L’involuzione del pensiero libero. Arte e giornalismo all’epoca del non-detto di Matteo Bergamini

L’involuzione è un fenomeno biologico che induce all’atrofia degli organi, al regresso e al decadimento, metafora della contrazione delle facoltà individuali, effetto di un’omologazione delle menti addomesticate a una visione sempre più distante dal dibattito, dal confronto e dal pensiero critico. Che sia in atto una crisi della cultura, lo dicono molti studiosi evidenziando la crisi del sapere, degli studi umanistici e artistici, a favore delle tecno-scienze e dell’economia, ritenute indispensabili per costruire le società future ma non sufficienti da sole per risolvere i problemi dell’umanità, che hanno bisogno anche di approcci differenti. Ogni disciplina ha peculiarità che non esclude le altre: è l’insieme di queste che consente agli uomini di conoscere e capire il mondo che abitano. L’attuale storia contemporanea ha contribuito a enfatizzare i problemi pregressi in ogni settore, a svelarne fragilità e errori non risparmiando nessuno, e l’esito è stato inevitabile: una scia di detriti e macerie su cui costruire e un’occasione irripetibile per gettare le basi per un cambio di paradigma, che metta al centro la cultura come fondamento della società. Ma sapremo davvero cogliere questa occasione?

L’involuzione del pensiero libero. Arte e giornalismo all’epoca del non-detto è l’ultimo libro di Matteo Bergamini (giornalista, critico, direttore di Exibart e collaboratore di D La Repubblica), edito dalla casa editrice postmedia books. L’autore riflette e si interroga sul ruolo del giornalismo, della critica d’arte e delle opere in un epoca di omissioni. L’arte non è solo il luogo o non luogo – per dirla in maniera augiana1– in cui la contemporaneità passa sotto la sua lente prima che gli altri se ne accorgano, ma è anche l’unica utopia (ancora) possibile, in un contesto storico che ormai da decenni ha messo la parola fine alle grandi narrazioni che hanno caratterizzato i secoli precedenti. Quello che si chiede e ci si aspetta dall’arte è la capacità non solo di guardare il mondo con occhi diversi, ma di assistere alla sua restituzione, con le opere, attraverso una visione capace di scardinare le convenzioni. Di restituirci azioni e reazioni attraverso una pluralità di voci non univoche, che diano adito a un dibattito aperto, variegato e eterogeneo. Una libertà espressiva – sancita e riconosciuta da ordinamenti di paesi democratici e da strutture sovranazionali – che è caratteristica intrinseca della ricerca artistica: “Nessun artista è libero, eppure gli artisti sono le uniche possibilità di contestazione vivente, che mantengono un minimo, impercettibile, spiraglio di libertà in quella che è la cultura di massa2”.

Bergamini ricorda che “In una seria indagine critica, e lo rivela l’etimologia della parola stessa, l’importante è allontanarsi e scegliere punti di vista non canonici, non codificati, men che meno accettati come certi o scientifici […]”. Se un distanziamento fisico è previsto dalle attuali disposizioni sanitarie e diviene paradigma sociale, l’allontanamento cui fa menzione l’autore è stato pressoché sospeso e oscurato in maniera evidente, soprattutto negli ultimi tempi. Nell’indifferenza della massa blumeriana3 e nell’insofferenza di un pubblico meno numeroso ma comunque presente, la tendenza registrata è quella di un’omogenizzazione (nella sua accezione più tecnica) ispirata dalla creazione e contrazione di un pensiero unico, univoco e non eterogeneo, in antitesi con la natura della professione giornalistica e dell’arte. L’opera, nel suo essere significante e in quel suo costruire e costituirsi relazione con il mondo, ha bisogno di non edulcorare oggettualità rilevate e già evidenti a tutti ma di metterle in discussione, di interpretarle e di essere rivoluzionaria, reazionaria e controcorrente: “Così, l’ultima speranza dell’arte per resistere ai nostri tempi interessanti…è farsi reazionaria”; il giornalismo rimane ancora una professione “desueta e d’altri tempi” che insieme alla critica d’arte – che ne è una sua costola – ha necessità di recuperare un’indipendenza di giudizio che si allontani da omologazioni e contenuti prodotti come merci standardizzate e ritrovi, invece, una rinnovata esigenza di analisi fresca, audace e autonoma.



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Per entrambe si rivendica un principio di autodeterminazione e una capacità – in linea con i tempi – di adoperarsi “come un virus all’interno del sistema. Se opero come un…impostore, un infiltrato, mi riprodurrò quanto si riprodurrà il sistema”, come suggerito nello statement di Félix González-Torres oltre vent’anni fa. L’arte ha bisogno di un “movente” per “dare corpo e voce a opere, volumi e accadimenti […]”, ha necessità di disobbedire agli ordini – che è anche un capitolo del libro – “di scandalizzare, aprire una breccia politicamente scorretta e sincera, senza risparmiarsi il terrore dell’incomprensione […]”. Il giornalismo ha necessità di preservare la propria autorevolezza ricercando la verità. Se la comprensione, più in generale, implica un’analisi attenta e l’elaborazione di visioni autonome, dobbiamo però fare i conti con una società incapace di prendersi il tempo necessario per farlo. Da un lato, ci si è disabituati al pensiero critico, che ha bisogno di essere educato e coltivato perché richiede non solo competenze maturate attraverso una conoscenza più scolastica e accademica – anche se non ne è direttamente proporzionale – ma anche di una mente aperta e di capacità d’ascolto. Dall’altro lato, il tempo indispensabile a formulare il critical thinking si riconosce distante dal sistema globale dominato dalla velocità, e dal conseguente eccesso di contenuti che diventano immediatamente obsoleti. L’estrema sintesi di questo fenomeno conduce a visioni sommarie e superficiali, che non vanno mai a fondo, se non raramente; registra risposte immediate, consolatrici temporanee di un’illusoria verità che assumono il valore della certezza. Non resta che una realtà frammentaria e imprecisa, che talvolta genera un falso in-consapevole. Per motivi diversi ci si affranca al conformismo della massa piuttosto che fare i conti con il “terrore dell’incomprensione”; si assecondano convenzioni e ci si adegua a scelte che sottraggono all’uomo facoltà e libertà preziose. Ci vuole un gran coraggio per non eludere le proprie responsabilità di pensatori, per essere il pesce piccolo4 piuttosto che uno squalo.

Alla scrittura manca una volontà di schierarsi poiché “Scrivere di arte è schierarsi, è militanza. Anche se si sceglie la via dell’imparzialità non ci si potrà mai esimere dal fatto che si sta scrivendo per una questione poetica”. Bergamini, nelle ottanta pagine dense e pregnanti di suggestioni, stimoli e riferimenti al cinema, alla lettura e non solo all’arte, apre uno squarcio nella mente e negli occhi affinché si ritrovi un coraggio dimenticato. Parole come lame, pungenti ma spontanee. Una chiarezza espressiva che senza giri di parole o discorsi politicamente corretti conduce a una chirurgica consapevolezza che scandaglia paure e richiama a riabilitare il pensiero critico. Il coraggio di chi scrive è quello di avere autonomia di giudizio indipendente dal “partito unico globale il cui intento è la limitazione delle libertà e dell’intelletto”. Vi è quella rivendicazione sacrosanta a rifuggire l’appiattimento: “Nell’epoca della reale comunicazione di massa, talmente reale dall’apparire la soglia del credibile, il giornalismo non piegato alle logiche “social” ma più incline alla società, può (o poteva?) rappresentare l’ultimo baluardo di una informazione non drogata sui temi della creazione umana, e di conseguenza del mondo”. La sua è una visione pura che si manifesta resistendo alla contaminazione della massa, che attiva una riflessione in una fase storica che coglie l’occasione per ridefinire gli orientamenti della società futura. La scrittura d’arte “come ultimo ingranaggio del sistema, situato nel punto più basso e sinistro della piramide della comunicazione” ha bisogno di liberarsi da un meccanismo ereditato dal giornalismo, che a sua volta ha assorbito i linguaggi dell’estetizzazione e della spettacolarizzazione del mainstream, e che ora mette in scena il suo teatro globale su schermi o su pagine che odorano di inchiostro. Agli artisti, invece, si richiede il coraggio di essere controcorrente, e nella pittura Bergamini riconosce “il vero medium incendiario[…]Che deve essere però impastata degli ingredienti che Mark Rothko forniva – nella sua ricetta – agli studenti del Pratt Institute di Brooklyn: mortalità, sensualità, conflittualità, casualità, ironia, arguzia e speranza[…]”; così come a Pier Paolo Pasolini, Derek Jarman e Vittorio Pietro Tondelli ravvisa quell’audacia di aver svelato “senza ipocrisie i tre decenni più caldi della storia del Novecento”.

In conclusione, l’unica speranza per il cambio di paradigma citato all’inizio è riappropriarsi delle facoltà che fanno della specie umana un essere pensante, pena il rischio dell’involuzione permanente.

Elena Solito


1 Augé M., La nuova geografia della globalizzazione (edizione italiana a cura di Emanuele Casti, Franco Angeli, Milano 2020).
2 Barthes R. intervistato da Jacques Henric in Art Press Maggio 1977, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi 2001, citato nel saggio di Bergamini M. L’involuzione del pensiero libero. Arte e giornalismo all’epoca del non-detto, postmedia books
3 Blumer H., psicologo sociale e sociologo americano (1900-1987), approfondisce il concetto di massa: “composizione eterogenea di individui anonimi tra i quali c’è interazione ma poca organizzazione”, diversamente dal pubblico “gruppo di persone che affrontano un problema, mentalmente divise circa la soluzione, ma accomunate dall’apertura di un dibattito in vista della stessa” (1946), in grado di formare un’opinione pubblica.
4 Metafora che rimanda a Il pesce piccolo di Francesco Zambon, ex funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità al centro di una storia recentissima di censura e reticenza.


Matteo Bergamini , L’involuzione del pensiero libero. Arte e giornalismo all’epoca del non-detto, postmedia.books, 2021.

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Caption

Ritratto Matteo Bargamini – Courtesy Matteo Bergamini

L’involuzione del pensiero libero. Arte e giornalismo all’epoca del non-detto, postmedia books, 2021 – Copertina di Andrea Di Cesare, 2021