Utopie e sacrifici: Discipula

Ogni possibilità che la ricerca ci dona, una volta assimilata dalla cultura, è un dono e una condanna. A ogni contatto con il mondo, veniamo ridefiniti dalla sua risposta. Le immagini, con il loro influenzare, costruiscono astrazioni pilotate. Non c’è modo di sottrarsi se non rinunciando al nostro stile di vita. In questa perenne riscrittura soggettiva, si trovano i germogli di capacità dolci e preoccupanti, che ci invogliano ad abbattere i nostri limiti, chiedendoci in cambio qualcosa di incomprensibile. Di questo contatto tra cultura e persona, Discipula vuole essere parassita, per decodificare quel prezzo tanto ignorato, che ogni giorno paghiamo. Attraverso metodi che hanno del sovversivo, Discipula analizza immaginari condivisi per estrarre informazioni con mani chirurgiche. Questi lembi di significato vengono poi ricomposti in forme che svelano l’ossatura delle nostre interconnessioni. L’ambiente che unisce le informazioni davanti ai nostri occhi è sempre sottinteso ma mai subordinato all’utente. Evidenziando le leve che la cultura applica al singolo, Discipula propone una visione più consapevole degli apparati che illuminano ambizioni e consigli per l’acquisto attraverso la costruzione di immaginari. É volontà condivisa da Discipula quella di fare dei passi indietro, rispetto ciò che crea, per lasciare allo spettatore più spazio di manovra, di comprensione. La sua produzione si muove tra case studies, nei primi lavori, tutti libri, vengono analizzate storie personali alla ricerca di elementi capaci di generalizzarne la lettura. È il pragmatismo a spingere il collettivo verso la produzione di libri, interessati alla costruzione di discorsi complessi e lineari, non si sono fidati dell’opera come mezzo di comunicazione. I libri sono la ricostruzione della vita dei personaggi, attraverso informazioni ritrovate ed elaborate accostando un testo, anch’esso ritrovato. La mano di Discipula si trova solamente nell’ambiente che crea, gli stessi componenti del collettivo raccontano i primi lavori come un’azione curatoriale nei confronti di una storia. In The looking game, si racconta di Rodney Alcala, serial killer e fotografo. Sfogliando le foto dell’assassino ci si accorge dell’importanza del contesto: ritratti più o meno in posa, normali, acquistano una lettura inquietante solo quando si conosce la mano che li ha scattati, ma nelle immagini non vi è segno di violenza. Messe a fuoco dai testi di John Berger, pseudonimo usato da Alcala nella latitanza, le foto diventano terreno fertile per costruzioni speculative sull’esperienza del guardare.

Questo libro è un po’ un archetipo di come lavoriamo, l’idea è quella di creare ambienti, piccole ecologie, dove inseriamo degli elementi visivi, che è l’oggetto di indagine privilegiato, da far dialogare con altri elementi: linguaggi, codici, per creare dei cortocircuiti, delle dissonanze.

I libri si basano su una puntigliosa parafrasi delle immagini portate in analisi, Discipula vuole far emergere la meccanica della percezione dall’inconscio, consapevole della difficoltà dell’azione, rifiuta le risposte univoche, dando in pasto al lettore un testo crudo, da assimilare ognuno con il proprio metodo.

Non siamo sicuri di niente

Alla domanda sulla veridicità della loro lettura delle cose, D. risponde che la cultura è un ambiente scivoloso, per poterci lavorare bisogna rinunciare alle sicurezze di un ideologia, e abituarsi a una sistematica distruzione e ricostruzione delle certezze. In modi più o meno evidenti, si trova segno delle influenze della cultura sul singolo, a prescindere dal giudizio dato dalla storia, gli enti che modificano la nostra vita non vengono giudicati dai libri, ma se ne sottolinea la capacità di gestione delle informazioni, come la polizia che pubblicizza le foto di Alcala alla ricerca di altre vittime. Con questa lettura si può comprendere un altro dei libri del collettivo, assemblato con i fascicoli della Stasi, il servizio di spionaggio della DDR, usati per raccontare, attraverso le vite delle persone, il complicato rapporto con la società. Ognuno condivide le restrizioni e i privilegi dei protagonisti, non c’è niente di nuovo, l’atto artistico sta nella nuova lettura che ci viene suggerita.

È uno studio sull’immagine su come non sia mai un assoluto, ma invece una sorta di buco nero di significazione

Dopo le pubblicazioni, Discipula amplia la produzione con analisi sociologiche espresse in opere più asciutte rispetto al formato editoriale. Nelle opere successive il collettivo si concentra sull’analisi delle metropoli, sempre attraverso casi di studio viene esposto il rapporto tra spazio pubblico e proprietà privata nel liberismo contemporaneo.



Discipula
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In just like Arcadia l’emblematica storia del Garden Bridge di Londra viene dissezionata per far emergere gli attriti che avrebbe provocato. Il ponte in questione sarebbe dovuto emergere al centro dello spazio metropolitano londinese, pensato per essere esclusivamente pedonale, avrebbe dovuto contenere qualche centinaia di alberi e piante di vario tipo. Intriso di riformismo verde apparentemente disinteressato, il progetto si scopre pensato per redimere la parte più lussuosa e predatoria dell’ecosistema cittadino: greenwashing; un tassello mancato negli strati della gentrificazione cittadina, della quale rimangono solamente i render per la raccolta fondi. Discipula modifica il codice jpeg del Garden Bridge con il testo de La Arcadia di Felix lope de Vega: i racconti sulla simbiosi utopica tra uomo e natura distruggono progressivamente il codice del render del ponte fino alla rottura del file.

A pensarci bene, i rendering assomigliano più alla pittura che alla fotografia

Tralasciando i primi lavori editoriali, apparentemente utili al collettivo per mettersi a fuoco, esiste un filo comune alla produzione dei Discipula: l’utopia sociale. C’è un posto fantastico dove la macchina culturale appare senza attriti, libero dagli inestetismi della materia, dove il capitalismo si sovrappone alla fisica. Questa visione spinge l’emancipazione personale: una sdraio di vetro e cemento con vista su oceano urbano al tramonto trasmette un senso di pienezza, di gioia. Il villaggio globale è una religione che stampa il paradiso sulle fiancate degli autobus. Se la fotografia (già lontana dal reale) sapeva un po’ di fast food, il rendering è glucosio puro. Con Promise Areas Discipula prosegue l’analisi del disegno 3d, e ne rivela le capacità immaginifiche. Partendo da uno studio sulle città più influenti del mondo, seleziona le agenzie immobiliari più lussuose delle prime metropoli della lista per decodificarne la comunicazione. Emerge un immaginario trans-metropolitano completamente in CGI: nei loft in vendita, negli open space lussuosi, non è mai entrato un fotografo. Le immagini proposte per la vendita degli immobili trascendono il patinato, e in questa schiera di scorci perfetti Discipula trova gli elementi in comune: i mobili hanno sapori simili, lo skyline oltre le finestre, la stessa sagoma. Città per città, le opere raccontano un’abitazione inesistente, estrapolata dalle informazioni di tutta quella metropoli, come se la nostra Arcadia, quella alla fine della escursione sociale, fosse a qualche isolato di distanza, e pure in vendita! Nell’economia dell’opera si intuisce che tanto il render quanto l’agenzia immobiliare sono subordinati, quello che interessa a Discipula è la sensazione personale del cittadino, dell’utente. Nella produzione più recente l’attenzione per gli oggetti del desiderio cede il passo all’analisi di chi desidera, le fiction costruite dal collettivo diventano sempre più vicine, più verosimili. Come in una riedizione della massima baruchellinana ‘mimare l’industria’, Discipula costruisce una multinazionale fittizia capace di capitalizzare anche il dormire. Promuovendo una tecnologia che trasforma i sogni delle persone in contenuto da social media, il collettivo interpreta le speranze del biocapitalismo più spinto. Ma Aura, è questo il nome del progetto, è molto di più. Assomigliando alle previsioni di William Gibson in Neuromancer, questa multinazionale delinea le future capacità di permeazione nella vita degli utenti. D. delinea una nuova struttura di potere, parallela alla Nazione e dal consenso ambientale, talmente capace di proteggere la nostra privacy da diventarne custode: domotics, healthcare, security, education, governance, in un’entità sola. Anche se Discipula non ne parla direttamente, Aura sembra avere forti componenti pedagogiche, come se il collettivo volesse creare un vaccino per future epidemie culturali. Costruendo pericoli speculativi, Aura si fa palestra per l’utente: un contesto morbido dove fare pratica con i rapporti di forza emergenti.

Discostandosi dai trend più oberati dell’arte, Discipula si mette di traverso tra il Moloch urbano e il singolo denunciandone gli attriti, ma ogni tentativo dell’arte, in questo ambito, sembra essere protetto da una pellicola che ne rende sterili le potenzialità rivoluzionarie. Esisterà un’arte capace di rimodellare il potere, e se non sarà proprio quella dei Discipula, ne sarà di sicuro la follower più fervente.

A cura di Carlo Gambirasio


Letture consigliate da Discipula:

Warren Neidich, Neuropower: Art in the Age of Cognitive Capitalism
Hito Steyerl, In Defense of the Poor Image
Vilem Flusser, Into the Universe of Technical Images
Irmgard Emmelhainz, Conditions of Visuality Under the Anthropocene and Images of the Anthropocene to come


www.discipula.com

Instagram: discipula_collective


Caption

Just like Arcadia – Installation view, digital print on soft PVC translucent film, alluminium, 150 x 75 each – Courtesy Discipula

The Looking Game, 2013 – Courtesy Discipula

Just like Arcadia – Digital rendering of the Garden Bridge – Courtesy Discipula

How Things Dream – Morpheus OMA adv 01, 2017 – Courtesy Discipula

How things dream – Installation view , Spazio Gamma, Milano, 2018 – Courtesy Discipula



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