda, tradita e complice di sé stessa.
Non è incredibile, mi ripeto guardando il concerto, un tavolo di persone manovrate dai propri impulsi tradotti in linguaggio. Il frastuono creato ha al centro un sensore, di stabilizzazione, lo premo: le voci, i rumori, i sibili formano adesso una cantilena di idiomi rupestri che intrecciati compongono una di quelle reti su cui saltare sopra. Appena sopraelevata da terra, quel che basta per essere bestia e pensare di arrivare al primo coperchio del cielo. Ci credi? Ora che lo sto raccontando non sono più sicura che sia successo così, o tutto così. In quest’ordine, con questi dettagli, davanti a queste persone.



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Alessandro Fogo, L’intruso – Olio su tela, 155 x 180 cm, 2020 – Courtesy l’artista

Alessandro Fogo è nato a Thiene (VI) nel 1992; nel 2017 ottiene un Master in pittura presso la Royal Academy of Fine Arts di Anversa in Belgio, in seguito una laurea triennale in Arti Visive presso lo IUAV di Venezia. Nel 2018 vince il primo premio nella sezione pittura di ArteLagunaPrize di Venezia e nel 2019 vince il primo premio nella sezione pittura del Premio Combat di Livorno; nello stesso anno viene selezionato tra i dieci giovani artisti under28 per una mostra collettiva realizzata all’interno della Quadriennale 2020. Vive e lavora a S. Benedetto del Tronto (AP).


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28 marzo, 2021

CROMO-SOMA

Le mitologie personali fanno festa, credono di averci ingannato.
Abbiamo cercato la combinazione per ristabilire l’ordine e tornare ai nostri archetipi; ma loro ballano e brindano dal sipario delle nostre spalle. Le risate sono la nostra colonna sonora. Ci hanno resi appiccicosi, con il nettare che ci rovesciano addosso. Sui polpastrelli striati, sulla cornea inumidita, sull’asse obliquo del gomito, dicevi. Eravamo umani. La nostra carne adesso è su un transatlantico, andremo oltreoceano a riprenderci i nostri miti; e con loro tutte le specie viventi e quelle che hanno già vissuto. Abbiamo trovato i pesci in apnea e gli uccelli in picchiata, sotto forma di arabeschi profetici. Poi, la nostra vista si è appannata, qualcosa ci è esploso addosso. In quest’ordine sconvolto ci mette in salvo la nostra intesa. Sullo sfondo, si intravede una Babilonia opaca. Le scaglie che iniziano a scrostarsi rimangono sospese in aria, con noi tra poco. Quando arriveremo sulla terraferma, non potremo più guardare l’alba allo stesso modo.


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Rosso Polare sono Cesare Lopopolo e Anna Vezzosi, un gruppo di sperimentazione elettroacustica di artisti visivi formati all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dopo una serie di apparizioni dal vivo e performance in dialogo con il contesto artistico milanese, realizzano nel 2020 Lettere Animali, album d’esordio prodotto dall’etichetta siberiana Klammklang. Segue, nel 2021, Cani Lenti per Takuroku, etichetta ufficiale del londinese Cafe Oto, dove emergono sonorità campestri e ctonie contrapposte a strutture tipiche dell’improvvisazione call and response e dell’elettronica contemporanea.


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28 febbraio, 2021

CERIMONIA DI CHIUSURA

L’ASPETTO DELL’ALCE È CURIOSO, BUFFO QUASI. IL MUSO È GRANDE, LE ZAMPE SONO SPROPORZIONATE, IL COLORE DEL MANTELLO È BRUNO-GRIGIO A SECONDA DELLE STAGIONI.
La guida turistica insegna mentre ci aggiriamo tra le conifere e crediamo di essere dentro un documentario, ma verso la fine, poco prima dei titoli di coda. Se riavvolgessimo il nastro a tre giorni fa, mentre ci salutavamo camminando all’indietro e ci allontanavamo in aereo dal Canada, potremmo soffermarci sui nostri volti: una decina di parenti che concordano unanimi di acquistare il pacchetto viaggio safari, versione occidentale.
L’ALCE SOPPORTA CLIMI RIGIDI CIBANDOSI DI PIANTE ACQUATICHE, GERMOGLI E CORTECCE; PER AVVERTIRE IL PERICOLO UTILIZZA PRINCIPALMENTE L’UDITO E L’OLFATTO, LA VISTA È MENO EFFICIENTE. Continua la voce riecheggiando tra le foglie filiformi e gli acquitrini che si aprono sotto i nostri piedi. I miei sono i più piccoli di tutto il gruppo, le mie tracce sono ridotte. Mi compiaccio per una volta delle mie misure a malapena riconoscibili, minime per invadere il territorio dell’alce.
COME SPESSO SUCCEDE, LA PERCENTUALE DI UN INCONTRO RAVVICINATO CON UN ALCE, DURANTE QUESTE ESCURSIONI, È ALTA MA NON ASSICURATA.
Questo ci costringe a rientrare al rifugio, lasciando l’illusione dell’incontro negli intervalli che separano una conifera dall’altra, per tutta la distesa della Taiga. Io attendo l’alba e mentre tutti ancora dormono, metto in atto il mio piano in punta di piedi, stratificando il mio corpo di un manto di vestiti. A passi sostenuti, ripercorro senza errori di distrazione il tragitto del giorno appena trascorso con la guida turistica. La lontananza dal rifugio cambia il mio modo di vedere il cielo, si assottiglia tra le fronde severe a tal punto che queste mi divorano e ingeriscono in una sola battuta. Precipito nella gola della Taiga. Tra i suoi tessuti famelici, le mani indugiano cercando appigli per fare attrito e fermare la mia assimilazione all’interno del verde, invano. È nella profondità delle conifere e del muschio, dove tutto è insonorizzato, che riesco a scorgere due figure: sono una donna e un uomo intenti a sollevare da terra i corpi leggeri e privi di vita degli alci. Li seguo a loro insaputa e mi conducono nel loro studio, una sala fiorita di petali e vegetazione; un giardino rigoglioso incastonato in una foresta quasi sterile. I due giovani raccolgono con cura e rispetto i migliori petali, aggiungono ornamenti e incensi. Diffondendo profumo ovunque, depositano le decorazioni sui cadaveri stesi sul tavolo, enormi alci in riposo definitivo. Questi vengono studiati al fine di indovinare la composizione più armoniosa per scattare una sequenza di fotografie. Attraverso la rappresentazione della loro ultima cerimonia, gli alci tornano nella loro imperitura interezza a confessare il desiderio di esistere. Non più carne, ma tessuto sintetico. Non più pelo, ma merletto. Come se l’alce non fosse mai stato ossa, ma perle e pietre preziose. Lì, nella pancia verde della Taiga, tra i flash rossi degli scatti, capisco che quel giorno non incontrerò nessun alce. La vedo, impressa nei rivoli di fanghiglia, la sua immagine inflessibile, con i palchi squadernati e la neve che fiocca ostinata dentro le sue pupille. L’alce rumina l’erba e se ne va, monumentale ma di una consistenza quasi gassosa, si disperde nel giro di pochi secondi nella sferzata di aria gelida che sento addosso. Il nostro incontro è già avvenuto e si è calcificato nella memoria ossea di un cervide. Se i miei ricordi risiedessero in uno di quei corpi manieristi, inclini a essere eternizzati nella loro ultima foto, so già che non sarebbero i miei. Il corpo dell’alce che contiene la mia memoria si è fermato sul giaciglio di una strada, disarmato senza sepoltura e cerimonia di chiusura. Un fiume gli scorre vicino, e lì apro gli occhi. Sopra, una fessura di cielo scarabocchiata da un horror vacui di foglie sempreverdi.



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Monia Ben Hamouda, Exhaust, 2018 – Acciaio, silicone, pigmento, cera, resina, gesso, acqua; 110x110x20cm, Collezione privata – Courtesy l’Artista.

Monia Ben Hamouda (Milano, 1991) è un’artista visiva italo-tunisina. Ha conseguito una laurea in Arti Visive (Scultura) presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano ed è vincitrice del premio DUCATO per l’ Arte Contemporanea 2020 (menzione speciale). È stata Visiting Professor presso la Hochschule für Bildende Künste Dresden (2021) e  membro della giuria del Film Maker Festival, Milano (2014). Il suo lavoro è stato esposto presso: Bungalow! by ChertLüdde, Berlino (UPCOMING 2021); Pols space, Valencia (UPCOMING 2021); Belinskej Model, Prague (UPCOMING 2021); Museo Pecci Prato e 101 Numeri pari x Treti Galaxie, Roma (2020); Istituto Svizzero x Museo Civico di Scienze Naturali, Milano (2020); ADA, Roma (2020); Gallery CC, Malmö (2019); Alios 16ème Biennale d’Art Contemporain, La Teste-de-Bûch (2019); Galerie Valeria Cetraro, Parigi (2019); Alta art space, Malmö (2019); Et.al gallery, San Francisco (2018); Universitätssammlungen Kunst Dresden, Dresden (2017);  Marselleria Permanent Exhibition, Milano (2017); Werkschauhalle Leipzig, Leipzig (2017); Ginny Projects, London (2017); The Wrong – Digital Art Biennale, Hong Kong (2017); OJ , Istanbul (2017); Milano Film Festival, Milano (2016); Viafarini DOCVA, Milano (2014).


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31 gennaio, 2021

SOUVENIR

T. è davanti a un arsenale. Frantumi di gesso cosparsi sul pavimento in cambio di armi ben riposte. La sua attenzione si divide tra il disastro che ha combinato e il sottofondo che sente provenire dall’appartamento accanto. Un aspirapolvere diffonde un suono continuo, intercalato da qualche singhiozzo, non è fastidioso ma non dovrebbe esserci. T. è chino davanti a quei detriti disomogenei come a una reliquia da pregare, solo perché a pezzi.

S. aveva sentito una vibrazione fortissima e poi il freddo liscio del pavimento. Datemi uno specchio, pensa. A tal punto smania di sapere come appare agli occhi di T. che, chino davanti a lei, è sul punto di fare qualcosa controvoglia. T. si mette comodo per prendere i cocci uno a uno. Preferirebbe non aver rotto la statuina; non per la statuina in sé, ma per l’obbligo che ha ora di ripulire. Gli altri soprammobili sono ancora intatti, ci passa sopra lo sguardo. Tutto è come prima, gli suggerisce la visuale: il posacenere quasi vuoto è la pista di atterraggio di piccole imperfezioni permanenti, al margine di altri souvenir di posti esotici, senza starne a precisare i confini. Il colpo ha demolito solo la statuina. S. si trovava più esposta, tutta al lato destro del mobile, sentiva gli spostamenti d’aria di T. quando passava, mai aveva temuto di essere travolta un giorno, da quelli. T. prende in mano un coccio, ripensa alla statuina nella sua interezza. Lo stupore di non associarle nessun ricordo lo assale. Si mette alla prova: sceglie a caso uno dei soprammobili ancora intatti e cerca di ricordare almeno un dettaglio. Un nome, una direzione, un indizio. Funziona. Lo ripete così con tutti gli altri souvenir e la sua memoria scatta all’occorrenza. La statuina rimane smemoriata. Come se fosse sempre stata amemoriale. Mani, polveri, neon, variazioni di temperatura: T. recupera la storia delle immagini che gli sembra di aver conservato fino ad allora. Srotola le traiettorie che lo conducono alla statuina come fossero pellicole consumate. Tutte cieche da quanto sono bianche. Così come il suo sguardo. Per ogni frantume che ripulisce da terra, l’immagine del ricordo della statuina pare scolorarsi ancora di più, come scoprire chissà quanti strati di bianco dietro al bianco. T. raccoglie gli ultimi pezzi rimasti a terra e li depone sulla paletta per buttarli via. È un cortocircuito, ma candido, di un bianco irreversibile. L’assenza costante del ricordo concentrata in due o tre millimetri kitsch. Va verso la cucina con gesti meccanici, apre il secchio e rovescia tutto dentro, guardando uno per uno quei frantumi scendere a pioggia nel fondo nero, senza pensarci ancora. S. è lì nella profondità del secchio, masticata dal buio ma contornata di luce propria. Una luce naturale nella tarda mattinata di domenica; in una galleria senza traffico, con la strada liscia e materna, l’illuminazione artificiale trascurabile e le montagne alla fine, appena fuori il tunnel. Poggiava sul sedile accanto a T.

T. non è il primo e neanche l’ultimo. I ricordi sono ancora intrappolati nelle statuine di gesso in fondo alla spazzatura in cucina.



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Clarissa Baldassarri, Ricordo mobile di un fermo immagine, 2020 – Courtesy Gian Marco Casini Gallery, ph Francesco Levi

Clarissa nasce a Civitanova Marche nel 1994.
Dopo aver studiato Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, inizia le prime sperimentazioni con la foglia PET e il plexiglass. Realizza una serie di lavori tra cui Limite cieco, opera che nel 2017 vince il Premio d’Arte Quarelli entrando a far parte della collezione permanente del Parco di Roccaverano. Nello stesso anno, il trasferimento a Napoli e il percorso di studi in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti contribuiscono a influenzare il suo lavoro permettendole di sviluppare il progetto Eikona. Esposto nella sua prima personale presso la Galleria GMCG di Livorno nel 2018, consiste in una serie di altarini ed edicole votive orientate a problematizzare il fenomeno dell’idolatria dell’immagine. Una delle opere presentata in occasione della stessa mostra, Sindone n°2, vince il Premio Speciale Art Tracker del Combat Prize 2019. Si dedica poi ad Ausiliare, il suo progetto di tesi specialistica, una mostra personale curata da Marianna Agliottone e Rosaria Iazzetta nella Chiesa di San Giuseppe di Napoli.
Negli ultimi anni Clarissa inizia a sperimentare tecniche digitali servendosi di strumenti di misurazione scientifica come il fonometro. Con l’opera Sound data logger ottiene la Menzione Speciale Arte Accademia del Ducato Prize 2020. Nel settembre 2020 è tra i 20 artisti selezionati per il progetto Una boccata d’arte a cura di Fondazione Elpis, con il sostegno di Galleria Continua.
Ha inaugurato recentemente la seconda personale “Entropia” nella galleria GMCG.


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Cecilia Angeli (1995) vive e lavora a Milano. Si è laureata in Arti Visive e Studi Curatoriali in NABA con una ricerca sugli spazi d’arte indipendenti, suo oggetto di indagine e di ricerca. È interessata ad approfondirne le pratiche e le politiche, preferendo contesti giovani e multidisciplinari. Collabora con Forme Uniche e scrive racconti brevi con l’obiettivo di creare un formato permeabile in cui la scrittura e le arti visive si attivano e si corrompono a vicenda.