MAXXI BVLGARI PRIZE 2020 | Tomaso De Luca, A Week’s Notice

Questo film rappresenta un’ode all’architettura profondamente storta, che vuole essere un tentativo di riconquista di quello spazio che è stato tolto e poi negato a una comunità.

A Week’s Notice è il titolo dell’opera vincitrice del MAXXI BVLGARI PRIZE 2020, realizzata dall’artista veronese Tomaso De Luca.
Si tratta di un’installazione video che entrerà a far parte della collezione permanente del Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma a partire dal prossimo autunno. A Week’s Notice,pensata per essere emessa su quattro canali audio, procede in un loop continuo, alternando in progressione le immagini proiettate.
La genesi creativa dell’opera risale all’ottobre 2019 e mostra la pura celebrazione dei due temi cardine alla base della ricerca dell’artista: architettura e malattia.
Nato come scultore, mette a fuoco il concepimento di un ibrido concettuale che indaga, in maniera trasversale, architettura, scultura, pittura e video.
L’ampia quantità di materiale storico-visuale si completa con le proprie memorie personali, traslando venticinque modelli architettonici, denudati da qualsiasi sovrastruttura, al limite dell’essenziale.

A Week’s Notice, letteralmente “Una settimana di preavviso”, è un’indagine storico-sociale espletata attraverso quello che l’artista stesso definisce come “design della prevenzione”: da un punto di vista teorico il concetto di casa riconduce l’immaginazione collettiva all’idea di rifugio, di luogo in cui accogliere quel senso di protezione e sicurezza. Nel mondo reale, a dispetto di una tale apparente consapevolezza, è all’interno delle mura domestiche che già dai primi anni Settanta inizia a dipanarsi una reiterazione del mondo esterno. Un mondo spettro di frustranti pregiudizi e prese di posizione, intrise di superficiale giudizio che condurrà a una silenziosa negazione del termine “diverso”.
Ciò da cui trae nutrimento la suggestione creatrice di Tomaso De Luca è l’invasione, la depredazione, dello spazio intimo e personale appartenuto a chi ha scelto di essere libero da schemi socio-culturali prefissati. A chi ha deciso di godere dei propri diritti e piaceri senza dover chiedere il permesso.
Una serie di scatti su cui l’artista si è imbattuto durante la propria permanenza americana, ritrovati all’interno di un sexy shop di Castro market a San Francisco dal nome Autoerotica, ha costituito il nucleo di partenza che ha ispirato la ricerca. Fotografie erotiche collezionate dal proprietario nel corso degli anni, di cui sono protagoniste persone omosessuali, parte della comunità di Castro Market.
Negli anni Settanta non solo qui, ma anche in comunità di altri quartieri di New York come Ellis Village, la gente, minacciata in base solo al proprio valore identitario, è costretta a fuggire con la speranza di trovare una nuova dimensione in cui esistere.
Da qui a ciò che sta per accadere con l’avvento della crisi dell’AIDS, nel pieno degli anni Ottanta, con quella che sarà definita dalla storica americana Sara Shulman “gentrificazone dell’AIDS”, il passo è breve.
Con tale definizione si intende la tragica pratica condotta in quegli anni dal mercato americano basata sull’espropriazione delle abitazioni di coloro che morivano giornalmente di HIV. Ne conseguiva la confisca dei loro beni, gettati senza remore, al fine di riproporre tali abitazioni per nuovi affittuari.

Patriarcato e potere organizzano “l’Altro”, sessualizzato e razzializzato, proiettandovi le ombre della mostruosità, della perversione, della pigrizia, della non-naturalità, della non-razionalità, della morte”.

Le fotografie, quasi come memorabilia,non vengono mostrate apertamente nell’installazione, tradotte, al contrario, in una dimensione invisibile dove l’erotismo “storto”, ma intimo, diviene scenario di amanti ritratti in una ineffabile domesticità.
Una riscrittura, quella di Tomaso De Luca, volta a conferire nuova dignità a una storia profondamente triste, ostile all’incontro con la diversità, schiava di un microcosmo spettro di se stesso.
L’indagine esplorativa verso una riconfigurazione dello spazio queer attinge a molteplici fonti visive che s’intersecano all’interno di un unico dialogo ossimorico tra staticità architettonica e caos spaziale.



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È infatti la natura sempre doppia di questo lavoro, dove ogni linguaggio compenetra e informa l’altro, che lo rende un luogo dalla grammatica impossibile, autonoma, queer. Persino nel suo funzionamento A Week’s Notice è fuori dal mio controllo. I video e il sonoro, grazie alle loro durate differenti, sono sempre fuori sincrono: si rincorrono e incontrano in momenti diversi, come le lancette di un orologio, lasciando che il lavoro si presenti allo spettatore in un’infinità di relazioni possibili, in continuo cambiamento a ogni nuovo sguardo. Non c’è mai stato bisogno di una gerarchia o di un ordine dei linguaggi, non mi sarebbe stato possibile lavorare alle sculture senza pensare alla loro resa bidimensionale, o senza considerare il suono che i materiali avrebbero prodotto, e così via”.

Immagini di persone che volano colte da istinti di pura pazzia, in miniature di edifici che si disgregano, tradiscono quella lucidità e concretezza che solo un impianto urbanistico può incorporare.
L’architettura, sinonimo di stabilità ed equilibrio, qui subisce una tangibile inversione identitaria, rendendosi protagonista di nuovi possibili scenari altamente disorientanti.
Spazi cadenti, edifici storti, ignari da qualunque legge fisica, si intrecciano a stralci di film come il Mago di Oz in cui a regnare sovrana è l’assenza di gravità.
Il titolo stesso, corollario al file rouge del sostrato tematico, invita a ragionare su quel sentimento di precarietà che un preavviso minimo verso l’abbandono di ciò che significa un rifugio può far provare. Quel senso di pura instabilità che è agli antipodi del concetto stesso di architettura, metafora di una quasi eternità.
La sensazione di smarrimento che la visione di A Week’s Notice può scaturire nel visitatore, quella sospensione agitata degli oggetti che sembrano aver perso qualunque senso statico, invita a ripercorrere il processo di perdita confusa, di incertezza. Immagini di oggetti volanti, strutture cadenti, la cui forza intrinseca del messaggio risulta talmente potente da trasmettere quel dolore intangibile di caducità.

Quello che A Week’s Notice fa è rendere belli – letteralmente – i disastri, i crolli, le anomalie, così che ci si possa vedere belli anche quando il ruolo che ci viene assegnato è quello del disastro, del precipizio, dell’anomalia. Non credo ci sia bisogno di attingere dalla propria storia personale per comprendere questo. Oltre a una storia a cui si appartiene in senso stretto, c’è anche una storia a cui si decide di appartenere”.

La vittoria del MAXXI BVLGARI PRIZE 2020 ha generato un riscontro inaspettato, tale da aver sfiorato la possibilità di credere che i temi sollevati in A Week’s Notice siano anche solo lontanamente sentiti dal pubblico. Una speranza questa, che ricade nel potere comunicativo intrinseco al termine Arte.

L’urgenza di affrontare determinati aspetti di un’opera – teorici, formali, materiali, retinici – viene dalla convinzione profonda che, proprio grazie al suo statuto di irrealtà,il suo essere potenza pura, l’arte sia un territorio di invenzione, di modalità alternative di essere. È una pratica che non esclude mai il sentire, ma lo trasforma in politica e, viceversa, fa della politica un’emozione, facendo evaporare, ad esempio, le differenze tra un’organizzazione razionale e sentimentale del mondo. Quindi, per quanto riguarda una possibile risposta emotiva, è stato un felice effetto collaterale, non certo un’intenzione. Partire dal presupposto di voler fare “qualcosa che emozioni” produce solamente un’oleografia un po’ spenta. Lavorare intensamente, assieme ai miei amici, nella pre-produzione del film, è stato il momento in cui è avvenuta realmente la costruzione di un’emotività trasversale. Sono molto felice che questo sia stato recepito”.

A Week’s Notice è un’opera che varca i confini della memoria, al fine di immaginare una nuova realtà possibile, fatta di rispetto del diverso. Un tentativo di riprogettare il ricordo del dolore che la comunità LGBT ha vissuto su di sé. Un’ode alla riconquista dei loro diritti, della loro libertà saccheggiata all’interno di un luogo, dapprima sicuro, trasformatosi, poi, in un’atroce prigione.

È un invito a praticare la libertà, all’assunzione del rischio che ci toglie dalla gabbia, ma anche dal rifugio. In qualche modo lì è quando si affronta la vita”.

Gilda Soriente

Virgolettati di Tomaso De Luca


Tomaso De Luca

A Week’s Notice

MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni 4a – Roma

www.maxxi.art

Instagram: verymoderno


Caption

Tomaso De Luca, A Week’s notice, 2020 – Video-installazione a tre canali, suono, video, colore, 60’00” – Courtesy Giorgio Benni e MAXXI