HYBRID ARCHIPELAGO » Intervista a Flaminia Veronesi

Hybrid Archipelago fornisce una mappatura provvisoria, consentendo un confronto tra le diverse pratiche artistiche sviluppate delle giovani generazioni italiane all’estero. La rubrica cerca di trarre alcune conclusioni che potrebbero essere rilevanti per la scena artistica contemporanea muovendosi nelle riflessioni degli artisti, tra ricerche spesso parallele ai luoghi dove hanno deciso di trasferirsi sviluppando una mappa in divenire nella quale confluiscono i saperi.
Questo mese mi confronto con l’artista Flaminia Veronesi (Milano, 1986); vive tra Milano e Londra e ha studiato alla Saint Martin Foundation e alla Chelsea University. Il suo universo simbolico è fluido, ricco di citazioni, associazioni e invenzioni visive, echi mitologici e fantasie oniriche. Ci trasporta in un mondo nel quale il corpo è in trasformazione; come nelle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone.


Quale è stata la prima opera d’arte che hai amato?

È vero, nell’arte c’è un rapporto d’amore come quello fra Icaro e il sole se la cera non si fosse mai sciolta.
Mi viene in mente la scena iniziale del film di Herzog La grande estasi dell’intagliatore Steiner, dove c’è uno straziante susseguirsi di atleti di salto con gli sci che si schiantano uno dopo l’altro, salto dopo salto. Oppure la storia di quel sarto di Parigi che realizzava per se vari costumi palmati e che ebbe il coraggio più volte di tentare il volo, purtroppo o per sua gloria anche lanciandosi dalla Tour Eiffel.
Questo è lo slancio che i vari attori dell’arte compiono verso le grandi opere e a volte capita che invece di schiantarsi l’arte trattenga in volo e accompagni l’atterraggio.
Quando si percepisce questo prodigio, allora anche i puri spettatori provano gioia e amore verso l’avvenimento.
Probabilmente fin da bambina, ho percepito quella gioia in varie opere d’arte o anche nei miei primi disegni, ma il mio primo tentativo di volo spericolato e accolto dal prodigio è stato un mini pacchetto di fazzoletti Tempo.
Non so bene come e quando ma dopo una mattina di gioco con carta igienica, scotch, pennarelli e forbici, raggiunsi i miei fratelli in cucina con una riproduzione in miniatura dei fazzoletti.
Poco più piccola di un centimetro, con gli stessi ingombri grafici della versione originale, fatti con il pennarello azzurro, e “10 fazzoletti”, scritto con una TrattoPen, plastificata con lo scotch la carta con cui era stato realizzato il micro packaging, con tanto di linguetta adesiva apri e chiudi.
Aprendo il pacchetto e schiacciandolo con le dita potevo inarcare i mini fazzoletti ricavati dalla carta igienica, intravedendone con soddisfazione la verosimile presenza e quantità.
Annunciai che da grande sarei andata in giro per il mondo con una cassetta piena di micro fazzoletti, regalandoli alle persone che a loro volta avrebbero provato il mio stupore, gioia e meraviglia.
Mi sbalordisce ancora come in quella prima, assurda, casuale scultura fosse presente il cuore della mia ricerca artistica e di come oggi mi ritrovi davanti alle stese questioni.

Come nutri la tua fantasia?

È una domanda molto bella ma difficile.
Posso azzardare che la Fantasia venga attivata dalla Bellezza.
Quanta più bellezza si sente, quanto più stupore e meraviglia ne scaturiscono.
Provar stupore, infine, è saper di non sapere.
Così attiviamo la fantasia, sbilanciandoci verso il trascendente, cercando di raggiungere quell’estasi intravista nella bellezza che ci ha toccati.
Cos’è questa cosa immensa che mi supera e sovrasta, che sento e mi riempie di meraviglia?
Come faccio a comprenderla e a rievocarne la grazia?
Così si accende la Fantasia, e combinando cose che già esistono, si cerca di crearne di nuove, che superino il reale e ci riportino in quello stato di meraviglia.
Potrei allora concludere che siano il mondo reale e la bellezza che ne traspare a nutrire la mia fantasia.

La tua è una ricerca nella quale il trascendente e il magico dialogano. Il tempo e lo spazio sono quantità relative. I disegni e i lavori pittorici rivelano una forza rigenerativa. Cosa ne pensi?

Il cuore della mia produzione è volto a instaurare un rapporto con lo spettatore in cui lo si invita a coesistere in più dimensioni contemporaneamente. Se lo spettatore accoglie l’invito, tramite questa sua performance di compresenza in realtà parallele, viene esercitato un uso sano della fantasia che subordina quello viziato dal razionalismo occidentale, il quale accede al fantastico solo attraverso l’evasione. Questo approccio erroneo ne demonizza e allontana l’uso quotidiano e costante invece necessario perché un individuo contribuisca al suo momento storico esprimendosi attraverso la creatività.
I disegni e i lavori pittorici rivelano una forza rigenerativa perché nelle “oasi del gioco” (Eugen Fink) o meglio, nelle dimensioni parallele, l’essere umano può fare esperienza dell’onnipotenza, riunirsi al tutto e agire il libero arbitrio senza la frustrazione del limite umano. Attraverso i miei lavori si può entrare in dimensioni sospese, dove tutto è possibile e alleggerirsi dall’ansia e dalle frustrazione accumulate nella dimensione reale.



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Quanto nell’artista coesiste l’elemento sciamanico?

Ammetto di non essere esperta di sciamanesimo ma indubbiamente gli artisti sono gli individui che stanno al varco fra la realtà condivisa e trascendente, e come l’archetipo delle sirene mettono in contatto le due dimensioni immergendosi nell’inconscio collettivo per riaffiorare con tesori e ritrovamenti delle profondità esplorate.
Come dice Agamben, gli artisti o i contemporanei sono coloro che vedono nel buio perché non si fanno abbagliare dalle luci del loro tempo. I contemporanei vedono nello spazio negativo del cielo la luce degli astri, ancora tanto lontani dal raggiungere l’occhio umano.
L’arte è una pratica trasformativa ma più di tutte un inno alla libertà dell’essere umano, un voto all’assurdo che cura la ferita tra l’uomo e il mondo.

Jean-Luc Godard è uno dei miei registi preferiti, il suo periodo storico è rimasto nell’immaginario collettivo; ha segnato la vigilia della rivoluzione culturale del 1968. Hai ripreso con MasculinFeminin il titolo del suo film per indagare il potere evocativo dei simboli, per trasportarci in un universo evocativo dei simboli, per condurci in un universo mitologico, ancestrale nel quale emergono i desideri frammentati, i sogni, le pulsioni. Raccontaci la recente mostra alla galleria Castiglioni.

Ho ripreso il titolo di quel film inizialmente per il suo suono. Mi è tornato in mente per il ritmo e la cadenza della sua dicotomia, una sentenza sul rapporto di interdipendenza e subalternità delle due sfere maschile e femminile. Poi, riguardando bene il film, mi sono resa conto di come in quegli anni i figli “del marxismo e della pepsi-cola” si fossero affacciati sulle grandi questioni ecologiche, politiche, culturali, di genere e di emancipazione del femminile scivolando poi nell’oblio del consumismo e lasciando quei discorsi sospesi, se non distorti, alle generazioni future. Oggi ci ritroviamo nella stessa posizione, con le stesse domande nonostante molte risposte e direzioni fossero già state fornite, con ancora molto lavoro necessario per affrontarle.
Nell’ultima mostra da Castiglioni mi interrogo principalmente sulla mia fascinazione per il fantastico cercando di individuare le motivazioni dietro la mia urgenza di rappresentarlo e riproporlo in chiave contemporanea. Il punto d’incontro fra il fantastico e questo momento storico l’ho colto nel rapporto fra vergogna e libertà individuale nella tradizione occidentale.
Per questa mostra ho usato l’arte come un metodo scientifico per creare un linguaggio non verbale che possa investigare i conflitti acuitesi recentemente nella nostra cultura.
Con questo dialogo visivo attraverso cui mi sono interrogata sui conflitti di genere, il patriarcato, il razzismo, l’identità collettiva e individuale, la crisi ecologica, l’impatto delle religioni monoteiste e l’esercizio della vergogna come strumento di controllo sociale, sono riuscita a evincere l’oggettiva urgenza che abbiamo oggi nel reintegrare l’uso corretto della fantasia.
Il razionalismo è discriminante e l’occidente deve recuperare l’uso del simbolo per rapportarsi al trascendente. Dal principio di contraddizione in poi, ogni identità viene confermata a scapito del suo opposto. Questo imposta una struttura sociale gerarchica fondata sulla violenza verso l’altro da me. Una struttura che rispecchia l’esercizio della parte maschile presente in ogni individuo; donna o uomo o altro che sia, tutti abbiamo esercitato troppo il nostro lato maschile e dovremmo dedicarci al recupero e manifestazione del femminile.
L’occidente ha escluso l’irrazionale e il trascendente per millenni perché aveva bisogno di controllare e agire sulla materia ma ora, per rispondere alle sfide dei nostri tempi, urge recuperare l’uso del simbolo (dal greco symballo, metto insieme, una cosa è se stessa e il suo contrario) per relazionarsi al trascendente e integrarlo nuovamente nella sua cultura.
L’uso del simbolo mette in dubbio il reale, lo stare contemporaneamente in questa e un altra dimensione smorza il senso di vergogna esercitato ogni qualvolta ci si riscopra al di fuori delle convenzioni. Approccio questo, inflitto dalle religioni monoteiste. Il vivere nella realtà, adoperando in modo sano la fantasia per crearsi una rappresentazione individuale e simbolica del mondo, ci permette di scaricare le angosce della frustrazione del limite umano e di contribuire creativamente allo sviluppo del mondo reale.

I tuoi prossimi progetti

Rappresentare il femminile e sviluppare un linguaggio simbolico che non si appoggi più al patrimonio culturale passato di miti e fantastico, ma che verta a mitologie nuove che rappresentino lo stretto legame fra emancipazione del femminile e crisi ecologica, con il rovesciamento della piramide e la conseguenza per cui ogni individuo si riconosce anche in una identità collettiva, e ogni forma di vita viene accolta e rispettata. Credo recupererò la ricerca iniziata appena uscita dall’Accademia sul rapporto fra animali, mondo e uomini.

A cura di di Camilla Boemio


www.flaminiaveronesi.com

Instagram: flami_veronesi


Caption

Drago dimmi, 2020 – Pencil and watercolor on paper,102×154 cm – Courtesy l’artista

Anima, 2021 – Pencil and watercolor on paper, 76×57 cm – Courtesy l’artista

Mascilin Féminin – Exhibition view at Castiglioni, Milan 2021 – Courtesy l’artista

Archetipi fantastici, 2020 – Enamel on bronze 1×1.5 cm – Courtesy l’artista