Utopie Dattilotessili, il lavoro di Davide Tocco edito da Oreri

Utopie Dattilotessili è un progetto editoriale che raccoglie ben 120 opere dattiloscritte dell’artista multidisciplinare Davide Tocco. Un libro concepito e concretizzato interamente senza l’ausilio del mezzo informatico, campionando le immagini mediante replicatore Risograph, che consente anche la separazione delle tinte. Il processo fa dialogare la famosa Olivetti Dora – progettata nel 1965 da Ettore Sottsass, e con cui Davide Tocco realizza le sue opere – e la stampante Risograph del laboratorio editoriale cagliaritano Oreri-Iniziativa Editoriale. Preceduto da un’introduzione di Fiammetta Pani e Ilaria Pisanu (curatrici e fondatrici di Cultìna Artlab, a Cagliari), un saggio di Wu Ming 1 (alias Roberto Bui), un glossario a cura di Federico Antonini, e una conversazione degli editori Luca Carboni e Andrea Garcés con Davide Tocco, ‘Utopie Dattilotessili’ verrà stampato in 500 copie su carta Munken Polar da 120 grammi in rosso e nero: gli stessi colori dei nastri della macchina da scrivere e uno degli abbinamenti cromatici maggiormente presenti nella grafica avanguardista. Il progetto vedrà la luce a fine aprile ed è possibile sostenerlo attraverso la piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso (link). Di formato 24 x 32 centimetri, il libro è davvero peculiare in quanto impaginato senza impiegare gli abituali applicativi per la progettazione grafica, prefigurando così un’opera di notabile qualità editoriale.

Il legame con la stampa e la scrittura sono evidenti nella pratica artistica di Davide Tocco, architetto di formazione, che spazia dalla sperimentazione calligrafica alle composizioni dattiloscritte. Oltre a lui, esistono molti artisti, illustratori e scrittori, che hanno adoperato la macchina da scrivere come medium creativo. La sua utilitaristica bellezza, la giocosa azione percussiva sui tasti, la singolarità della pagina impressa, stanno conoscendo un vero e proprio rinascimento proprio attraverso l’industria artistica, che – come spesso accade – ama riscoprire strumenti e supporti commerciali. Similmente a molta tecnologia, la macchina da scrivere passa da rivoluzionaria – nel suo periodo di massimo splendore – a monumento di sentimentalistico revival, soprattutto per l’unicità del risultato, in contrasto con l’omogenea serialità della stampa digitale.

In realtà, la cosiddetta typewriting art nasce già alla fine dell’Ottocento seguendo di poco la comparsa della macchina da scrivere. Benché brevettata nel 1843, la prima non viene prodotta in serie ed è solo nel 1870 che se ne vende un modello commerciale: la Hansen Writing Ball.

Poco dopo le prime emoticon (anch’esse risalgono al XIX secolo), nel 1898 compare uno dei primi esempi di dattilografia artistica: una farfalla incorniciata. L’autrice è Flora Fanny Stacey, una stenografa inglese che sperimenta l’uso creativo della macchina da scrivere per diversi anni. Nonostante l’illustrazione di Stacey sia nota come la prima typewriting art giunta fino a noi, esistono notizie di figure anche precedenti e già nel 1893, nella prima edizione del Pitman’s Typewriter Manual pubblicata da Sir Isaac Pitman, sono inclusi esempi di ornamenti dattiloscritti.

Il contrasto tra l’apparente rigidità dello strumento e la giocosità dei suoi tasti ha generato innumerevoli composizioni poetico-artistiche, dai Calligrammes di Guillaume Apollinaire passando per le composizioni tipografiche delle Avanguardie e i Tiksel di Hendrik Nicolaas Werkman, fino alla Poesia Concreta degli anni Cinquanta e Settanta dello scorso secolo. Ad esempio, il poeta britannico Bob Cobbing diviene famoso per la sua produzione poetica – sonora, visiva, concreta e performativa – per il suo ruolo di editore presso la casa editrice Writers Forum e per la fondazione del gruppo di poesia sperimentale WOUP (Westminster grOUP). Sempre in Gran Bretagna (sebbene nato in Australia), anche l’artista e poeta Alan Riddell si impegna nella Poesia Concreta, a cui viene introdotto da Ian Hamilton Finlay nel 1963. Figura di spicco nella promozione della composizione creativa con la macchina da scrivere, Riddell organizza due importanti mostre del suo lavoro a Edimburgo e Londra; cura inoltre il notevole libro Typewriter Art (London Magazine Editions, 1975).

Le opere di Davide Tocco raccolte nel volume Utopie Dattilotessili, edito da Oreri, possiedono una freschezza e una sperimentazione che riportano a molti degli esempi sopracitati. Luca Carboni, uno dei responsabili del laboratorio di stampa, racconta questo progetto, da inquadrare nell’ampio e interessante filone editoriale legato allo strumento ‘macchina da scrivere’.

È interessante la vostra idea di concludere l’inizio analogico di questa ricerca con la stampa Risograph, creando un lavoro a metà strada tra un catalogo e un libro d’artista. A cosa si deve il titolo Utopie Dattilotessili ?

Fino a poco tempo fa, il titolo non esisteva. Nasce da varie conversazioni con Davide Tocco, la cui pratica artistica spazia dall’uso della macchina da scrivere agli objets trouvés, da lui raccolti per formare telai su cui ordisce delle tessiture. Credo che la concezione di un testo scritto sia simile a quella del tessuto; pure l’etimologia dei termini è analoga, perché ‘testo’ deriva dal latino textus, participio passato di texĕre, ovvero ‘tessere, intrecciare’. Così facendo, anche se nel libro sono presenti solo i fogli dattiloscritti, intendiamo citare le altre pratiche di Davide. L’utilizzo del sostantivo ‘utopie’ potrebbe sembrare didascalico, ma è stato scelto proprio nel suo senso etimologico: ‘luoghi che non esistono’. Quelle di Davide sono opere astratte ma che richiamano paesaggi e suggeriscono una profondità pur essendo bidimensionali; evocano luoghi fisici che – appunto – non esistono.

Come avete conosciuto Davide Tocco?

Ci ha contattato lui tramite Instagram più di un anno fa, con l’idea di passare prima o poi da noi. Tuttavia, inizialmente abbiamo solo parlato senza concretizzare davvero un progetto e solo in seguito ci siamo incontrati. Da subito le sue opere mi hanno colpito molto dal punto di vista grafico, perciò gli ho proposto la pubblicazione dei suoi lavori dattiloscritti. Da quel momento è cominciato un rapporto di stima, fiducia e collaborazione.

Avete dichiarato che lo stampato sarà realizzato senza ricorrere all’ausilio dei software di impaginazione. Questo vale anche per l’introduzione e per i testi di accompagnamento?

Sì, anche gli scritti che completano il lavoro – ovvero l’introduzione, un saggio, una conversazione tra noi editori e l’artista, nonché il glossario finale – verranno dattiloscritti. In questo modo, intendiamo rapportarci con la medesima pratica dell’artista. Per l’occasione ho riesumato una Olivetti Studio 44 trovata in casa di mio nonno; non avendo io molta dimestichezza con lo strumento, sarà divertente lavorarci.

In che maniera sono stati scelti i testi che accompagnano le immagini dattiloscritte?

Per quel che riguarda il saggio di Wu Ming 1, è stato proprio Davide Tocco a prendere l’iniziativa, avvicinando Roberto Bui l’autunno scorso. Durante un evento, gli ha sottoposto i suoi lavori proponendogli un suo intervento testuale all’interno del libro e Wu Ming 1 ha accettato. Sono inclusi i testi di Fiammetta Pani e Ilaria Pisanu, in quanto il lancio del libro è previsto nel contesto di una mostra a Cultìna Artlab, loro laboratorio di coworking e spazio eventi. Ci sarà anche una conversazione tra me, Andrea e Davide, infine un glossario di termini legati alla stampa a opera di Federico Antonini. Quest’ultimo lavora come grafico per le edizioni NERO e il suo lavoro sarà importante per facilitare la lettura e la comprensione di Utopie Dattilotessili.

Parliamo un po’ del vostro laboratorio editoriale. Come e quando nasce? Perché si chiama Oreri?

Oreri-Iniziativa Editoriale è un laboratorio di stampa Risograph e una casa editrice indipendente dedicata soprattutto all’arte, al disegno grafico, alla letteratura e alla politica radicale. Si trova nel quartiere della Marina, nel centro di Cagliari, e apre all’inizio del 2021; abbiamo apposto l’insegna sulla nostra vetrina proprio nel mese di gennaio. È stata fondata da me, Luca Carboni (cagliaritano) e Andrea Garcés che è colombiana. Nonostante le origini differenti, sentiamo una grande connessione, come nutriamo complicità con gli abitanti delle coste mediterranee (non per forza quelle europee), con il Messico e con la Colombia.

Per quel che riguarda il nome, ‘Oreri’ è un’espressione cagliaritana che significa ‘colui che fa ora’, riferendosi a chi fa passare il tempo. Faccio un esempio: se si è in anticipo a un appuntamento, spesso si inganna il tempo. L’oreri è proprio colui che bazzica i bar, apparentemente molto impegnato quando in realtà non lo è affatto. Il nostro vuole essere un omaggio a Cagliari e allo stesso tempo una provocazione: un rifiuto della produttività a tutti i costi, così diffusa attualmente e data per scontata. Invochiamo il diritto di non fare nulla, anche se – come dicevo – si tratta di un’ironica provocazione, perché lavoriamo eccome! Nonostante sia fortemente localizzata, ‘oreri’ è una parola che fa parte del nostro gergo, di una città portuale che da millenni è in costante comunicazione sia con le sponde del Mediterraneo sia con l’interno della Sardegna. E poi, di gente che ‘fa ora’ se ne trova nei bar di tutto il mondo, e probabilmente in ogni lingua esiste una parola per descriverla. Tra l’altro ho scoperto che ‘Oreri’ è anche un cognome molto diffuso in Kenya ed esiste anche in Finlandia e in Uganda!

Oltre alla stampa serigrafica, avete scelto di lavorare con un duplicatore Risograph: a cosa si deve questa scelta?

Nonostante io abbia studiato ad Amsterdam alla Rietveld Academie – dove ho potuto approfondire bene la serigrafia – a Oreri abbiamo un’attrezzatura piuttosto rudimentale e stampiamo per lo più qualche poster, magliette e borse. Utilizziamo invece molto la Risograph, che coniuga la sperimentazione con una produzione più sostenibile e accessibile, riproducendo facilmente uno stampato in molte più copie rispetto alla serigrafia. In questo modo siamo in grado di operare in relativa autonomia, resistendo all’uniformazione dell’editoria industriale, creando i tempi e gli spazi necessari a nuovi modi di pensare.

Molta della fascinazione che esiste oggi nei confronti della Riso si deve alla componente visiva, i colori brillanti e le sfumature; noi certamente apprezziamo queste caratteristiche ma ci interessa maggiormente l’ampia capacità di riproduzione e la conseguente diffusione di un elaborato grafico. È possibile inviare facilmente documenti, atti a essere ripubblicati rapidamente da un altro laboratorio, rimbalzando così in varie parti del mondo come succedeva con il ciclostile, da cui la Risograph del resto deriva.

Che tipo di stampati realizzate in prevalenza?

I clienti variano. Operiamo come piattaforma di sostegno per l’autoproduzione, fornendo un approdo a tutti coloro che svolgono una pratica artistica e sentono la necessità di progettare e stampare i loro lavori. In copisteria si trovano opzioni limitate, non curando la progettazione grafica, la scelta della carta e le tecniche di stampa. D’altra parte, presso i grandi impianti editoriali o le stamperie industriali, sono necessari molti soldi, oltre un progetto già ben definito o addirittura terminato.

Da noi è possibile stampare fanzine o si può sviluppare un progetto anche partendo da idee non del tutto formate; cerchiamo di fornire supporto e consulenza. Ci capita di collaborare anche con clienti più grandi: istituzioni e gruppi che gestiscono programmi finanziati ma che gradiscono forme più sperimentali.

Esiste poi la nostra linea editoriale: imbattendoci in progetti che ci interessano davvero, gli offriamo lo spazio che meritano; abbiamo dodici pubblicazioni alle spalle e vari titoli in prossima uscita.

Riguardo agli argomenti trattati, oltre al disegno grafico, alla letteratura e all’arte, anche la politica radicale fa parte della nostra produzione. Pur sentendomi molto vicino all’ambito artistico, in Oreri curiamo anche stampati sull’ecologia urbana e sull’ideologia del decoro e la turistificazione; insieme a un’associazione che si occupa di ecologia urbana, pubblichiamo una fanzine dal titolo ‘La Strada’: un opuscolo che ha come argomento il diritto alla città e allo spazio pubblico. Ci piace scrivere in modo collegiale per sensibilizzare le persone verso una migliore vivibilità. Infine, stampiamo manifesti politici per gruppi e collettivi. Vogliamo fortemente continuare a fare “cose di carta” e a farle circolare: scrivere e pubblicare solamente online non è abbastanza per cambiare davvero le cose.

A cura di Simone Macciocchi


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