Il Grand Tour contemporaneo di Lee Madgwick

Il Grand Tour nell’Europa continentale, in voga tra la gioventù aristocratica del Settecento, viene riletto da Lee Madgwick, nella sua seconda personale – fruibile a Roma, fino al 26 luglio, presso White Noise Gallery -, come un viaggio diretto verso il nulla, in un ‘non-luogo’ simbolo della vita stereotipata del post-umanesimo contemporaneo. In The Nowhere Sightseeing Tour lo splendore delle antichità italiane lascia il posto ad anonimi sobborghi urbani in cui le differenze si annullano in una natura incontaminata e indefinita; la scenografia ideale per rendere l’idea di un’era digitale che è già divenuta archeologia.

Grazie a un’espressione pittorica singolare e a uno stile di vita appartato, l’artista inglese evita di introdursi a pieno nel circuito dell’arte: Madgwick rifiuta da molti anni di vivere in una metropoli come Londra, preferendo risiedere in un piccolo paese immerso nella campagna. La stessa in cui sono ambientati i suoi ruderi moderni. Dei dieci quadri in mostra quelli più piccoli sono interamente dipinti ad acrilico, mentre i più grandi comprendono anche colori a olio. Questi, insieme a un sapiente uso del chiaroscuro, sono indispensabili per rendere i cieli cupi e le atmosfere sospese. I due curatori hanno preferito presentare solo pitture senza l’interferenza di altri medium, al fine di reinterpretare in chiave contemporanea l’idea di quadreria settecentesca. Così si spiegano, nella seconda sala, le tele ad altezze e distanze regolari, oltre che la linea orizzontale color salmone che nel primo ambiente circonda le pareti: un dispositivo che accentua la sensazione di essere accolti dall’uniformità del piano visivo.

L’artista dimostra un’attenzione ai dettagli e una precisione quasi ossessiva: la sua tecnica può essere definita accademica, di maniera, anche se l’atmosfera ferma e immobile di questi luoghi indistinti gli conferisce un carattere diverso. Diventa espressione di una sorta di stasi, di paralisi, come emerge in Grounded dove una nave è arenata su un prato o in The Crank’s Abode con il suo caseggiato dalle rigide toghe in legno. Analoghe sensazioni di stallo e sospensione caratterizzano anche la facciata in mattoni di The Hush e la quercia di Transient, elementi immobili nella loro frontalità. Grazie alla sua tecnica minuziosa, Madgwick svela il contrasto tra l’idea di manualità, con il suo tempo dilatato, e i ritmi vertiginosi dell’attuale società digitale. La sensazione di una narrazione rallentata risulta fuori luogo in un’epoca in cui un odierno caseggiato popolare fa già parte del passato.Nonostante la ‘maniacale’ precisione stilistica evochi l’iperrealismo americano, dal punto di vista tematico e concettuale emergono differenze fondamentali. Diversamente dalla tendenza statunitense, le case e i campi di Madgwick non presentano mai elementi reali, ma del tutto inventati. Più che la mimesi conta la resa di un clima inquietante ed enigmatico. La provenienza dall’immaginazione dell’artista è provata dal fatto che le sue visioni propongono sempre qualcosa di sbagliato, di non congruo alla realtà: un palazzo composto solo da una facciata curva, una chiesa formata unicamente da un abside, un castello ridotto a un solo blocco o, nell’opera Hivemind, un edificio sghembo con le scale eccessivamente strette e con le finestre troppo piccole. Le incongruenze di questi sobborghi urbani dichiarano un’interpretazione contemporanea dei Capricci rinascimentali: quelle rappresentazioni di luoghi impossibili, con costruzioni eterogenee, che diventano viste ideali in quanto deformate nella scala e nella prospettiva.



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Ne risultano visioni analoghe al set di un film dove ogni contesto, naturale o urbano, viene volutamente accentuato e deformato per far colpo sulla percezione dell’osservatore, particolarmente attratta dall’abilità cinematografica di creare falsi che sembrano più veri della realtà. D’altronde, si tratta di scorci anonimi e comuni che paradossalmente, pur essendo irreali, qualsiasi persona può vedere dalla propria macchina durante un viaggio. Con la costruzione di immagini distopiche e post-apocalittiche, Madgwick mostra di ispirarsi alle ambientazioni di registi quali Alfonso Cuaron e John Hillcoat. Scenari in cui, come nelle tele esposte, la natura desolante e avversa sopprime l’elemento umano. L’inquadratura e la scenografia cinematografica emergono nel quadro The Governor, in cui una macchina nel buio punta i fari sull’ingresso di una villa, e in The Congregation, dove degli uccelli volano sopra un palazzo abbandonato; uniche due scene in mostra che sono animate da un’azione, in cui, oltre al silenzio e all’immobilità di questi relitti moderni, viene narrata una storia. La possibile presenza di un uomo dietro la finestra illuminata (come il Norman Bates di Psyco) e i minacciosi uccelli in volo, sono i soli elementi di vitalità in una natura dominante, così come gli edifici popolari sono le ultime tracce effimere di chi li ha costruiti.

Anche queste poche narrazioni rimangono però bloccate in un costante momento presente, così come sono trattenuti i tanti interrogativi posti dai quadri. Chi abita quei luoghi? Cosa celano questi edifici? Cosa sta per accadere? Domande a cui l’artista non risponde mai completamente, lasciando che il racconto resti sospeso tra una serie di ipotesi e privo di una connotazione o di un significato preciso. Il suo primo intento è quello di emulare l’attuale società globalizzata che ha rafforzato l’omologazione a discapito della diversità culturale, come testimoniano i caseggiati sprovvisti di segni distintivi. Fornire però una spiegazione certa diventa controproducente una volta appreso il secondo obiettivo di Madgwick: l’artista ambisce a lasciare aperto il finale, consegnando non una, ma molteplici chiavi di lettura. Può trattarsi di luoghi senza vita, di scenari apocalittici o post-capitalistici, ma l’unica cosa certa nel suo immaginario è che una nuova era sta arrivando e che questo presente è solo una rovina abbandonata da cui ripartire.

Mario Gatti


Lee Madgwick

The Nowhere Sightseeing Tour

A cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti

6 giugno – 26 luglio 2019

White Noise Gallery – Via della Seggiola, 9 – Roma

www.whitenoisegallery.it

Instagram: whitenoisegallery


Caption

††Lee Madgwick, The Governor, 2019 – Acrylic on canvas, 130 x 70 cm – Courtesy White Noise Gallery Roma, ph. Carlo Maria Lolli Ghetti, Eleonora Aloise

Lee Madgwick, Grounded, 2019 – Acrylic on canvas, 60 x 40 cm – Courtesy White Noise Gallery Roma, ph. Carlo Maria Lolli Ghetti, Eleonora Aloise

Lee Madgwick, Hivemind, 2019 – Acrylic on canvas, 120 x 90 cm – Courtesy White Noise Gallery Roma, ph. Carlo Maria Lolli Ghetti, Eleonora Aloise

Lee Madgwick, The Congregation, 2019 – Acrylic on canvas, 140 x 100 cm – Courtesy White Noise Gallery Roma, ph. Carlo Maria Lolli Ghetti, Eleonora Aloise



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