Editoria indipendente e fanzine, una chiacchierata con Francesco Ciaponi

Dopo aver incontrato Francesco Ciaponi, alias El Chapo, durante un workshop sulle fanzine all’Accademia di Brera, ho scoperto che abbiamo diverse cose in comune: siamo nati nello stesso anno, entrambi ci occupiamo di Storia della grafica e abbiamo studiato tutti e due in Toscana. Aggiungiamo che siamo ambedue amanti delle fanzine e l’intervista era d’obbligo.
Docente di Storia della stampa e autore di fanzine, dal 2016 Francesco Ciaponi dirige le Edizioni del Frisco, promuovendo la grafica e l’editoria indipendente. Tra i vari progetti, nel 2017 Francesco ha ideato e curato il volume The Big Lebowski Art Collection – una raccolta di sessantotto grafiche da tutto il mondo ispirate e dedicate al film culto dei fratelli Cohen – e dal 2019 pubblica Friscospeaks, magazine semestrale di cultura indipendente, ideato e prodotto da Edizioni del Frisco in collaborazione con Concretipo Studio.


Mi accennavi al tuo progetto Centro Studi EdF, Centro di documentazione sull’editoria indipendente e sulla cultura del testo. Pare molto interessante, di cosa si tratta esattamente?

Si tratta di un progetto a cui sto lavorando da alcuni mesi e che vedrà la luce, in una prima parte, a maggio. L’idea nasce da una presa di coscienza: la quasi totale assenza di testi, materiali e momenti dedicati all’editoria indipendente. Sempre più spesso vengo contattato da studiosi, giovani laureandi e semplici appassionati di questo tema, che non riescono a reperire sufficienti materiali per approfondire le loro ricerche. Da qui l’idea del Centro Studi EdF, progetto che poggia le proprie basi su tre elementi: un archivio di video interviste con personaggi che gravitano attorno a questo mondo, la possibilità di prendere in prestito libri attraverso il circuito interbibliotecario nazionale, e la pubblicazione di Contesto, la rivista semestrale del Centro Studi EdF, che uscirà a maggio.
Insomma, insieme a colleghi e amici ci proviamo. Vedremo chi è disposto a seguirci in questa avventura un po’ assurda.

Nel 2020 è uscito il tuo libro Fenomenologia dell’editoria indipendente, che sul sito di Edizioni del Frisco presenti come: «un tentativo di dare la necessaria dignità e profondità di analisi a un fenomeno sociale internazionale attraverso un percorso articolato che ne sottolinea la straordinaria coerenza di fondo, la moltitudine delle esperienze, e la capacità di mostrarci quello che è davvero lo sviluppo dei fermenti culturali oppositivi al mainstream.» Parli di opposizione al mainstream anche se molte zine, o certa editoria indipendente, si accostano alla cultura dominante piuttosto che opporvisi direttamente. Cosa ti indispone maggiormente del sistema editoriale mainstream (o del sistema in generale)?

Non penso si tratti di una “indisposizione”: lavoro, collaboro e stimo molte realtà editoriali non indipendenti. Quello che mi lascia perplesso è la scarsa attenzione del sistema culturale in generale – e di quello editoriale in particolare – verso le forme di editoria più libere e sganciate dalle classiche dinamiche commerciali; quelle che si muovono tramite scelte alternative e che soprattutto hanno la capacità e la forza di mostrare le realtà sociali e culturali da cui provengono senza nessun filtro o secondo fine, se non quello di esprimersi. Esistono, per essere chiari, molti testi che trattano specifici periodi, generi, personaggi e storie dell’editoria indipendente ma pochi, direi pochissimi, che affrontano il tema come un corpus unico, che si manifesta poi in forme anche lontanissime tra loro.

Capisco. E quanto tempo hai dedicato a questo lavoro in termini di ricerca, selezione e organizzazione dei contenuti?

Fenomenologia dell’editoria indipendente è un libro su cui ho lavorato per circa tre anni, sviluppato anche grazie ai miei studenti dei corsi di Storia della stampa e dell’editoria (LABA Rimini) e di Fenomenologia dei nuovi media (LABA Firenze). Non lo considero comunque un punto d’arrivo, bensì un primo passo verso un diverso approccio verso queste tematiche, troppo spesso considerate erroneamente di minore importanza rispetto ai prodotti editoriali mainstream.

Purtroppo non ho ancora letto il tuo libro, non vedo l’ora di farlo. Mi è capitato però recentemente di riprendere in mano Fanzines Di Teal Triggs. Rispetto a questo, in cosa si differenzia essenzialmente il tuo testo?

Come dice il titolo, la mia pubblicazione è essenzialmente un excursus storico del fenomeno dell’editoria indipendente. Un viaggio che parte dai primi stampati che circolavano segretamente, svincolandosi dalla censura, e che vede nel Novecento il suo apice: un secolo in cui, come tento di spiegare nel libro, nasce il fenomeno delle fanzine ma non solo. Pensiamo al fumetto indipendente, alla letteratura di genere, a quella erotica, alle riviste legate alle sottoculture quali il surf, il punk e lo skateboard, solo per citare alcuni esempi conosciuti più o meno da tutti. È un percorso in cui provo a delineare i tratti caratteristici di tutte queste esperienze, le differenze, le similitudini e i loro sviluppi fino al panorama attuale.



previous arrow
next arrow
Slider


‘Condivisione’. Credo sia una parola molto importante per chi realizza fanzine e leggendo il tuo blog mi sono fatto l’idea che sia un concetto che permei buona parte della tua attività, sia per quel che riguarda i tuoi stampati, sia nel tuo ruolo di docente. Quanto è importante per te?

Moltissimo. Marco Aurelio usava dire che «ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape» e penso che avesse ragione. Sinceramente la condivisione è per me un modus operandi. Spesso mi ritrovo a lavorare e gestire progetti in cui, anche senza una vera e propria scelta consapevole alla base, si ritrovano coinvolti perfetti sconosciuti oltre ad amici. Con gli anni ho capito che a me piace così. Ritengo sia più utile per tutti e più interessante per i lettori; più ricco di sorprese e divertente. Diciamo che, con tutte le debite proporzioni e a distanza di più di duemila anni, sono giunto alle stesse conclusioni di Marco Aurelio.

Dagli anni Novanta alle fanzine tradizionali (stampate su carta) si sono accostate le cosiddette “webzine” o “e-zine”. Come succede a volte per alcune zine stampate, che assomigliano molto a delle riviste da banco (anzi, a volte sono persino più curate), certe fanzine digitali finiscono per confondersi con blog e siti web. Tenendo presente che i confini sono sempre sottili, per te in cosa si distingue una webzine da un sito?

Domanda potenzialmente molto rischiosa visto che il mondo delle fanzine, a prescindere dalla forma che di volta in volta esse assumono, rifugge per sua natura da qualsivoglia definizione e categorizzazione. Da un punto di vista puramente teorico, si può sostenere che le fanzine, nella loro versione digitale, rimandano più ai file in formato PDF, prodotti che hanno un termine, una fine, proprio come le loro parenti cartacee. Blog e siti web invece rientrano più all’interno di quella che il filosofo Luciano Floridi definisce infosfera, e che lo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályidi chiama flusso, cioè una scrittura continua e apparentemente senza fine. A ogni modo, senza allontanarmi troppo dalla domanda, ritengo che le fanzine prodotte in forma digitale siano una sorta di ibridazione del concetto originale, che si è andato adattando alle contemporanee forme di scrittura e lettura contribuendo a rendere veramente sottile il confine fra i due termini.

Dal 2008 è cominciata la rivoluzione 2.0 e social. Pensi che alcuni blog e profili social possano rientrare sotto l’etichetta di “zine interattive”? Il numero 13 della mia fanzine – thismagazinedoesnotexist.com – è stato pensato come un sito web mutevole, che dispensa contenuti più o meno aleatori e – dal punto di vista distributivo – ha funzionato particolarmente bene, visto il periodo attuale, in cui gli spostamenti fisici sono stati molto limitati. Io, in questo caso, non ho considerato molto l’interattività; i contenuti sono sempre differenti ma vengono comunque “subìti”. Tu come hai vissuto (e come vivi) l’accostamento della dimensione digitale e social al tuo lavoro come fanzinaro?

Il tuo progetto thismagazinedoesnotexist.com è molto interessante; possiamo dire che rientra in quella che Jay David Bolter chiama la plenitudine digitale, «un universo di prodotti e pratiche tanto vasto e vario che non può essere descritto come un insieme coerente.» È un’idea che mi riporta alla mente le istanze fatte emergere dalle avanguardie come Dada e ancor di più Fluxus e che, nella nostra contemporaneità, hanno caratteristiche assai stimolanti. Penso a due concetti in particolare che si sviluppano parallelamente: quello di narrazione per database e quello di remix. La prima – direttamente riconducibile alle teorie sui nuovi media di Lev Manovich – indica la modalità con cui oggi si fa storytelling, costruendo narrazioni non più lineari ma pescando (appunto) da database il cui senso generale viene costruito dall’autore, proprio attraverso i criteri di filtraggio usati per la selezione di tali elementi piuttosto che altri. La seconda è oramai un tratto tipico della produzione creativa contemporanea. Il remix – esperienza di flusso che annienta il confine tra alto e basso, fatta di ripetizione e variazione costante, caratterizzata da una dimensione fortemente ludica – è oramai ovunque, dalla musica alla letteratura, dall’arte figurativa alle performance. Proprio quest’ultimo tema, quello della perfomance, è forse ciò che meglio descrive il tuo progetto, qui la fanzine è il linguaggio, potrei dire il medium, che esiste solo nell’istante e che si esaurisce con la sua fruizione per rinascere in infinite forme successive. Un concetto attualissimo, se pensiamo al fenomeno delle Stories su alcuni social e al loro porre l’accento sul carattere effimero della produzione culturale contemporanea.

Ti interesserebbe partecipare alla realizzazione di una webzine interattiva?

Moltissimo. In generale mi interessa analizzare le forme di testualità contemporanee, non solo dal punto di vista del contenuto ma anche da quello delle pratiche sperimentali alla base della loro produzione. In alcuni casi si tratta di fenomeni quantitativamente enormi come lo scambio continuo tipico degli Instant Messaging, oppure i comportamenti del testo all’interno del mondo della memetica. Le specificità della comunicazione via e-mail o delle Newsletter, la scrittura collettiva proposta dall’universo della Fan Fiction, fino alla tipografia cinetica, e via dicendo. Sono veramente molti i campi da approfondire e che potrebbero essere molto divertenti da analizzare proprio tramite il medium della fanzine interattiva.

Bene! Allora conto già su di te per un progetto collaborativo su una fanzine interattiva. 🙂

A cura di Simone Macciocchi


www.edizionidelfrisco.com

Instagram: edizionidelfrisco


Caption

Per tutte le immagini, courtesy Francesco Ciaponi