Francesco Pacelli o della materia

Ancorato, attratto, teso, minuzioso nell’apprendimento di ciò che è fragile; nella composizione di forme scultoree che non rievocano nulla, ma che mostrano in verità lo scandaglio di un lavoro. La conoscenza della realtà attraverso lo studio della materia e la materia attraverso la trasformazione della realtà. Con una serie di opere recenti si apre la prima personale londinese di Francesco Pacelli (Perugia, 1988). Senza rimandi abbiamo detto, o meglio ancora, senza la tragica ossessione delle spiegazioni, ma con un titolo che è un’enumerazione, Stones and stars and spells. Uno di tre e, nel loro particolare, le tre parole ciascuna presa singolarmente, e di nuovo in rapporto con l’uno; poiché la materia è una nella sua multiforme accezione. È l’assillo dell’artista, della sua meticolosità, tanto nella scultura quanto nel disegno. La materia che da vile si trasforma in oggetto aureo, prezioso come nell’intento dell’antico alchimista, benché la sua pratica sia oggi del tutto scomparsa. Sparita, si intende, come “credo” e “possibilità”, “finzione” trasformatrice che indicava attraverso la magia il tragitto verso l’oltre migliore, verso l’altro utopico irraggiungibile e di certo desiderabile, poiché intuito e probabilmente reale. Francesco Pacelli lo riprende come filo rosso della sua opera, il dato di continuità che lo accompagna fin dal 2019, quando presentava, presso il Current Project di Milano, Abisso Elastico. Una serie di sculture respiranti che si gonfiavano e sgonfiavano dell’aria prodotta da un macchinario, sfruttando le proprietà del materiale siliconico, in un insieme armonico che era esso stesso attenzione, osservazione di funzionamento, indagine e scoperta di piccole variazioni. Sculture, in ultima analisi, stupiti elementi che restituivano da sé lo stilema organico della medesima materia, la sua melodia. Organico e già in quel momento utopico, sintetico e artificiale. Ha ragione Dinos Chatzirafailidis nel sostenere, in uno dei tre testi in mostra (gli altri due a firma delle curatrici Maria Valeria Biondo e Marta Orsola Sironi), che fondamentale «è la sua diversificata selezione di materiali». La fusione in bronzo (Some things need an impulse to move II, 2023) che vive accanto alla «resina naturale e sintetica, le polveri metalliche o diversi minerali provenienti dal suolo». E anche là dove la referenza si fa più chiara nel richiamo all’Utopia di Thomas More o alle città galleggianti di William Katavolos, i contenuti cedono il passo alla dimensione della forma, ai suoi cretti e increspature; alle superfici lisce, così come al pregio di oggetti comuni che si intervallano sulle basi delle sculture, o pietre a un primo colpo d’occhio. Quasi traboccassero, quasi fossero la loro naturale (o artificiale?) estensione Utopias (wax wings and golden shodows); Utopias (young non immortal thoghts), 2023. 

L’opera di Francesco Pacelli si muove tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Ricorda che anche il granello di sabbia più minuto merita di essere lavorato (osservato, curato, trattato), in quanto semplicemente esistente perché «un pezzetto di filo», diceva Joan Miró, «può far nascere un mondo. Arrivo a un mondo partendo da una cosa che, generalmente, si reputa morta». La forma ovoidale di Thief (2023) lo ricorda. Si aggancia di nuovo al particolare della generazione che è proprio della materia, di lunga tradizione, dalla Pala di Montefeltro di Piero della Francesca (1472 ca.) al Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch (1480-1490 ca.); per poi ritornare, solo per citarne alcune, nelle opere a noi più vicine di René Magritte (Chiaroveggenza, 1936) e Salvador Dalì (La Metamorfosi di Narciso, 1936/37). “L’uovo” di Pacelli è una scultura in resina poliuretanica caricata con pigmento fosforescente sensibile alle variazioni di luce, e appesa al soffitto mediante una catena di acciaio inossidabile. Luogo di tutti i luoghi della terra «visti da tutti gli angoli» (J.L. Borges) e origine di un mondo nascituro e insieme mondo in sé e per sé. Eppure non vi è alcuna evasione. Non si incorre in alcuna fuga romantica. L’utopia dell’artista è “l’utopia del qui”, verso l’altrove presente, indicato dal presente, dal concreto dell’attualità di una storia, e di più ancora, dalla “semplicità” della sua materia. La parte concreta di un’esperienza che oltre ad aspirare, attraversa e si sporca le mani. Si accinge nel divenire corporeo delle sostanze definite, organiche e inorganiche, per raggiungere l’immagine di un mondo irrazionale e pieno di mistero. L’artista crea non per distruggere, né tanto meno per travalicare l’ignominia di un malessere. Accetta l’ipotesi che sia lì nel lavoro e attraverso il lavoro con la materia che man mano, e poco alla volta, si può intercettare, se non raggiungere, la realtà segreta propria della realtà stessa. A dire che non ci è concesso attribuire alcun senso e l’unica cosa che possiamo fare, in fin dei conti, è inventarlo. In che modo? Essendone parte. Francesco Pacelli trova il nuovo, l’affinità esoterica di una narrazione che diventa la narrazione dell’opera mediante la concretezza dei suoi materiali; quel che essa mostra come “principio”, come punto di ancoraggio in cui l’artefice si ritrova e agisce con la propria sensibilità e secondo il proprio interesse: ora compartecipe, ora autore capace non di “dare senso”, poiché non interpreta, ma che si pone nella dinamica del fare. Di “fare senso”, “to make sense of the world” direbbero gli inglesi. Il senso di una creazione al fine utopica e non ignota.

Luca Maffeo


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