HYBRID ARCHIPELAGO » Intervista a Enrico Della Torre 

Hybrid Archipelago fornisce una mappatura provvisoria, consentendo un confronto tra le diverse pratiche artistiche sviluppate dalle giovani generazioni italiane all’estero. La rubrica cerca di trarre alcune conclusioni che potrebbero essere rilevanti per la scena artistica contemporanea muovendosi nelle riflessioni degli artisti, tra ricerche spesso parallele ai luoghi dove hanno deciso di trasferirsi sviluppando una mappa in divenire nella quale confluiscono i saperi.

Mi confronto in questo caldo autunno, con Enrico Della Torre pittore emergente nato a Tradate, nel 1988. Vive e lavora a Valencia. Nel 2021 Cut Outs Paintngs è stata la sua personale alla Galería Alegría, di Barcellona.


Sono stata a Ibiza, e ho iniziato a osservare con maggiore attenzione la scena dell’arte iberica. Puoi raccontare cosa significa per te vivere e studiare in Spagna ?

La mia sensazione è che in Spagna ci siano più possibilità, per gli artisti emergenti, di “farsi avanti”, più gallerie interessate a nuove proposte, più premi e borse di studio sia pubbliche sia private. Aver studiato qui mi ha permesso di dedicarmi alla pittura con maggiore libertà. La pittura non è mai stata in secondo piano in Spagna, non ha mai smesso di essere rilevante.

Qual è stato il punto di svolta che ti ha portato a intraprendere la carriera artistica? Hai mai avuto dei ripensamenti?

Mi sono trasferito in Spagna nel 2009. Se non fossi arrivato nella Penisola Iberica probabilmente non avrei mai preso sul serio la carriera artistica. Qui ho avuto la fortuna di conoscere persone che avevano già uno studio proprio o lavoravano come assistenti di artisti affermati , frequentavano gallerie, tutte cose che nel contesto in cui sono cresciuto semplicemente non esistevano. L’unica persona intorno a me che aveva a che fare con l’arte era il mio padrino che collezionava Arte Cineticoa Optical e Neogeo, oltre ad avere una bellissima collezione di ceramiche.

In che modo la tua educazione ha influenzato la tua produzione artistica?

Mi sono laureato alla facoltà di Belle Arti di Madrid dopo aver studiato al Liceo Artistico di Busto Arsizio ma gli anni più importanti sono stati quelli delle elementari durante i quali frequentai un istituto Montessori. Per il resto, quello che più mi ha formato come persona credo siano stati gli anni spesi per strada con lo skateboard e tutti i luoghi, situazioni e persone che ho conosciuto.

Chi sono stati i tuoi maestri? Quanto ti nutri della Storia dell’arte e del Rinascimento? 

Sono molte le figure del passato e del presente che mi hanno influenzato e tuttora lo fanno. Per me la storia dell’arte è un continuo dialogo che si svolge in un presente che non passa mai. In un certo senso, è come se qualsiasi artista di qualunque momento fosse contemporaneo. Ho riposto particolare attenzione alla pittura veneta dal XV al XVI secolo, il modo di utilizzare la pittura come materia, certi azzardi nelle composizioni e l’ambizione che si vede nelle dimensioni e nelle scelte cromatiche. Li studio attraverso il disegno, facendo varie copie successive a carboncino o arrivando a utilizzare misure e forme tratte direttamente da alcuni quadri di Tintoretto,Veronese o anche Velazquez, per citarne alcuni.

Pensi alla pittura come: “l’ultimo suono udibile di un’eco ancestrale”. Il metodo diventa centrale nella tua pratica, puoi parlarmene?

È una frase evocativa con cui volevo far riferimento all’idea di un archè pittorico, un esigenza strettamente umana che nasce in un momento remoto della storia, in modo apparentemente inspiegabile, se non vincolandola a una protolingua o protoreligione. Penso che sia per mezzo del fare che si riesca a percorrere certi sentieri del pensiero, il linguaggio e il ragionamento possono essere limitanti. Nella pratica artistica i limiti si devono fondere e ciò può esser fatto quando ragioni per immagini e per azioni. In pittura l’accumulazione dei gesti diviene il ragionamento stesso.

Ritieni la pittura sia un atto che trova in sé il suo significato e non necessariamente porta a qualche risultato utile? 

Questa idea deriva dalla differenziazione aristotelica tra poiesis e pràxis, dove la prima è l’azione creatrice e produttrice, vincolata anche alla poesia, all’arte e alla bellezza; la seconda è l’azione come intervento o esperienza, vincolata invece alla morale e alla presa di coscienza del dato.

Per quel che mi riguarda vedo nel primo caso che il sapere precede l’azione, e l’azione ha lo scopo di creare un determinato tipo di cosa già stabilita.

Nel secondo il fare nasce da un’esigenza morale, che porta a mettere in atto un’azione e dal risultato di essa si potrà poi trarre conclusioni, costruire un sapere, o sfociare nel niente.  Io mi sento più interessato al secondo modo di fare.

Cosa è importante nelle esperienze visive che crei? Cosa ti spinge? Cosa ti ossessiona? 

Per me uno dei punti più importanti è sempre l’onestà della proposta. Nel mio caso cerco la schiettezza, la manipolazione del materiale e del gesto nel disegno, provando ad avvicinarmi a un punto di semi inaccettabilità estetica e oggettuale. Nella pratica, spesso scelgo di coprire o intervenire proprio le zone del quadro che mi sembrano più ben riuscite o che capisco meglio, lasciando solo le aree dove gli elementi sembrano non funzionare, dove sorgono più dubbi. Penso che il fare arte abbia qualcosa a che fare con lo “scomodare” se stessi e il pubblico.

Cosa stai preparando? 

In questi ultimi mesi sto lavorando a una serie abbastanza estesa di tele tutte da 100×150 cm, con variazioni sulla questione della linea come singolarità e come gruppo. Alcune sono molto silenziose con pochissimi elementi, altre completamente ricoperte da strati di linee e di forme. Con Galeria Alegria stiamo parlando di un personale per il 2024 e di eventuali partecipazioni a fiere fuori dal territorio iberico; mentre come collaborazioni esterne, per il momento ho in programma due collettive: una a Palma de Mallorca e una a Barcellona.

A cura di Camilla Boemio


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