Nel 2016 sei stato selezionato per il progetto KYTA – Karma Yatri Travel and Art, residenza sperimentale con sede nel villaggio di Kalga, ai piedi dell’Himalaya. Puoi raccontarci come questa esperienza ti abbia condotto a realizzare il film līlā ?

La creazione del film dal titolo līlā implementata nella Valle di Parvati, nel villaggio di Kalga, India a 4.500 metri di altitudine sull’Himalaya, è iniziata durante la residenza sperimentale “Kyta” ideata e curata da Shazeb Sherif, il quale mi ha chiesto di immaginare/pensare a un progetto da realizzare appositamente durante il periodo residenza. L’idea di realizzare un film è scaturita dalla mia attitudine a indagare la dimensione dello spazio e del tempo sociale, i sistemi di potere e di persuasione che le forme del visibile o dell’invisibile esercitano nel quotidiano. Il dispostivio film mi è sembrato il formato più adeguato per studiare più agevolmente un tipo di territorio che presenta numerosi problemi, anche di logistica. Nella realizzazione della pellicola mi sono posto alcuni quesiti: possiamo ancora rintracciare l’arcaico in questo villaggio post-globale saturo di connessioni collettive da una parte e disperazioni solipsistiche dall’altra? Cos’è l’arcaico all’interno di una complessità contemporanea che ha scardinato gli assetti esistenziali, economici, sociali, politici?

Il film da largo spazio all’utilizzo di immagini immersive, che portano lo spettatore nei luoghi delle riprese attraverso un fare che potremmo definire per vasti tratti lirico. La durata della pellicola è molto ampia e il tempo concesso alla parola ridotto a pochi minuti. Il tuo vuole essere un cinema che non da una precisa definizione dei fatti ma che cerca di raccontare attraverso immagini libere portatrici di senso ed emozioni?

Mi piace definire i miei film – e nello specifico līlā – come un processo perpetuo tra la forma e la sua scomparsa; tra l’oggetto e il soggetto; tra la sua composizione e il suo dissolvimento. È una sorta di rituale di passaggio, una trans.
līlā consente al fruitore/spettatore di sperimentare un viaggio di andata e ritorno tra la fissazione e la dissoluzione: la perdita e il ritorno di segnale in un continuum compresso nello spazio/tempo. līlā dura 140′, film a colori, in formato 4/3, girato con una handycam, con mini DV per avere meglio l’idea. Sottolineo questi aspetti tecnici poiché altro punto chiave nella mia ricerca è la dimensione tecnologica: le tecnologie sono qui in discussione nelle loro funzioni di metamorfosi della percezione della realtà. Non sono particolarmente interessato alla dimensione tecnologica in un ambito celebrativo. Cerco una forma/contenuto archetipico. Cerco e creo immagini che documentino i segni di questa vita. Definisco il mio cinema viscerale. La de-costruzione dell’immagine si scompone, de-compone e ri-compone in una sorta di costante ricerca di equilibrio precario di forme di narrazione cicliche che ripetutamente si smagliano.

Sergio Recanati

Sergio Racanati – Courtesy l’artista

Nel tuo fare è spesso presente una componente di natura politica, da quali motivazioni nasce questa tua scelta e credi che oggi l’arte debba essere in un qualche modo politicizzata?

La mia riflessione si sviluppa all’interno della moltitudine e della proliferazione di relazioni, sentimenti, idee, esperienze volte a generare delle possibili interazioni e connessioni con il materiale fragile dell’umanità. La mia pratica artistica – volta alla dis-articolazione dei legami sociali – è rivolta alla dimensione dello spazio e del tempo sociale, ai sistemi di potere e di persuasione delle forme del visibile o dell’invisibile le quali esercitano il proprio dominio sulla dimensione quotidiana. La vera sfida in questo particolare momento socio-politico è riconoscere e promuovere la diversità e l’alterità come modelli di sconfinamento poiché oggi il mondo è attraversato da gravi fratture, lacerazioni, asimmetrie e incertezze sulle prospettive future. Questo è per me essere politicizzati.

Quale ruolo riveste la componente corporea e performativa nella tua ricerca artistica?

Sono interessato al performativo in generale (quindi non solo della performance o a quello che i sistemi ministeriali definiscono spettacolo dal vivo).
Attraverso questa mia riflessione teorica e pratica cerco di far collassare i rituali classici della performance riscrivendone la sintassi. Ecco così che la danza si decostruisce completamente, il suono diventa partitura narrante, le immagini in movimento intraprendono la devira dal cinema, il materiale politico diventa materiale umano, l’economia viene piegata alla condivisione dei beni comuni.
Per me il corpo è un dispositivo sociale e politico. Una delle riflessioni più importanti che porto avanti da diversi anni, insieme a quella dell’archeologia e del territorio, è il corpo come “agente politico”. L’atto costitutivo delle mie creazioni ha il punto d’inizio e d’approdo collocato nel gesto, un gesto teso a creare dei meccanismi di possibilità, dei meccanismi di connessione con l’altro – con gli altri – in maniera empatico-energetica.

Ad aprile è stato presentato, presso la Galleria Nazionale di Roma, il progetto Puglia. Circuito del Contemporaneo. Vuoi raccontarci il ruolo che svolgerai all’interno di questa ampia e importante iniziativa ?

Da circa un anno lavoro a un progetto nato da una condivisione tra realtà pubbliche e private. Grazie alla collaborazione tra Fondazione SoutHeritage/Matera, Oracular-Vernacular/Marsiglia, Musée Régional d’Art Contemporain Languedoc-Roussillon/Serignan e Puglia Circuito del Contemporaneo, in questo periodo sono al lavoro su un’opera-azione artistica che mira a sviluppare una modalità altra di intendere e leggere il/i contesti, che siano luoghi fisici o immaginari, che divengono nel progetto protagonisti grazie all’impiego di progettualità di design sociale e pratiche relazionali in stretta correlazione con la dimensione antropica, storica e sociale.
Partendo da questi presupposti, il progetto riflette sul tema della territorialità, ponendo particolare attenzione alla riflessione dell’etnografia e della storia. Infatti, la direzione di ricerca è quella di indagare la storia come modello e medium di produzione/attivazione di processi e dinamiche di scambio all’interno degli eco-sistemi locali.

Marco Roberto Marelli

Immagine di copertina: Still dal film līlā, 2017 – Courtesy Sergio Racanati

 

 

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.