Vagabondaggi urbani, inseguendo Thomas Berra

“Il più minuscolo germoglio ci dimostra che in realtà non vi è morte, e che se mai c’è stata conduceva alla vita, e non aspetta il termine per arrestarla, e che cessò all’istante in cui la vita apparve”. La poesia moderna di Walt Whitman trova la sua massima espressione nella raccolta Foglie d’erba, pubblicata per la prima volta nel 1855 (con dodici componimenti), e conclusa con la deathbed edition nel 1891-92. Coraggioso nelle idee contestualizzate alla sua epoca (e per questo ne pagò le conseguenze) e scevro da impianti strutturali compositivi attraverso l’utilizzo del “verso libero”, l’autore celebrava la vita fatta di piccole cose. Se le foglie sono metafora del ciclo della vita e dell’armonia nella visione whitmaniana, allo stesso modo sono anche nomadi inconsapevoli che rinascono in altri luoghi per Gilles Clément (agronomo, biologo e paesaggista francese). I fili d’erba si spostano, gli arbusti e le erbacce si muovono trasportare dal vento, dall’uomo e dal caso. Sono le vagabonde che migrano nei modi più insoliti. Si depositano in terreni diversi dalla loro origine, occupano altri habitat e generano nuovi ambienti in cui prendono vita. L’autore francese, in uno dei suoi saggi, descrive il fenomeno naturale dello spostamento e del conseguente radicamento: “[…] viaggiano. Soprattutto le erbe. Si spostano in silenzio, in balìa dei venti. Niente è possibile contro il vento. Se mietessimo le nuvole, resteremmo sorpresi di raccogliere imponderabili semi mischiati di loess, le polveri fertili. Già in cielo si disegnano paesaggi imprevedibili”[1].

Le vagabonde sono parte dell’universo vegetale fatto di radici, foglie e piante infestanti. Avviano lo stesso processo di colonizzazione della materia pittorica, cui non si sottrae Thomas Berra (1986, Desio) artista italiano che vive e lavora a Helsinki. Che sia una tela, un supporto su carta, una parete o ceramica, la traccia della natura implode nello spazio. Si carica di colore attraverso impasti di tecniche diverse riportando la natura al centro. L’artista è influenzato dalle suggestioni del botanico, attinge al mondo non umano per disegnare (letteralmente) una dimensione da cui l’uomo contemporaneo si è allontanato. Un allontanamento radicale per sposare un’idea di progresso selvaggio che lo ha spinto agli eccessi impedendogli di trovare un aequilibrium, dimenticando il rispetto delle specie (anche della sua).

La riflessione di Berra sulla natura diventa il pretesto per un’analisi sul presente. Una fase storica in cui l’uomo non può più esimersi dalle responsabilità o dal rimandare scelte che avrebbe già dovuto attuare. È urgente un nuovo paradigma che sia in grado di scardinare in tempi brevissimi vecchie abitudini e pensieri obsoleti. Il tempo della visione antropocentrica è finito (da tanto). Quell’ego(ismo)centrismo su cui l’individuo ha edificato la struttura sociale, nel tentativo di celebrare se stesso, sta implodendo rivelando il suo stesso fallimento. Una visione impietosa che non vuole essere negazione del progresso, della tecnologia o di una visione globale del mondo ma che, in maniera lucida e disincantata, tenta un’autocritica collettiva. L’obiettivo è gettare le fondamenta per una società nuova, in grado di ricuperare il senso delle cose, soprattutto quello delle parole (un’altra cosa da cui ci si è allontanati). L’uomo ha, prima di tutto, disimparato ad ascoltare (anche i suoni della natura). Si è reso colpevole (per conformismo, per dolo o per avidità) dell’incapacità di attribuire un valore a parole come rispetto, responsabilità e consapevolezza, che hanno un riflesso anche sulle economie mondiali. Indirizzo che invece deve radicarsi e migrare (trasportato dal vento, dalle suole delle scarpe e dal caso) con le erbe e le piante di Clément, fertilizzando altri terreni.



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Seguendo questo pensiero errante, la natura si assesta anche sulla materia dell’artista. Si insinua vigorosa colonizzando spazi e superfici con elementi che implodono nel loro formalismo fino a provocare (in taluni casi) una sensazione di accerchiamento, anche suggellato da quella sensazione nebulosa che lo avvolge. Un effetto quest’ultimo che rimanda al fenomeno atmosferico della nebbia Usva Utu Sumu (in finlandese: quella sul mare, quella del primo mattino e la nebbia fitta). Termine scelto da Thomas Berra per presentare la sua ultima mostra, realizzata in collaborazione con UNA Galleria presso Zazà Ramen, che rievoca una condizione in cui la narrazione scorre avvolta dal mistero dell’inconsistenza formale. Le figure appaiono senza definirsi completamente nella loro anatomia. I corpi sottili sono accennati dalla pittura e restano sospesi nell’ambiente ricreato dall’artista. L’esito del suo lavoro è una mappa che ha origine da alcune suggestioni letterarie da “l Libro dei sogni. Si tratta del diario felliniano che raccoglie segni, disegni, scarabocchi, appunti dal 1960 all’ultimo decennio del Novecento, da cui l’artista attinge per ricreare un mondo fantastico, onirico, atemporale.

La stessa occupazione spaziale che avviene con le vagabonde descritta da Clément si manifesta anche con la conquista di luoghi destinati ad altre funzioni da parte degli artisti. Hans Ulrich Obrist ricorda come “Le mostre “fuori dai musei” sono conflittuali rispetto a quello che accade “nel museo” e viceversa. Ognuno di questi posti contribuisce alle dinamiche degli altri (…)” [2], ma allo stesso tempo questo consente il cortocircuito con le opere, generando un dialogo che permette l’elaborazione di inedite relazioni estetiche, concettuali e semantiche. La vegetazione di Berra pervade uno spazio che convenzionalmente non è riservato all’arte. Dal Novecento ci siamo abituati a inciampare in opere collocate fuori da musei o gallerie, con l’appropriazione di spazi pubblici e privati diversi, spazi vuoti o abbandonati. Una condizione che disegna un nuovo layout espositivo, e che contribuisce ad aggiornare una mappatura dei fenomeni che afferiscono alla dimensione contemporanea. L’opera di Berra si aggrappa alla vita, è un inno alla rigenerazione. “La dimensione vegetale è resa con segni, intrecci e linee che sezionano e analizzano l’anatomia di foglie e rami nei lavori (…). Una maglia fitta in cui si innesta prima di tutto il colore. Il verde in tutte le sue declinazioni che irrompe attraverso il disegno, un’azione primitiva, quest’ultima che si appropria degli elementi.“, ma anche il giallo, il rosso e il blu. Si dilata sui muri bianchi e si gonfia trasportata da un vento immateriale, per disperdersi su ciotole di ceramica chiara usate per il ramen colorandosi di blu.

Il vento porta lontano le piante ma anche le storie. Soffia a Oriente. Si narra che il ramen abbia origini dalla Cina e che trovi una sua tradizione nell’arcipelago giapponese. L’imprenditore e collezionista olandese Brendan Becht con lo stesso spirito itinerante delle piante introduce elementi tipici di altri luoghi a Occidente. Zazà Ramen è un luogoelegante ma discreto, in cui si respira quel fascino della lentezza, la stessa con cui anche la natura si muove e arriva a una sua maturazione. Perché la fretta è nemica. Con una visione lungimirante e la capacità di convogliare simboli culturali e espressioni artistiche, Brecht ospita gli artisti invitati alla sua tavola (letteralmente) seguendo la filosofia della convivialità. Le mostre si formalizzano attraverso il dialogo e lo scambio all’interno del ristorante, che assume la connotazione di un dispositivo inclusivo. Usva Utu Sumu è frutto di questa visione.

Nel breve viaggio intercontinentale tra epoche e sensibilità, tra tematiche, distorsioni intellettuali e rappresentazioni artistiche, lasciamo che la nebbia meneghina offuschi la vista disegnando figure immaginarie come quelle realizzate dell’artista. Ci pare di scorgere la silhouette di Renée Nerée, protagonista del libro La Vagabonda, scritto nel lontano 1910 da una donna anticonformista come Sidonie-Gabrielle Colette, che proprio nel suo vagabondare (tra caffè e teatri, amori e perdite) trova un equilibrio al quale non è in grado di rinunciare, nemmeno di fronte alla prospettiva di un amore e di una stabilità economica. “Lo trovo amabile, corretto, ben pettinato, prestante come uno che non rivedrò più. Al mio ritorno infatti, l’avrò dimenticato e anche lui m’avrà dimenticata […]”.

Elena Solito


1 G. Clément, L’elogio delle vagabonde: erbe arbusti e fiori alla conquista del mondo, DeriveApprodi, 2010.
2 H.U. Obrist, …dontstopdontstopdontstopdontstop, postemediabooks, Milano, 2009.


Instagram: zazaramen

Instagram: thomas_berra_studio


Caption

Thomas Berra, Con Titolo, 100 x 125 cm, acrilico e tempera su carta da spolvero, 2020 – Courtesy l’artista, ph Riccardo Vannetti

Thomas Berra, Utu, 180 x 200 cm – Tecnica mista su carta, 2021 – Courtesy l’artista, ph Riccardo Vannetti

Thomas Berra, Usva Utu Sumu, Zazà Ramen, Una Galleria, 2021 – Courtesy l’artista, ph Cosimo Filippini

Thomas Berra, Once in a Blue Moon – Wall painting – Spazio Leonardo,Ccurated by UNA, 2021 – Courtesy l’artista, ph Cosimo Filippini

Thomas Berra, TH – 250 x 200 cm, olio su tela di lino, 2019 – Courtesy l’artista, ph Cosimo Filippini