Daily Studio Special – Mattia Barbieri | Federica Mutti

Sei artisti – Giulio Zanet (Torino, 1984), Thomas Scalco (Vicenza, 1987), Adi Haxhiaj (Tirana, 1989), Mattia Barbieri (Brescia, 1985), Barbara De Vivi (Venezia, 1992), Alan Stefanato (Trieste, 1992) – hanno dialogato con sei curatori – Andrea Lacarpia, Leda Lunghi, Elena Solito, Federica Mutti, Federica Fiumelli, Anna Casartelli – per dare forma a Daily Studio Special.

Il progetto è sviluppato in collaborazione con Superstudiolo Arte Contemporanea. Con la direzione artistica di Alberto Ceresoli e Carmela Cosco, Superstudiolo nasce sul territorio di Bergamo come riflesso di esperienze curatoriali maturate negli anni. Un contenitore per la ricerca artistica contemporanea che, abbracciando un modello che intende coniugare pratiche di ricerca attivate da project space e non profit con pratiche espositive e di collezione da galleria d’arte, lavora con un’attenzione e uno sguardo rivolto alla pittura contemporanea.

Segue testo di Federica Mutti

Se è tutt’intorno alla testa, è anche dentro la testa. La pittura di Mattia Barbieri.

Quando ho conosciuto Mattia Barbieri (Brescia, 1985) non ci siamo incontrati, erano i giorni dell’imperativo “state a casa”, i mesi dell’arte online, delle video call.
Non ci siamo visti, noi. Una telefonata, solo voci. Gli occhi erano reclamati altrove. La voce di Mattia ha guidato le mie pupille tra le immagini di documentazione delle sue opere, sul suo sito, nello studio.
Qualche parola a proposito di quello che ho visto. Parole azzardate, perché intermediate dallo schermo attraverso cui ho guardato, dallo schermo attraverso il quale scrivo e da quello attraverso cui leggete. A ogni modo ho visto, o almeno intravisto.
Ho visto una serie teste che sono sagome, silhouette, forme. Sono icone, moderni dipinti sacri. Figure bidimensionali stagliate, ritagliate dallo sfondo. Sfondate, lasciano intravedere il fondo. Dai titoli s’intuisce un riferimento all’esoterico, al simbolico, al divino. Il rimando è a Giano Bifronte, essere mitologico dotato di due volti, responsabile di governare l’apertura e la chiusura delle epoche, simbolo del tempo e del suo svolgersi. Ci sono Basilide, Simon Mago e Girolamo, poi tanti altri. Nei loro occhi, intagli di fronte dentro teste di profilo, gravitano sfere che hanno corpo, peso e ombra: contraddicono la bidimensionalità che li racchiude. Nelle cavità craniche c’è lo stesso cielo che grava sulle scatole craniche, s’intromettono paesaggi memori degli orizzonti retrostanti, tanti ritratti a noi noti, della tradizione pittorica rinascimentale.
Ho visto saggi di metapittura, pittura dentro la pittura, tradizioni dentro la tradizione, finestre dentro la finestra, immagini dentro l’immagine.
Nello studio di Mattia ho visto più di un’Opera Buffa, dal titolo di rossiniana memoria. Superfici informali ospitano corpi goffi, fatti di materia pittorica trattata quasi come scultura. Omoni che con tutti e quattro gli arti abbracciano tavole dipinte nella tavola dipinta. Di nuovo vi compaiono paesaggi che fanno il verso a certe storie dell’arte, pur accettando l’intromissione di segni e corpuscoli, tracce dell’estetica digitale che riempie gli occhi, le menti e le mani anche di chi dipinge tuttora con il pennello. Ho visto la ricerca del bizzarro e la volontà di mettere in dialogo caratteri pittorici dal temperamento discordante.
Screen Epiphany, “epifania dello schermo”, recita il titolo di una delle opere dove questa contaminazione si autodenuncia senza pudori. Fa parte di una serie in cui lo schermo, quello dello smartphone, è presente in modo esplicito con l’orario e il salvaschermo, mentre fluttua nella natura dipinta quasi cercando di catturarla, di rinchiuderla. Ma è l’imitazione di un’imitazione, il soggetto non è la natura bensì la natura dipinta. Mattia dipinge la pittura. E il dipinto, tutt’attorno allo schermo rappresentato, a sua volta mima lo smartphone come display: ribaltamenti dell’immagine, paesaggi ruotati, distese di colline che pendono dall’alto nei cieli, che entrano in scena dai lati, come sdraiate, cadute. Sulla pelle della pittura, strani segni fatti anch’essi di olio e tempera, tirati con il pennello, replicano le pennellate stese con Photoshop, il tratto delle penne grafiche, l’idea di cancellazione secondo le gomme digitali.
La pittura di Mattia Barbieri è intrisa di tradizione, ma conosce altrettanto gli strumenti che in questi anni sfidano il pennello, ne riconosce le liturgie e i paradigmi. Li riconcilia con la grammatica pittorica.
Nelle New Metaphysics, letteralmente le “nuove metafisiche”, ho visto nicchie di legno, un legno che è a sua volta fatto di pittura, un legno rappresentato. Dentro queste nicchie simpatizzanti della Metafisica, ancora sfere a rivendicare la natura corporale di ciò che è dipinto, ad affermare le tre dimensioni. E insieme altri smartphone, a tutti gli effetti trattati come display, come tavolette: tavolette grafiche o piccole tavole pittoriche in cui si ritrovano gli stessi paesaggi già incontrati, una volta per tutte trasformati da sfondo a salvaschermo. C’è anche l’orario, che allude a un tempo plausibile, ma spesso contraddetto già nella medesima nicchia. Una sorta di ombra del telefono si fonde e si confonde con il legno circostante: senza più schermo, è solo scocca e orario. Quasi una tarsia, la tarsia di una cornice o di un orologio fermo.
Lungo il confine sottostante ogni nicchia c’è anche la firma dell’autore, uguale a se stessa in ogni pezzo della serie in cui compare. Aggiunta con uno stencil, è una firma meccanica, inautentica nel suo tentativo di autenticare.
E con questo gesto Mattia Barbieri riconosce il suo debito verso la storia dell’arte, verso i suoi maestri, verso la tradizione culturale che l’ha nutrito, le tecniche e i mezzi ereditati dal passato, le forme espressive in cui è immerso in questo spazio-tempo.
La ricerca di Mattia Barbieri lo conferma: non esiste opera che non sia frutto di tutte le immagini che l’hanno preceduta, non c’è pittura senza albero genealogico o avulsa dal contesto che l’ha generata.
Ciò che è intorno alle teste è anche dentro le teste.
Ciò che è davanti agli occhi è anche dentro gli occhi.
Ciò che è fuori dagli schermi è anche dentro gli schermi.



Slider


Federica Mutti (Bergamo, 1992) è artista visuale, curatrice e scrittrice. Si è diplomata all’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo, e in Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Conduce una ricerca sul rapporto tra formalizzazione oggettuale e traduzione verbale dell’opera. Come artista, ha partecipato a varie mostre collettive tra cui The Great Learning (a cura di Marco Scotini, La Triennale di Milano, 2017), e tra le sue mostre personali si ricorda Mostra Macrocefala (Galleria Placentia Arte, Piacenza, 2016). Il suo primo romanzo, I sorvolati, uscirà nel 2020 per Bookabook. Fa parte del team curatoriale di luogo_e, spazio indipendente di ricerca per l’arte contemporanea che ha contribuito a fondare a Bergamo nel 2017. Dal 2019 luogo_e è un’associazione culturale non-profit di cui Federica è oggi vicepresidente.

Mattia Barbieri (Brescia, 1985) vive e lavora tra Milano e New York.
Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha conseguito il diploma in Arti visive di Primo e Secondo livello.
Nella ricerca di Mattia Barbieri il dipinto è concepito come una sorta di meccanismo iconografico, un dispositivo visivo in cui emerge l’esplicita messa in scena della Pittura. La riflessione, sempre presente, sulla natura della rappresentazione, è costantemente attivata mediante una grammatica visiva ibrida, che vede l’accostarsi di linguaggi eterogenei, come la tradizione figurativa della storia dell’Arte, con le sue narrazioni mitologiche, e l’immaginario digitale. Una ricerca definita dalla sua mutevolezza, che trova la propria coerenza raccontando la storia di un gesto.
Numerose le sedi pubbliche e private, in Italia e all’estero, che espongono e hanno esposto i suoi lavori, tra cui: Pablo’s Birthday Gallery – New York, The Border – New York, Museo di Arte Contemporanea del Sannio – Benevento, Palazzo Ranzanici – Brescia, Dimora Artica – Milano, Superstudiolo – Bergamo, Studio Maraniello – Milano, Fabbrica del Vapore – Milano, Palazzo Isimbardi – Milano, Federico Luger Gallery – Milano, Satzyor Gallery – Budapest, 42 Contemporaneo – Modena, GallleriaPiù – Bologna, Trieste Contemporanea – Trieste, Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, Winzavod Contemporary Art Center, Mosca, MAM (Museo Arte Moderna di Mantova), Museo Internazionale della Ceramica Laveno,  Museo Archeologico di Nola, Midec di Faenza. Vincitore del Premio Pittura del museo di Arte Contemporanea di Lissone 2012 è membro attivo della redazione della rivista d’arte E IL TOPO. Ha curato alcune mostre durante le edizioni di Studi Festival e durante EXPO 2015 a Milano, e la rubrica d’arte Fruit Soap.

Caption

Mattia Barbieri, Studio, 2020 – Courtesy l’artista