L’alterità domestica di Lula Broglio, Federico Cantale e Davide Mancini Zanchi | ASA NISI MASA da THE HOUSE, curata da Irene Sofia Comi

Lo Snàporaz1 felliniano (Marcello Mastroianni alias Guido Anselmi) pensa a una parola che viene scritta sulla lavagna, attraverso la mediazione del suo vecchio amico Maurice, dalla medium Maya che riesce a leggere nel suo pensiero. È Asa Nisi Masa – il film è Otto e mezzo del 1963 – un enigma (ir) risolto con una spiegazione apparentemente semplice. La comunicazione è cifrata per mantenerla segreta agli adulti, un modo per creare una distanza tra il mondo della magia e del mistero dei piccoli e quello della razionalità dei grandi. Nella psicologia infantile di Jean Piaget2 è la realtà animata dei bambini che non hanno ancora raggiunto quella fase della conoscenza che gli permette di distinguere tra dentro e fuori di sé. La stessa parola che i bambini ripetono come un mantra, in un altro frame del film, sembra essere un espediente magico che A (sa) NI (si) MA (sa) un dipinto. Per i filosofi greci era psyché, per l’evoluzionismo tyloriano3 l’animismo era una religione delle società semplici, in Giappone si chiama Tsukumogami lo spirito degli oggetti che riescono a vivere cent’anni. Anche gli oggetti, come umani e non umani, sono depositari di anime e memorie “come i fossili nella geologia o nelle scienze naturali”4, caricandosi di significati all’interno della cultura in cui sono inseriti o con cui si relazionano.

Asa Nisi Masa è la parola magica che apre la porta di un elegante palazzo milanese, la casa-studio di architettura di Michela Genghini, fondatrice di The House. Un progetto nato nel 2019, dedicato alla ricerca artistica più contemporanea, che diventa occasione per intavolare un dialogo con i professionisti dell’arte e della cultura. In occasione della mostra sono previsti una serie di incontri aperti al pubblico con l’architetto Riccardo Blumer, la designer Sara Ricciardi e il filosofo Raffaele Ariano, che insieme alla curatrice del progetto Irene Sofia Comi e agli artisti, affronteranno il rapporto che l’uomo ha con la produzione materiale e con le sue significazioni.

Irene Sofia Comi ci invita a entrare partendo dalla soglia per catapultarci in una dimensione che sovverte le linee candide e rigorose di un ambiente dall’estetica metropolitana, per lasciarci sedurre dalla magia delle fiabe e dai cartoon, dai nonsense e dagli enigmi. Lula Broglio (Sanremo, 1993), Federico Cantale (Legnano, 1996) e Davide Mancini Zanchi (Urbino, 1986) mettono in scena un articolato percorso obbligando lo spettatore a un’osservazione prolungata. Quel tipo di sguardo non è concesso a chi va di fretta ma a chi recupera il gusto della lentezza, per cogliere dettagli o significati non sempre dichiarati. Una modalità a cui probabilmente ci si è disabituati a causa della sovrapproduzione di immagini e oggetti che non abbiamo il tempo di vedere o conoscere, perché nel momento stesso in cui passano sono già obsoleti e sostituiti da altri a cui sarà riservato la stessa sorte. Una sorte quanto mai tragica e funesta, giacché solo per alcuni di questi è assegnato un destino differente, diventando soggetti di quel processo che trasforma le immagini in icone e gli oggetti in status. Agli altri non resta che la designazione di oggetti orfani5, la trappola dell’oscurità di qualche soffitta o del buco nero della rete.

Le opere di Davide Mancini Zanchi non perdono la loro funzione originaria ma si caricano di un simbolismo nuovo. Si collocano all’interno di una dimensione fiabesca animandosi come presenze inconsuete nello spazio. Il Portasapone, con al centro un dosatore per igienizzare le mani, ci accoglie all’ingresso come un lungo ramo uscito dal giardino di Alice6. E come nel meno noto Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò7, è nello specchio che si riflette il phantasma che abita lo spazio eterotopico8 per eccellenza. È qui che si vede quel che crediamo uno gnomo con il cappello blu troppo grande e il busto coperto da un mantello rosa troppo largo, e che invece rivela la sua natura utilitaristica nello Scovolino per WC che fa bella mostra in bagno, in un’atmosfera ovattata e intima complice l’illuminazione avvolgente. L’artista tecnicamente ricopre i suoi oggetti con il das o con altri agglomerati per restituire di loro un aspetto ludico e fantastico, alimentando un gioco di sovrapposizioni tra finzione-funzione e realtà. Vicino a uno specchio nel living il Posacenere di ceramica giallo (realizzato in più esemplari) è affiancato a Senza Titolo, una piccola tela-telefono cellulare. Come per l’opera precedente il mimetismo di Zanchi è una sfida per lo spettatore che deve decifrare il suo mondo immaginifico, così anche Monocromo è una tela con la scritta omonima, che con una sorta di camouflage formale, si nasconde tra i libri nella credenza. Scopa sembra uscita da un sortilegio, ripiegata su se stessa con il fusto aggrovigliato e la spazzola blu, mentre Coltelliera rimane un oggetto misterioso cui non osiamo avvicinarci, perché ci pare fragilissimo, fino a quando non ci viene mostrato che si tratta di coltelli con le lame di ceramica perfettamente funzionanti. L’opera pare il proseguimento tridimensionale de La Purificazione sul tappeto, la grande tela di Lula Broglio che campeggia all’interno della sala da pranzo. Un concentrato di fantasmagoriche figure zoomorfe, con una maschera dalla grande bocca-tavolo che pare aver inghiottito nelle sue fauci l’uomo, di cui non restano che le tracce del suo passaggio.



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Se il cosmo di Mancini Zanchi è giocoso e ludico quello di Lula Broglio si manifesta attraverso una raffigurazione surreale e sfuggente, i cui s-oggetti sono simbolicamente rappresentanti di un mondo senza uomini. Il suo è un territorio popolato da animaletti e mostriciattoli pietrificati come dopo il passaggio di una Baba-jagà9. La fascinazione della strega emerge subito con la piccola scultura Lo sdentato, in ceramica non cotta, con bocca aperta e occhi grandi che, minacciosa, pende dal soffitto nel corridoio e che sembra metterci in guardia dal coup de théâtre che attende lo spettatore. Gli elementi che contraddistinguono la messa in scena ci sono tutti: la maschera, il sipario, la rappresentazione. Ricca di dettagli da osservare accuratamente, di riferimenti culturali e di memorie artistiche e archetipe, prende in prestito elementi diversi per condensarli nello spazio bidimensionale con un’idea di prospettiva personalissima. I suoi sono piani e campi irregolari e accidentati, non una scelta estetica ma piuttosto una condizione naturale dell’artista: “Perché è così che percepisce gli spazi”, ci racconta la curatrice. Cosicché le sue tele a olio dalla tavolozza satura di colori forti e decisi nascondono e rivelano un universo costellato da presenze che abitano interni stranianti di reminiscenza brechtiana. Un’atmosfera che non suscita nello spettatore un’emotività specchiante che lo fa avvicinare e immedesimare alla pièce ma, piuttosto, crea una distanza che lo obbliga a cercare risposte non scontate. Ne La prima domenica del mese o in La luce della luna, sul porco, piccoli gechi fanno capolino in qualche angolo del quadro, echi orientaleggianti sono dipinti su un vaso cinese con una coppia in atteggiamento erotico nella prima, e su una brocca con tre donne nel secondo. Gli ambienti sono luoghi indefiniti: stanze colorate con porte semiaperte che lasciano intuire che ci sia qualcuno che non si vede, o figure antropomorfe, maialini o teste coronate in un bicchiere di vetro. Ne Il tempo dei segreti il pavimento verde rivela una serie di indizi su ciò che resta del passaggio di una donna, una scarpa rossa, due bicchieri di vino, una borsa aperta, un telefono cellulare, un piccola icona cinese. È invece dichiarato il riferimento alla casa che ospita la mostra in Carnevale animale, un omaggio alla sua architettura e ai suoi abitanti. Le due arcate tra sala da pranzo e living che caratterizzano l’ambiente (e che sono anche il logo del progetto The House) sono riprodotte sulla grande tela, al centro appesa al muro la stessa icona mariana, il grande tavolo con i vasi, le teste di porcellane zoomorfe e la coda e le zampe posteriori del persiano grigio di casa Genghini.

Oltre il sipario fa capolino il rigore di Federico Cantale, che ci riporta immediatamente all’immaginario visivo che strizza l’occhio all’iconografia pop. Rigidi monocromi di legno definiscono i lavori dell’artista declinati in un repertorio di razionali geometrie fluo. Formalismi che non tradiscono una natura che si fa anch’essa antropomorfa. Eye liner (Ilaria), una scultura bianca appoggiata al muro del corridoio, anticipa l’ingresso dietro la tenda, producendo ombre sul pavimento che restituiscono quella fisicità annunciata nel titolo. Forse una bicicletta? Gli occhi di Ilaria con l’eye liner? Gli interrogativi aumentano nel tentativo di attribuirgli forme che riconosciamo come parte delle nostre conoscenze, alimentando il fenomeno noto come pareidolia10 (già sperimentato nel corso della storia dell’arte da vari artisti come Giotto o Salvador Dalì). Se le opere hanno sembianze interpretabili che mettono in campo le potenzialità percettive, per Cantale è tutto molto più semplice: Eye Liner sintetizza l’astrazione di piani geometrici: due cerchi con una linea. Sale e Pepe – prima menzione della Giuria per l’Arte Emergente al Premio Fabbri 2019 – nel salotto dialoga con l’atmosfera rarefatta de Il tempo dei segreti di Broglio, creando un’affinità estetica per via dei colori forti ma anche una contrapposizione sul piano dei contenuti. Se la tela sembra la scena di un giallo da rompicapo anche per Hercule Poirot o Miss Marple11, nella scultura di Cantale l’uomo si manifesta seppur nella sua sintesi espressiva. Si tratta della rielaborazione dell’abbraccio di una coppia sdraiata su un klìne, probabilmente a un banchetto, riferita a un Sarcofogo degli sposi del VI secolo a.C. La rigida simmetria dell’originale trova la sua continuità nel monolite arancione che diventa il letto su cui sono semisdraiati i due coniugi, in una essenziale rappresentazione. È ancora una coppia che si nasconde in Cin cin (vicenda amorosa o avventura galante) cheemerge con il suo rosa lucido nel grande armadio di legno. La rivelazione arriva dopo un’attenta osservazione: “un binocolo, i seni di una donna, un mattarello colorato o due figure stilizzate che amoreggiano” ci racconta la curatrice, come suggerito dai piccoli piedini sulla parte posteriore (che se guardiamo con attenzione ricordano i piedi del Sarcofago degli sposi). Sul pianoforte nero Le Cozze alla Cantale, un piatto con il bordo bianco da cui emergono le conchiglie delle cozze di legno laccate nere (con una lastra di rame tagliato laser), che diventa un’estensione della tavolata onirica in La luce della luna sul porco di Broglio.

Asa Nisi Masa conduce lo spettatore dentro un universo fantastico, che si ritrova concentrato in uno spazio definito dall’architettura domestica. Un ambiente che muta la sua funzione principale per adattarsi ai suoi abitanti (umani, non umani e oggetti), in cui è necessario rinegoziare continuamente ruoli e valori. Il pretesto di natura estetica che la mostra offre diventa occasione in cui, con estrema leggerezza, è più facile riflettere intorno a tematiche complesse come la relazione che l’uomo intreccia con la sua epoca, tanto più in un momento storico in cui l’abitare deve inglobare più di quanto non possa contenere (e non solo metaforicamente). Il mondo si restringe sempre di più all’interno ribaltando quelle consuete separazioni tra vita professionale, educativa, familiare e sociale tipica delle nostre società. Se per The House è frutto di un’inclinazione naturale (casa-studio-galleria), per molti è l’esito di un’imposizione dovuta all’adozione del lavoro agile, della scuola a distanza (espressione fallimentare di società incapace di riconoscere cultura e sapere come beni primari e inalienabili dell’uomo) o delle forme di socialità vincolate alla tecnologia, come temporaneo surrogato del contatto umano. Tra iconografie magico-rituali, totem e misteri, fiabe e stregonerie, la mostra si fa metafora della nuova alienazione umana che si trova in questo mo(n)do in una fase di sospensione permanente da ciò che conosceva fino a poco tempo prima, in attesa di qualcosa che rappresenta la nuova alterità.

Elena Solito


1) Snaporaz è il nomigonolo scelto da Federico Fellini per il suo Marcello Mastroianni alias Guido Anselmi, in Otto e mezzo del 1963; è anche il protagonista di La città delle donne del 1980.
2) Jean Piaget è psicologo, pedagogista, biologo e filosofo svizzero; sviluppa lo studio sulla psicologia infantile, è fondatore dell’epistemologia genetica.
3) Animismo, termine introdotto da Sir Edward Burnett Tylor, antropologo e etnologo, considerato uno dei fondatori dell’antropologia moderna.
4) Ciabarri L., Cultura materiale, oggetti, immaginari, desideri in viaggio tra mondi, edizioni libreria Cortina Milano 2014.
5) Bodei R., La vita delle cose, Laterza, Bari, 2009.
6) Carroll L.,Alice nel paese delle meraviglie, Prima pubblicazione 1865.
7) Carroll L., Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, Prima pubblicazione 1871.
8) Eterotopia: termine usato dal filosofo francese Michel Foucault, riferito ai luoghi che sono connessi a tutti gli altri spazi, in cui il tempo assume connotazioni differenti, sospendendo la realtà. Spazi eterotopici sono per esempio: specchi, cimiteri, treni, giardini e camere d’albergo.
9) Baba Jaga è la strega delle fiabe e dei racconti popolari delle popolazioni russe.
10) Pareidolia è un fenomeno percettivo o meglio un’illusione subcosciente che riconosce forme conosciute in forme casuali.
11) Hercule Poirot e Miss Marple sono due investigatori nati dalla penna della scrittrice Agatha Christie.


Lula Broglio, Federico Cantale e Davide Mancini Zanchi

ASA NISI MASA

A cura di Irene Sofia Comi

dal 18 marzo 2021, fruibile in base alle disposizioni governative

THE HOUSE – Viale Vittorio Veneto, 18 – Milano

Instagram: thehouse.vvv


Caption

Davide Mancini Zanchi, Portasapone, 2018, detail – Asa Nisi Masa. Lula Broglio, Federico Cantale, Davide Mancini Zanchi, curated by Irene Sofia Comi, installation view at The House, Milan, 2021 – Courtesy the artist and The House, ph Cosimo Filippini

Federico Cantale, Eye-liner (Ilaria), 2019 – Asa Nisi Masa. Lula Broglio, Federico Cantale, Davide Mancini Zanchi, curated by Irene Sofia Comi, installation view at The House, Milan, 2021 – Courtesy the artist and The House, ph Cosimo Filippini

Lula Broglio, La purificazione sul tappeto, 2019; Davide Mancini Zanchi, Coltelleria, 2019 –  Asa Nisi Masa. Lula Broglio, Federico Cantale, Davide Mancini Zanchi, curated by Irene Sofia Comi, installation view at The House, Milan, 2021 – Courtesy the artists and The House, ph Cosimo Filippini