La caverna lunare di cari cani di Valentina Furian da Una Galleria

Le possibilità di una comunicazione interspecie rientra in un dibattito tipico dell’epoca del postumanesimo. Un’epoca in cui l’uomo non riveste più quella centralità che gli è stata attribuita nel tempo ma in cui la sua capacità di relazione con la natura diventa fondamento per la costruzione di un futuro, e una necessità imprescindibile alla sussistenza della specie, come dimostrano gli eventi degli ultimi anni.
La storia dell’uomo ci racconta della sua relazione con gli animali, in particolare del rapporto con i primi Canis; le teorie formulate dividono coloro che ritengono sia stato l’uomo ad avvicinare i primi esemplari da chi crede siano stati invece loro ad avvicinarsi all’uomo. A ogni modo, ciò che conosciamo sono i vari processi di addomesticamento, antropomorfismo, adattamento o di relazione che si sono sviluppati nel corso del tempo secondo latitudini geografiche e percorsi sociali e culturali diversi.
Se nella favola di Fedro Il lupo e il cane, il lupo non rinuncia alla sua libertà in cambio di un pasto sicuro – a differenza del cane addomesticato – in cari cani – personale di Valentina Furian (Venezia, 1989) – il cane ritrova di fronte a una situazione di pericolo, la sua natura animalesca.
Realizzata da UNA Galleria a Piacenza, la mostra presenta una serie di lavori tra cui video, immagini fotografiche e vetrofanie. Una ricerca, quella dell’artista, che se formalmente predilige i linguaggi più sperimentali, concettualmente si fonda nel recupero di “fossili”, come li chiama, che arrivano inaspettati e inattesi. Il suo lavoro si colloca a metà tra quello di una paleontologa e le memorie proustiane che emergono all’ombra del villaggio francese di Combray.
I ricordi appaiono nella mente, si fanno costanti ossessioni e sono tradotti attraverso un processo creativo, in rappresentazioni. Spesso sono immagini in movimento, che raccontano attraverso il video frammenti di reminiscenze, rievocazioni personali o collettive, inserite in una narrazione che si fa misteriosa, enigmatica e sfuggente, che si colloca in una condizione di sospensione delle certezze. Certezze non più desunte attraverso costrutti reali ma imbrigliate in una struttura che fa uso di tecniche, effetti visivi e sonori, o ancora metraggi brevi, per alimentare un’atmosfera straniante. Perché straniante è l’esperienza maturata di fronte alle opere dell’artista, che nella libertà del racconto senza una trama lineare agisce sfruttando percezione e sensibilità individuale, la capacità dell’uomo-spettatore di trovare un appiglio alla comprensione. La relazione tra l’uomo e gli animali, le dinamiche di addomesticamento e della sua natura istintiva sono indagate da Furian in maniera non antropocentrica. Se la specie umana è stata considerata per diverso tempo egemone (non a ragione), seguendo inclinazioni assimilabili allo specismo2, almeno da quelle società altamente industrializzate e urbanizzate, vi è ora una volontà, che si è andata a rafforzare negli Anni Zero, di ristabilire un equilibrio tra le parti, restituendo alle altre specie non umane un diritto sottratto da pregiudizi storici e culturali.



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Ed è proprio questa modalità che ritroviamo nelle opere dell’artista, dove gli animali spesso sono presenti come soggetti-protagonisti, e laddove i soggetti sono altri, la presenza umana è quasi assente. Lo sguardo di Furian è orientato a incrociare quello animale, che esercita un potere attrattivo su di lei. Un’attrazione che la suggestiva metamorfosi compiuta da Una Galleria, nell’allestimento della mostra, alimenta. Una luce rossa avvolge lo spazio-caverna che ci inghiotte nelle sue fauci come fosse una grande bocca spalancata. La stessa bocca presente in cari cani, vetrofanie disegnate dall’artista, che creano quel corpo misterioso e ambiguo in cui il pubblico si avventura. Dall’altro lato della vetrata due cani fiutano per terra, studiano il territorio, esattamente come lo spettatore all’ingresso, di fronte a quell’ambientazione lunare. Un lavoro site specific per lo spazio ma riproducibile in altri luoghi.
Entrando si sente un cane che abbaia intermittente. Un video in fondo alla sala riprende l’animale illuminato da un’unica luce rossa nella notte scura. Oscuro è il motivo della sua agitazione. Lo spettatore ignora la causa, percepisce la paura di un pericolo che incombe, ma non vede altro. Anche le due fotografie 55 (cane) I still 1 e 2 dell’animale a parete, non aggiungono informazioni ma colgono il momento in cui manifesta la sua azione. Un’azione che resta sospesa nel buio, il momento in cui i cani riescono ad avere una maggiore visibilità e a distinguere meglio il pericolo. In questa zona rossa e ermetica è possibile solo cogliere una porzione di realtà, che l’artista offre attraverso il suo sguardo, generando una condizione di incertezza.
Il video 55, realizzato sulle colline toscane nel 2019, in questa occasione non mostra la ragione del timore dell’animale ma rimane, apparentemente incompleto. Un’omissione voluta che, rafforzata dall’ambiguità della rappresentazione e dalla scelta nella costruzione del dispositivo scenico, alimenta la forza evocativa. Il cane diventa oggetto di indagine per l’artista ma rimane anche l’unico soggetto al quale lo spettatore si aggrappa in cerca di risposte. E lo fa proprio attraverso quegli occhi nella notte che restano l’unico sostegno alla comprensione. Uno sguardo dal quale lo spettatore si sente allo stesso modo respinto, forse a causa del timore provato di fronte alla sua aggressività, ma da cui è inevitabilmente attratto, perché depositario di una verità che a lui è sconosciuta. Un lavoro, quello dell’artista, che si pone come un ignoto e ambivalente territorio che diventa occasione per rimettere in discussione le strutture fin qui costruite per definire la relazione tra le specie.

Elena Solito


Note
1) Marcel Proust, Dalla parte di Swann, Alla ricerca del tempo perduto
2) Specismo- Principio di superiorità della specie umana. Termine introdotto nel 1970 da Richard D. Ryder e succesivamente Peter Singer nel libro Liberazione animale 1975.


Valentina Furian

cari cani

17 ottobre – 31 dicembre 2020

UNA GALLERIA – Via S.Antonino 33 – Piacenza

www.unagalleria.com

Instagram: una_galleria


Caption

Valentina Furian, cari cani, installation view UNA, 2020 – Courtesy and photos the artist and UNA GALLERIA, ph Marco Fava

Valentina Furian – 55 (cane) | still 2, fotografia, inkjet print su Canson Platin 310g/mq cm 50 x 28 2020 cari cani, UNA GALLERIA – Courtesy and photos the artist and UNA GALLERIA

Valentina Furian, 55 (cane) | still 2, fotografia, inkjet print su Canson Platin 310g/mq cm 50 x 28 2020 – Courtesy and photos the artist and UNA GALLERIA, Piacenza.

Valentina Furian, cari cani, vetrofania taglio laser su vinilico adesivo nero cm 200 x 260 2020 installation view UNA – Courtesy and photos the artist and UNA GALLERIA, ph Marco Fava