Intervista a Emii Alrai

Traduzione a cura di Maria Luigia Gioffre

La pratica di Emii Alrai (1993, Blackpool) tocca temi quali nostalgia, identità geografica e pratiche espositive postcoloniali. Focalizzandosi sulle antiche mitologie del Middle East e sulla storia personale dell’Iraq, Alrai mette insieme narrative forgiando artefatti e residui di collisioni culturali.
Emii Alrai è stata Artist-in-residence per in In-ruins nel 2021 insieme agli artisti Anna Ill, Itamar Gov e Martyna Benedyka. Lo stesso anno è selezionata per Triangle Astérides Residency (Marseille) e, nel 2020, ha ricevuto il premio Paul Hamlyn Foundation. Mostre recenti includono: Jerwood Solo Presentations (2021), The Tetley, Leeds, UK (2020); VITRINE, London (2019), Two Queens, Leicester, UK (2019); GLOAM, Sheffield,UK (2018)


Durante la residenza presso In-ruins, il tuo lavoro si è focalizzato sul dialogo con gli artigiani locali e sull’apprendimento e lo studio dell’antica tecnica bizantina dell’ingobbio. Come si inquadra questa ricerca con la tua pratica artistica?

Sono stata davvero fortunata. Ho imparato la tecnica dell’Ingobbio presso Decò Art di Squillace con la meravigliosa ceramista Tina Gallo e suo marito Mimmo che mi hanno insegnato molto sulla storia e sulla tecnica dell’ingobbio, un fare decorativo che fa uso di due tipologie di argilla, le quali vengono incise e poi cotte per un’immagine a rilievo. Ho anche scoperto i percorsi storici che argilla e pigmenti hanno attraversato in epoca bizantina. L’ingobbio nasce come tecnica per illustrare universi mitici e naturali trascritti su oggetti di vita quotidiana in segno di prosperità e salute: bicchieri, caraffe da viaggio, etc. È stato molto interessante scoprire come le forme tradizionali dell’ingobbio potessero essere utilizzate per raccontare la ricerca che stavo conducendo sulla vita delle piante che crescono spontanee nei siti archeologici come, per esempio, il tarassaco, e come l’uso della ceramica potesse essere una via per esplorare oggetti narrativi in risposta alla ricerca della residenza, imparando una tecnica specifica del paese di Squillace. È una tecnica meravigliosa e ho portato un piatto da cuocere in UK, l’ho portato con me in viaggio come un bambino.

Com’è stato per te trascorrere il tempo in Calabria? Da artista British-Iraqi, quali aspetti culturali, se ve ne sono, trovi in comune tra la storia dell’Iraq e quella del Mediterraneo in generale?

Trascorrere il tempo in Calabria è stato incredibile. Era la prima volta che ci andavo. Sono rimasta particolarmente colpita da come il paesaggio detta l’intervento architettonico umano, al contrario del Regno Unito.
C’è qualcosa che ho sentito profondamente connesso alla memoria del passato sia in termini orali, personali, sia in termini propriamente archeologici. Ho amato il fatto che ci fosse una relazione tra le piante e la loro crescita nello spazio, ve n’erano in abbondanza. Ho amato e sentito una fortuna la possibilità di visitare, così come passeggiare in luoghi quali il Parco Archeologico di Scolacium, Capo Colonna (che mi ha spezzata il cuore) e il Parco Archeologico di Locri.
Trovarsi in un luogo con tutti questi resti archeologici è stato davvero fonte d’ispirazione per ragionare sui processi di conservazione, abbandono e, soprattutto, sulle forme pubbliche e private entro cui i beni culturali vengono utilizzati oggi. Riservo sempre un grande interesse verso la differenziazione del patrimonio culturale, dei palazzi storici, e sulla questione di fino a che punto questi possano essere pubblici o smettere di esserlo per essere utilizzati come venivano utilizzati in passato. Sono consapevole che la loro gestione pubblica deriva da necessità di conservazione, ma una parte di me immagina queste strutture portate fino all’esasperazione del loro processo di rovina, in cui la connessione con il loro essere rovina si fortifica attraverso l’uso invece che attraverso la conservazione.

La mia relazione con l’Iraq è sempre stata di presenza e di distanza, pertanto non so direttamente delineare i punti in comune tra spazi e storie, ma ho amato una cosa: la fiducia e l’importanza della tradizione orale e delle storie, che è qualcosa di profondamente incorporato nella mia comprensione della cultura dell’Iraq, e le modalità con cui queste plasmano il passato, il presente e il futuro così come le modalità in cui le mitologie interagiscono con il reale. Anche il cibo! E l’importanza del mangiare insieme!

Considerato il dibattito attuale in campo artistico, quali spazi di incontro pensi possano darsi tra il recupero di antichi processi artigianali e le pratiche attuali degli artisti? Come immagini l’archeologia e le pratiche digitali possano coabitare?

Credo che ci sia assolutamente, ora più che mai, spazio per le pratiche artigianali nell’arte contemporanea. Le pratiche di artigianato che fanno uso di tecniche e materiali tradizionali sono molto preziose ed è molto importante tramandare queste storie alle generazioni future. Sicuramente esistono dibattiti intorno alla terminologia di art and craft, su cosa le differenzia, e se questo deve essere considerato rilevante – io credo che non debba necessariamente esserlo. Mi vengono in mente molti processi che si basano sulla tradizione e poi convergono nella creazione di nuove tradizioni e, forse, è qui che l’intersezione dell’apprendimento fiorisce: nei modi in cui aggiungiamo nuovi livelli di storia all’artigianato. Credo che lo stesso discorso possa essere applicato alla coabitazione di archeologia e pratiche digitali. Lavorando con il Depôt Archaeologique a Marsiglia all’inizio di quest’anno, mi sono resa conto di come molte pratiche post-digitali già abitano nella cornice di una comprensione archeologica: per essere lette, per il loro carattere informativo e per essere usate come fonte.
Credo che la fisicità e il post-digitale si fonderanno sempre più, si cerca sempre uno spazio dove far aderire le identità; personalmente questo a me accade nella forma dell’oggetto archeologico.



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In relazione alla tua pratica artistica, come raccogli gli elementi sui quali lavori? Da dove parte il processo e dove approda?

Di solito inizio la mia ricerca tramite letture, spesso trascorrendo tempo nelle librerie e rovistando nelle bibliografie al fine di cercare materiale.
Traggo molti stimoli e punti di partenza conversando con le persone, un esempio Tina e Mimmo di Deco Arte a Squillace, i quali mi hanno indicato libri specifici su l’ingobbio che non erano facilmente reperibili. Recentemente ho iniziato a utilizzare la fotografia 35mm come parte del processo di ricerca il quale, al momento, consiste nel visitare musei che ospitano del materiale che spero di sviluppare nella mia pratica.

Una volta collezionato questo materiale primario attraverso la fotografia e la lettura, passo attraverso un periodo di scrittura, che poi diventa di schizzi/disegni, spesso a inchiostro molto veloci o pastello, i quali mi aiutano ad ammorbidire le mani. Dopo questa fase, sono pronta a lavorare fisicamente con la scultura, una fase che amo ma che trovo fisicamente molto stancante. Alcuni momenti che preferisco del processo sono il leggere e catalogare i miei numerosi scritti a mano indecifrabili, così come gli oggetti raccolti, come pietre o piante, o anche sfogliare le immagini nei libri. Quest’ultimo lo trovo veramente gioioso e mi sento fortunata ad averlo come parte del mio processo di lavoro.

Il tuo lavoro è stato recentemente in mostra a Jerwood Arts. Cosa ha riguardato questo ultimo lavoro?

La mia ultima istallazione si intitolava Passing of the Lilies ed era parte di Jerwood Solo Presentations insieme ai lavori Freya Dooley e Bryony Gillard. Passing of the Lilies è un’installazione scultorea che è stata presentata nella Gallery 1 di Jerwood Arts, facendo uso degli agganci delle infrastrutture e architetture dello spazio. Il lavoro era composto da intonaco rivestito, scolpito con polistirene, che lo faceva rassomigliare a rovine scavate, facciate architettoniche di siti archeologici. Ancorata ai pilastri di Jerwood Arts attraverso armature di metallo, l’opera era fissata in alto, sopra la testa dei visitatori, emulando le modalità in cui i musei occidentali spesso mettono in mostra oggetti di scala monumentale. Su queste forme erano riposti altri oggetti più piccoli fatti in argilla o intonaco e patinati come se fossero di vecchia data, bronzi ossidati e di valore, tenuti da strutture di metallo lungo il muro, così da interrogare la nozione di protezione, lo strascico coloniale della pratica di conservazione in Occidente e il loro coinvolgimento con oggetti di violenza: l’armatura-struttura di metallo. C’è qualcosa riguardo la struttura di metallo che ha a che fare con l’idea di caccia e con i modi in cui i musei collezionano oggetti mantenendo questa sorta di aura – si pensi a come i musei potrebbero non essere differenti da armerie o cimiteri. Uno dei più recenti sviluppi in Passing of the Lilies è stata l’inclusione di gigli veri, che sono fioriti e appassiti nel corso della mostra, giocando così con l’idea di cosa nella storia sopravvive e cosa no, se la vita di una pianta ha più valore di oggetti creati dall’uomo oppure no. Inoltre, avevano un profumo davvero delizioso!

A cura di Maria Luigia Gioffrè


www.emiialrai.com

www.inruins.org

Instagram: emiialrai


Caption

Emii Alrai, Squillace, In-ruins Residency 2021 – Courtesy In-ruins

Emii Alrai, Passing of the Lilies, Jerwood Solo Presentation, Jerwood Arts 19 May – 20 July 2021 – Courtesy of the artist, phAnna Arca