In dialogo con Salvatore Garzillo, in arte Salgar

Salvatore Garzillo, in arte Salgar, è un giornalista di cronaca nera, nato e cresciuto a Napoli, che passa una parte considerevole del proprio tempo a disegnare. Attraverso la scrittura, e con i disegni, Salgar invita i lettori a una conversazione, a volte più critica, altre volte più suggestiva.
Stimolare intellettualmente chi osserva è uno dei comandamenti che, nel tempo, hanno consentito alla creatività e alla qualità comunicativa dell’artista di creare un legame con il pubblico. Chiunque si confronti, da interlocutore, con l’arte di Salgar, può intercettare quelle che sono le tinte e le emozioni con le quali l’autore stesso si confronta, facendo sorgere domande legittime e affatto superficiali; condividendo con i fruitori il proprio punto di vista su temi e riflessioni, e districando la complessità di certe situazioni di vita reale.
In alcuni casi, si tratta di scene più drammatiche; in altri, più ironiche, ma sempre e inequivocabilmente si raggiunge un certo punto di verità.


Da dove nasce la tua passione per la scrittura giornalistica e per il disegno?

È una domanda che ho esaminato con cautela tra me e me, tuttavia, ancora oggi, non mi è ben chiaro. Mio papà è un avvocato, mia madre è un’insegnante all’asilo. In casa si ascoltava la musica e si guardava la televisione. Dall’involucro, quello esterno alla casa, ovvero quello del quartiere – dove sono cresciuto – mi sono sempre tenuto alla larga (non si trattava di snobismo, semplicemente non capitava di dialogare con certi ambienti). Ora, se guardo indietro, comprendo la curiosità verso le persone e le situazioni, e come la mia meditazione sulla rappresentazione artistica dei personaggi che incontro ogni giorno sia nata anche in parte da questa privazione di quando ero ragazzo. 

Se si dovesse menzionare un alter ego di Salgar, uno di questi sarebbe senza dubbio Anna Maria Ortese. Per l’autrice romana – come nel tuo caso – i temi della realtà e della finzione sono particolarmente pressanti, insieme all’amore per la natura.

C’è una tesi nella quale credo fermamente: tra le arti visive è tendenza comune quella di intendere il disegno come l’insospettabile; si pensa spesso al disegno come a una di quelle persone a cui non daresti un euro e che ha un margine di stupire chi sta osservando minore rispetto alle altre discipline visive. Molti la vedono in questo modo, io invece sono dell’idea che nella propria, insospettabile natura, il disegno si riveli speciale. Non è affatto l’ultimo della fila, al contrario, esso può essere quello che guida tutti perché ha la caratteristica di muoversi in nome di una esigenza morale (e umana), comunicando in modo subdolo e alle volte ambiguo, toccando tasti molto profondi.
Oltre alla propria gradevolezza estetica, il disegno riesce a coinvolgere e intensificare alcuni movimenti interiori della coscienza che altre discipline non pungolano.
La realtà include quello che immagino e quello che provo quando mi trovo di fronte a certe situazioni. Nel disegno esiste una componente magica e poetica che evita alla rappresentazione di apparire come un’allegoria forzata, che stimola la curiosità – anche attraverso degli elementi naturali e non solo umani – che è fondamentale per catturare il vero per come lo intendo io.

Parliamo della tua tecnica. Come mai, nella maggior parte dei tuoi disegni, utilizzi la penna come testimonianza del momento presente?

A seconda dei posti in cui mi trovo, istintivamente decido di disegnare in modo diverso, con un acquerello, con un pastello, o con la matita. A differenza delle tecniche che ho appena citato, la penna trovo sia più stimolante, da la possibilità di disegnare quello che uno pensa e non solo quello che uno vive. Il solo fatto che non si può sbagliare, solo rimediare, mi motiva a trovare la miglior versione possibile ogni volta che voglio ritrarre qualcuno o qualcosa. Nel tempo, disegnare – specie con la penna – è diventata una vera e propria droga.

Parlando del tuo linguaggio, ritorno al paragone con Anna Maria Ortese: ho come l’impressione che la tua operazione artistica sia sviluppata in maniera simile a quella dell’autrice romana; tu assumi lo stesso ruolo di osservatore antropologico, ricreando diversi stereotipi sociali, aderendo alla realtà. È un paragone in cui ti ritrovi?

Nei miei disegni cerco e mi approprio di alcuni stereotipi sociali o abitudini che per molti sono cliché, che dicono molto a proposito di una persona. Non è imitazione; infatti, quando scelgo di esaltare in maniera caricaturale i modi di fare di una persona anziana e di attribuirgli una frase rispetto alle nuove generazioni, inserisco anche dei dettagli che mostrano quella personalità nell’intrigo che essa nasconde.
L’altro giorno ho fatto un ritratto a una mia fonte: questo personaggio mi ha raccontato una storia; osservando le sue espressioni ho disegnato un bufalo. Mi soffermo molto sul volto di una persona che scelgo di ritrarre e di tradurre in chiave animalesca.
Viaggiando mi sono reso conto che se prendi un ragazzo di Palermo e un ragazzo thailandese, le loro espressioni facciali, i loro spettri emotivi sono molto simili, cambia soltanto l’estetica. Mi è capitato di viaggiare 2000 km e di dire, tra me e me: “Ma come è possibile che questa persona la pensa esattamente come me o fa la stessa espressione di paura e di pericolo che faccio io?” Il disegno mi aiuta a rendermi conto di questa cosa.

A cura di Tommaso Zerbi


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