Indisciplina + Carlo Marcuccy

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Com’è nato il rapporto con l’arte visiva, durante e dopo il tuo periodo al Politecnico di Torino, nello studio dell’ingegneria ambientale? Come questa ha influito sul tuo pensiero e sulla pratica artistica?

Il rapporto con l’arte visiva è nato prima di iniziare gli studi in Ingegneria; direi che c’è sempre stato perché, per me, l’arte è un gesto fatto d’istinti. Studiare al Politecnico ha fatto sì che mi allontanassi dal mondo dell’arte, o che gli dedicassi meno tempo rispetto a quello che avrei voluto. Questo ha determinato l’attivazione di una forza elastica, come una molla che esercita una forza proporzionale alla sua deformazione. Non so, e non saprò mai, cosa sarebbe successo se non avessi intrapreso questo percorso di studi ma, a oggi, sono un ingegnere ed è questo che continua a caricare quella molla.
Il percorso accademico ha cambiato totalmente il mio modo di fare, produrre ed essere, facendomi diventare molto più preciso, puntuale e pragmatico. In realtà ho un certo rigetto per il rigore e per la presunzione che l’essere umano ha di poter calcolare tutto ma non posso negare di convivere con questa dualità interna.

Come inserisci la ricerca nel tuo lavoro, come la intendi, come la sviluppi? Quanto è importante la lente attraverso cui leggi l’arte data dai tuoi studi transdisciplinari? Qual è il rapporto con le ricerche fatte e l’accademia?

La ricerca, per me, è un insieme di azioni che non hanno mai fine, è sperimentazione – come fanno i bambini che si interfacciano con un mondo che non hanno mai conosciuto. Nel mio lavoro, provo sempre ad annullare ciò che ho imparato, ciò che penso di conoscere, per avvicinarmi con una certa ingenuità a un oggetto, una scena, un colore, in modo da poterlo utilizzare, modificare, indagare ogni volta in maniere diverse, lontano dalla sua consuetudine. Questo processo risulta, in parte, difficile perché il mio percorso di studi e le mie esperienze professionali mi spingono verso il razionale, un universo costituito da parametri, calcoli, normative che cercano di inscatolare in qualsiasi caso e in qualsiasi condizione. Testando quotidianamente i limiti della ragione si può cercare di attuare una regressione temporanea, tendendo verso processi vissuti nell’infanzia, e quindi disimparando ciò che l’assetto adulto ci ha costretti a conoscere. A questo si contrappone la mia formazione non accademica, che mi consente di disconoscere storie, tecniche e correnti artistiche e mi fa sentire abbastanza bambino. Tuttavia, scarabocchiare è molto difficile.

Nasci come writer, sei molto vicino alla scrittura visiva, al lettering e al segno; eppure nei tuoi lavori non produci narrazioni o opere che raccontano, ma trasformi la realtà in azione purificatrice e destabilizzante. Il tuo gesto pare non invasivo, ma osservando le tue opere – le modificazioni attivate su riviste, tabloid, cruciverba e fumetti – si comprendere come la serialità delle stesse scompaia. Questo è un possibile, breve riassunto del tuo lavoro artistico, tu come ti racconteresti?

A lavoro compiuto mi accorgo che l’impronta del writing è sempre nei miei progetti artistici: altero la realtà occupando lo spazio, cerco di fornire spunti di riflessione, senza che questo implichi un intervento invasivo per l’oggetto modificato. La stessa cosa avviene con i graffiti che compaiono sui muri sotto casa durante la notte, l’intervento avviene senza che ce ne accorgiamo – che ci piaccia o no – l’occhio li guarda, sia se infastidito, sia se compiaciuto. La differenza è che il segno, il gesto, nei miei lavori è lasciato da un bambino.
Sulle riviste modificate e intrappolate nella resina questo modus operandi è riconoscibile. Altri progetti in fase di sviluppo restituiscono una modifica della realtà, del quotidiano, senza avere l’onere o la presunzione di dover raccontare qualcosa, seppur contengano un messaggio o uno spunto di riflessione. Sto lavorando a un progetto che è una buona sintesi di questa pratica: ho ripreso delle tavole da disegno tecnico fatte durante il liceo e l’università piene di regole e rigore, impresse a matita, a cui contrappongo il colore e il segno incerto del bambino di cui parlavo, dei gesti istintivi. Altri due aspetti nei miei lavori sono la serialità, che voglio far svanire, e il fatto che tutti i progetti prevedono la realizzazione di più pezzi, diversi tra loro ma che appartengono a una stessa categoria, a una stessa serie – la serialità ricompare travestita.



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Quanto è importante per te la commistione di linguaggi nel tuo lavoro?

Il mix di linguaggi e di media è imprescindibile, un bambino che sperimenta potrebbe usare una pietra come matita su una foto del mare. La sperimentazione porta inevitabilmente a confrontarsi con diversi mezzi e, molto spesso, a mescolarli, come in un brodo dove ogni verdura, a seconda della quantità, contribuisce a dare un certo sapore e dice la sua.
Perché comunicare con un solo linguaggio sarebbe limitante sia per chi vuole esprimere un concetto sia per chi deve o vuole recepirlo. Nelle cose che faccio c’è sempre la compresenza di più discipline o mezzi di comunicazione: stampa, disegno, scultura, pittura, fotografia, scrittura, cucina.

I tuoi lavori non seguono un percorso lineare, ti interessa la materia, la sua struttura e parallelamente l’utilizzo che si può fare dell’informazione – cosa vorresti che il fruitore percepisse\interiorizzasse\utilizzasse?

Innanzitutto, vorrei dare al fruitore la possibilità di aver a che fare con oggetti che subiscono un’evoluzione rispetto alla loro funzione che hanno nel quotidiano. Bisbigliando negli occhi. E mi farebbe molto piacere attivare uno scambio, un’interazione. Non conoscendo però la risposta che il fruitore possa avere, né il messaggio che abbia ricevuto, mi incuriosisce la molteplicità di connessioni che si possono instaurare. Lo scambio e l’interazione devono trovare un punto di contatto. Vorrei, infatti, che i miei lavori fossero presi in mano per avere un rapporto diretto col fruitore, che solo in questo modo ha la possibilità di gestire appieno un confronto.

Se arte contemporanea significa abbandono delle τέχνη [téchne], allora il termine non è più sufficiente perché oggi, la maggior parte degli artisti non abbandona la tecnica, ma non l’ha mai conosciuta. A te basta? Ti senti incluso?

Come detto prima, nel mio processo tendo a disimparare ciò che penso di conoscere, nel tentativo di privarmi delle esperienze acquisite. La parola tecnica però è ricorrente sia nei miei studi – “tecnici” – che nel ruolo che ricopro attualmente – “Specialista Tecnico”. Sono quindi a conoscenza di un determinato tipo di tecnica ma che non ha a che vedere con l’arte contemporanea. Il fatto di non aver condotto studi accademici mi agevola in questo processo, poiché più facilmente – e quasi senza sforzo – posso regredire e togliere razionalità alle azioni. Forse però non ho chiaro il concetto di tecnica.
Ad esempio, con le riviste cerco di attuare un’inversione della scultura, dando volume anziché toglierlo. Questo rientra nella tecnica di cui parli? O ne fa parte solo la fusione a cera persa? So che nel mio processo c’è un abbandono, uno stand-by di esperienza (o tecnica) e allo stesso tempo sono consapevole di non avere una formazione accademica tale da conoscere appieno la τέχνη. Non so quindi se il termine basta. Ma c’è bisogno di inscatolare tutto?

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Carlo Marcuccy vive e lavora tra Roma e Pescara. Carlo scarabocchia da quando era bambino e i suoi tratti e disegni sono rimasti a quegli anni. Nel tempo libero lavora come ingegnere ambientale.

A cura di Manuela Piccolo


www.carlomarcuccy.com

Instagram: carlomarcuccy


Caption

Carlo Marcuccy, Being John Malkovich, Dicembre 2020, Style Magazine n.12 – Pastelli a olio su rivista in resina epossidica, 25x33x1cm – Courtesy l’artista

Carlo Marcuccy, OH_MY GOD, 2020 – Pastelli a olio su shopper H_M, 22x27cm – Courtesy l’artista

Carlo Marcuccy, Chiquita Millennium, Settembre 2020. Millennium n.38 Anno 4 – Pastelli a olio e adesivi Chiquita su rivista in resina epossidica, 25x30x1,5cm – Courtesy l’artista

Carlo Marcuccy, n.8. Serie – Pastelli a olio e acrilico su foglio Fabriano F4, 33x48cm – Courtesy l’artista

Carlo Marcuccy, F4, 2019 – Pastelli a olio su cover album Fabriano, 33x48x1cm – Courtesy l’artista