SENZA TE, SENZA NORD, SENZA TITOLO. Giovanni Ozzola e Manifattura Tabacchi per Associazione Arte Continua

La mostra personale di Giovanni Ozzola (Firenze, 1982), SENZA TE, SENZA NORD, SENZA TITOLO, fruibile fino al 28 gennaio presso Manifattura Tabacchi a Firenze, sancisce la storia di un intreccio. Oppure, diremo meglio, sancisce la storia come intreccio. Come la trama di un semplice, ma complesso, rapporto tra più enti, e tra più enti e il singolo. È lo stesso titolo che lo afferma, attraverso la reiterata espressione della preposizione “senza”, a indicare la presenza di un tutto che coincide con l’opera dell’artista, e che diviene tuttavia, rapporto con i molti. Con l’inequivocabile arresto della solitudine che, manifestandosi sola, inizia, più precisamente, la sua relazione con l’altro. Ciò a dire che non vi è opera (forse?) che non nasca “dall’interazione” con ciò che è altro da sé, quand’anche l’altro sia criticato, o peggio, negato. È impossibile, in realtà, a discapito di ogni solipsismo, non concepire un qualsivoglia lavoro d’arte quale frutto di un “tessuto” che sfocia nel sembiante: ovvero nella possibilità di riconoscersi in ciò che appare e in ciò a cui si tende. È così dunque che l’esposizione di Ozzola unisce in concerto le tappe di esperienze particolari. Ripercorre dieci anni di attività, tra mappe incise su ardesia (Scars – towards ourselves), stampe su carta e opere video che aprono lo sguardo su fessure incognite (in quanto tutte da conoscere) di mondo e territorio; il luogo per eccellenza, quello fatto di storie di individui e della storia delle storie che gli stessi individui “tramano” lungo le decadi. Cosa accade e cosa accadrà dell’esistenza più comune? La terra e il mare scorte di sbieco (Any colour you like), una serranda si apre e si chiude sull’orizzonte (Garage- sometimes you can see much more). Una ragazza di giovane età guarda dalla finestra. Poiché guardare significa rendersi conto di quel che c’è. Una cosa non facile e facilmente opinabile sempre di più, surclassata oggi dal discorrere delle parole, dal “dire di” e “dal riflettere su”, oramai preferiti al tentativo di chiamare per nome. Preferiti alla prova ardua e spesso fallimentare di cui si fa carico la finzione dell’arte e della poesia, restituire almeno un frammento di realtà. E poco importa di cosa trattino o di quale mezzo si servano. L’artista concepisce gli spazi di Manifattura Tabacchi come un’occasione per una veduta d’insieme. Tra luci e ombre, tra la mimesi che sfonda le mura perimetrali e il continuo ritrarsi delle stesse, invitando lo spettatore a peregrinare nella vastità di un oltre che travalica l’esperienza più intima e, in qualche modo, la completa. Lo spazio, nato dal recupero di una storica fabbrica di sigari, consta oggi di sedici edifici che nel tempo sono destinati a diventare loft e residenze, spazi direzionali, retail, caffè e ristoranti, uno studentato e un hotel. Ospita istituzioni quali Polimoda e E-RIHS (European Research Infrastructure on Heritage Science); ad aprile 2023 apre la Factory, un polo creativo e commerciale, oltre che workplace all’avanguardia. Attende ed è atteso, nel bene quantomeno ipotizzabile per ciò che sta intorno, per far sì che il “recupero di ciò che è in disuso” non sia vano e, ancor più, non sia l’esplicitazione di una pura retorica. Non è un caso che dal 2021 collabori con Associazione Arte Continua. Un’attività che da trentatré anni si prodiga per un’arte che sia pubblica, in luoghi tutti da scoprire.

Da Colle di Val d’Elsa al comune di Poggibonsi (poco meno di trentamila abitanti) dove, camminando tra le vie o aspettando il treno in stazione, si possono incontrare diverse sculture di Antony Gormley, create sui calchi degli stessi abitanti, ragazzini e adulti. Oppure i venticinque dormienti di Mimmo Paladino che dal 1998 animano il parco della stessa località insieme alle musiche di Brian Eno. E sono tanti i nomi coinvolti negli anni, da Kiki Smith a Ilya Kabakov, Sarkis, Anish Kapoor e Sol Lewitt, fino al più giovane Moataz Nasr. Nomi che parlano della possibilità di “intreccio” tra una committenza e un artista. Un intento comune fondato sul non profit e sostenuto da sponsorizzazioni, contributi pubblici e privati. Un’attività che Giovanni Ozzola sostiene attivamente mediante donazioni e partecipando a diversi progetti, non ultima la mostra in questione. Autore di un’opera tutt’altro che compiaciuta, dedicata semmai, fuori quadro e fuori rotta; fuori dal ripiegamento che volge la riflessione, morta e delusa, in se stessa. L’arte di Ozzola, dice Mario Cristiani, presidente dell’Associazione Arte Continua, “ci porta sempre verso un altro orizzonte, verso un bisogno, un desiderio di libertà e di armonia tra la nostra dimensione fisica, quella mentale e il cosmo”. Il cosmo, è evidente, allo stesso modo con cui appariva nelle raffigurazioni del labirinto antico, circolare e unito, con le parti in equilibrio. L’ignoto più esterno e ciononostante integrante per i campi e il lavoro del contadino. La parte e il suo insieme, nel contesto e per il contesto. Come quando l’artista cinese Cai Guo-Quiang, mediante Arte Continua nel 2001, e durante la sesta edizione di Arte all’Arte, ha voluto ristrutturare e costruire nelle arcate dell’antico ponte di San Francesco a Colle di Val d’Elsa il Museo UMoca (Under Museum of Contemporary Art). Visitabile dall’esterno, per un comune ancora più piccolo di Poggibonsi e tuttavia esistente. Fucina anch’esso non di nuovi talenti, ma del talento che si mette a disposizione, che indica una via probabile per una rinnovata cucitura tra arte e contesto. Come nel tempo in cui il ponte doveva essere costruito, ha affermato Mario Cristiani lo scorso 29 ottobre durante l’inaugurazione della mostra Arranging Proximities di Loris Cecchini: “Chi poteva dare il denaro portava il denaro, chi aveva i mattoni portava i mattoni e chi aveva il lavoro portava il lavoro”. Particolari non indifferenti (per quanto spesso anonimi) di un insieme e finalizzati alla costruzione di un insieme. Peculiari alla stregua della campana esposta da Giovanni Ozzola a Manifattura Tabacchi (Dust on memories #3), un dialogo tra il singolo e il paesaggio. Faro sonoro di una velata imbarcazione. 

Luca Maffeo


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