Verso un ecofemminismo queer – Greta Gaard

Il concetto di “antropocene” è ormai entrato nell’uso comune del lessico giornalistico e viene spesso utilizzato dai media in maniera impropria e prettamente sensazionalistica; ma gli aspetti correlati alla questione antropocenica, non ancora sufficientemente dibattuti, riguardano l’intreccio dei rapporti di dominio che si basano su genere, orientamento sessuale, etnia e classe, tutti aspetti che convergono delineando la proposta di un nuovo termine geologico: il Maschiocene.

Il testo che segue – Verso un ecofemminismo queer1 di Greta Gaard, traduzione a cura di KABUL – è un estratto di Earthbound. Superare l’Antropocene, 2° Edizione, KABUL Editions, 2021.

Si ringrazia KABUL Editions per la gentile concessione.


Sebbene diverse ecofemministe riconoscano l’eterosessismo come un problema, manca ancora un’esplorazione sistematica delle potenziali intersezioni tra le teorie ecofemministe e quelle queer. Analizzando le costruzioni sociali di ciò che è considerato come “naturale”, i vari usi del cristianesimo come logica di dominio e la retorica del colonialismo, questo saggio cerca quelle interconnessioni teoriche e discute dell’importanza di sviluppare un ecofemminismo queer.
Le attiviste e studiose progressiste lamentano spesso la spaccatura politica della sinistra statunitense. Spesso descritti come “un plotone d’esecuzione circolare”, la sinistra e i movimenti progressisti sono noti per i loro dibattiti e le loro conflittualità intellettuali, che sono serviti a dividere diversi gruppi che avrebbero invece potuto lavorare in coalizione: i lavoratori in lotta, gli ecologisti, gli attivisti per i diritti umani, le femministe, gli attivisti per la liberazione animale, gli attivisti per i popoli indigeni e gli attivisti gay, lesbiche, bisessuali e transgender (LGBT). Allo stesso tempo, negli Stati Uniti la destra conservatrice non ha perso tempo a riconoscere le connessioni tra tutti questi vari movimenti di liberazione, e ha lanciato una campagna (articolata nel “Contratto con l’America”) per assicurare la loro repressione collettiva. Come risultato, sembra che il futuro dell’attivismo possa dipendere anche da come attivisti e studiosi sapranno riconoscere e articolare le basi per una lotta comune. Nella teoria e nella pratica, l’ecofemminismo ha già contribuito molto a questo sforzo.
Alla radice dell’ecofemminismo vi è il riconoscimento che vari sistemi di oppressione si rinforzano reciprocamente. Sulla base dell’analisi femminista socialista che vedeva razzismo, discriminazione di classe e sessismo come connessi, le ecofemministe hanno riconosciuto ulteriori somiglianze tra queste forme di oppressione umana e le strutture oppressive dello specismo e del dominio sulla natura. Uno dei primi impulsi per il movimento ecofemminista fu la presa di coscienza del fatto che la liberazione delle donne – scopo di tutte le correnti femministe – non poteva essere del tutto conseguita senza la liberazione della natura; e allo stesso modo, la liberazione della natura, così ardentemente desiderata dagli ecologisti, non potrà realizzarsi senza la liberazione delle donne: i collegamenti concettuali, simbolici, empirici e storici tra le donne e la natura così come sono stati costruiti nella cultura occidentale richiedono alle femministe e agli ecologisti di affrontare insieme questa lotta per la liberazione, se vogliamo vincerla (Warren 1991). Finora, la teoria ecofemminista si è sviluppata esplorando le connessioni tra diverse questioni come il razzismo, la devastazione ambientale, l’economia, la politica elettorale, la liberazione animale, la politica riproduttiva, le biotecnologie, il bioregionalismo, la spiritualità, le pratiche di medicina naturale, l’agricoltura sostenibile e altro. Le attiviste ecofemministe hanno lavorato nei movimenti per la giustizia ambientale, nel Movimento Verde, in quello delle donne, in quello della liberazione animale, e nel movimento contro il capitalismo. Per continuare a costruire coalizioni, mi piacerebbe esplorare in questo saggio la connessione tra l’ecofemminismo e la teoria queer.



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L’autrice ecofemminista Ellen O’ Loughlin (1993, 148) scrive: “Abbiamo visto come il razzismo, l’eterosessismo, la discriminazione di classe, l’ageismo e il sessismo fossero tutti correlati al dominio della natura”. Chaia Heller approfondisce: “L’amore per la natura è un processo di presa di coscienza e decostruzione delle ideologie del razzismo, del sessismo, dell’eterosessismo e dell’abilismo, così che possiamo smettere di ridurre la nostra idea di natura a quella di una misteriosa e bellissima madre eterosessuale”. (1993, 231) Tuttavia, come astutamente commenta Catriona Sandilands: “Non è abbastanza aggiungere ‘eterosessismo’ alla lunga lista di forme di dominio che danno forma al nostro rapporto con la natura, e aggiungere ‘queer’ tra le categorie oppresse” (1994, 21). Sfortunatamente, è proprio questo l’approccio che ha contraddistinto finora la teoria ecofemminista, ed è questa la ragione per cui credo sia ora per le persone queer di uscire dal nascondiglio e parlare per noi stessə2. Obiettivo di questo saggio è dimostrare che ogni teoria ecofemminista, per essere veramente inclusiva, deve prendere in considerazione le scoperte della teoria queer; in modo simile, la teoria queer deve prendere in considerazione le scoperte dell’ecofemminismo. A tale scopo, esaminerò varie intersezioni tra ecofemminismo e teoria queer, dimostrando che una società libera ed ecologica, concepita quale obiettivo dell’ecofemminismo, sarà necessariamente una società che valorizza la diversità sessuale e l’erotismo.


1. La prima traduzione italiana del testo di Gaard, pubblicata nel 1997 su «Hypatia», 12, 1, è stata qui utilizzata come testo di raffronto opportunamente integrato ed emendato laddove ritenuto necessario. [N.d.T.]
2. Uso il termine “queer” come abbreviazione per gay/lesbica/bisessuale/transgender, ma utilizzo termini più precisi laddove richiesto dal contesto. Uso pronomi plurali in prima persona quando parlo di persone queer (noi) per rendere esplicito il mio posizionamento come soggetto. Sono pienamente consapevole del fatto che queer sia un termine contestato, per lo più diffuso tra persone queer di città, sotto i quarant’anni, provenienti dall’ambiente universitario, ma generalmente malvisto tra le persone che vivono in zone di comunità rurali, sopra i quaranta; anche in questo caso uso il termine per riflettere la mia situazione in questo particolare momento storico, geografico e culturale.


Caption

Earthbound. Superare l’Antropocene, 2° Edizione, KABUL Editions, 2021 – Courtesy KABUL Editions