Tongue of blade ‡ Ears of mud, un’audiocassetta incastrata nell’oscurità

Per conoscere veramente una città bisogna perdercisi dentro. A volte ci dimentichiamo che perdersi significa accettare il nostro fallimento nel trovare le strade giuste, essere in ritardo per un appuntamento e, perché no, scendere a compromessi con il panico generale di non sapere dove ci si trova. Con l’audiocassetta rosa antico dal titolo Tongue of blade Ears of mud non bisogna cercare mappe ma solo lasciarsi andare nell’oblio. Resistere è vano e la confusione fa parte del percorso.

Tongue of blade ‡ Ears of mud è una compilation di sound art, spoken-word e musica elettronica che include nove artisti internazionali del Royal College of Art di Londra e tre special guest: Chloe Langlois, Anita Marante & Pedro Tavares, Amelie Mckee & Melle Nieling, Alessandro Moroni, Nexcyia, Louise Ørsted Jensen, Kevin Siwoff, Luis Tapia, Effy Harle & Finbar Prior. Le tracce esplorano temi ampi e complessi: dai costituenti dell’identità individuale alla resistenza politica, dall’alienazione alla trasgressione. Questa prima edizione è stata prodotta in tiratura limitata di cinquanta cassette numerate e materialmente distinguibili. L’oggetto è naturalmente improbo: pur rievocando uno stato familiarmente retro, diventa difficile da leggere per mancanza di adattata strumentazione (costringendo il pubblico a cercare nello scantinato o chiedere in prestito un lettore a qualche amico). La cura nel design (Faye Rita Robinson) e la forte matericità dell’oggetto evocano con successo la sensazione di una fanzine alternativa. Ascoltandolo, immersi tra dimensioni sonore aliene e sagre dell’assurdo, campionamenti meccanici e castelli di carta, la mente – sicuramente la mia – può inciampare in un pensiero apparentemente fuori tema: l’anno scorso, gli attori dello storico comedy puppet-musical di Broadway AVENUE Q si sono riuniti in videochat per una campagna fondi al fine di combattere il Corona Virus. In quella occasione hanno cantato For Now con la base originale del 2004, commuovendo migliaia di spettatori. La canzone si apre con Princeton che si chiede perché vivere se non si sente di avere uno scopo. I suoi compagni di avventura rispondono: tutti sono un po’ insoddisfatti, vuoti dentro, ed è normale. “Take a breath, look around, swallow your pride, for now… for now… nothing lasts, life goes on, full of surprises.”

“La compilation nasce senza la pretesa di affrontare un tema preciso o omogeneo” racconta Alessandro Moroni, co-fondatore di CAP Records: “abbiamo cercato di creare un progetto che potesse contenere varie esperienze sonore su cui abbiamo sperimentato nell’ultimo anno”. Siccome molti artisti si sono trovati a non poter condividere lo studio per via della pandemia, c’è stata l’esigenza di lavorare con testi, suoni e video in casa. Questo progetto raccoglie alcune esperienze: alcune sono tracce individuali, altre sono colonne sonore di video o intere realtà virtuali. Nonostante l’assenza di una direzione tematica prestabilita, quello che emerge da Tongue of blade Ears of mud è stranamente coeso, tante voci fuori dal coro intonate tra loro.

A livello compositivo abbonda l’uso della parola come dimensione generativa di contraddizioni tra significato e suono, corpo e assenza. L’assunto che le tracce di spoken-word (come Zero e Pines di Anita Marante & Pedro Tavares) debbano seguire i principi della semantica si frantuma quando si realizza che molto spesso i messaggi sono sepolti da eco, chiacchiericci, campionamenti decontestualizzati. Non a caso le due tracce indagano il vuoto, il silenzio e la smaterializzazione del sé in onde sonore. I significati, quando comprensibili, sono sospetti: in Please Call Stella (Kevin Siwoff), voci robotiche istruiscono quelle umane che, mentre maldestramente tentano di emulare le macchine, cercano qualcosa in sé stesse. “Everything is a game” ci dice il narratore di Little Red Pens (Chloe Langlois), una poesia dell’assurdo che evoca il colore rosso tramite le forme vuote delle parole, come se motori di fuoco, rossetto, segnali di pericolo e sangue venissero disegnati per un macabro libro da colorare per bambini.



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Anche negli episodi in cui la voce è definita e le parole chiare il risultato non è meno surreale. Fathers Head (Effy Harle & Finbar Prior) dipinge un interno insieme spettrale e familiare in cui un elenco di deformi immagini magiche è intrecciato al ritmo costante di percussioni oscure: armate nemiche, rituali maligni, il richiamo di Jumanji per finire una partita pericolosa? In The English Lesson (Luis Tapia), a un bambino viene chiesto di leggere davanti alla classe. A uscire è però un canto mostruoso e circondato da suoni in reverse, come a dirci di riavvolgere la pellicola, di ripensare a quello che credevamo di aver capito o imparato.

La voce talvolta rifiuta la parola, si veicola per forme altre e suggestioni. Awkward Silence (Louise Ørsted Jensen) ci accoglie prima con un applauso soddisfatto e poi con una pioggia di suoni vocali che ricordano esplosioni. La mente vaga a un gioco per bambini e ci troviamo a riflettere all’intreccio tra infanzia, violenza e ricreazione. 7 ways of emptying myself (Kevin Siwoff) ci mette di fronte all’ennesima ritualità indecifrabile della cassetta. La stratificazione lenta di voci e sospiri fa inizialmente sentire il corpo dell’artista manifesto nel timbro e nel respiro, ma poi lo deforma e annienta in onde sonore, droni mostruosi e sacrali.

Evocando un una atmosfera cyberpunk malinconica e pericolosa, la traccia Coaxial (Amelie Mckee & Melle Nieling) mescola incomprensibili frammenti di voci a pura cattiveria elettronica dove synth non umani hanno la meglio. Anche Before Us (Nexcyia), traccia più lunga della cassetta con quasi undici minuti di tappeto sonoro, fa vincere la musica sintetica sulla voce. Il brillio ambient ultraterreno che ci accompagna per arabeschi raffinati è interrotto da lente onde di vociare popolare. Siamo di fronte a texture radicalmente diverse che rendono evidente l’incompatibilità di fondo tra ordinario e utopico, sintetico e carnale. A chiudere la compilation è il progetto Cancer Season Manifesting Arpeggios (Alessandro Moroni) che costringe la voce in un semplice plug-in corale per costruire un etereo stato utopico spezzato da casse industriali dai ritmi sincopati. Il brano fa anche da chiosa al sotto-tema della ripetizione, costante oggetto di ricerca in tutta Tongue of blade Ears of mud. Repliche meccaniche, ritorni tematici, reiterazioni vocali, echi mistici e tracce clonate costituiscono la spina dorsale di una compilation, però, sempre bene attenta a rifiutare ritornelli o indulgere nel piacere musicale della ripetizione di battuta.

Ora, cosa ha a che vedere lo sforzo oscuro di dodici artisti contemporanei nell’esplorare sound art, musica contemporanea e spoken-word con un solare brano di Broadway? Chiaramente, siamo in mondi, universi opposti tanto per approccio stilistico quanto per sintassi, ma c’è la sensazione che ci sia qualcosa di tematicamente profondo a legare le due esperienze. Entrambe sono risposte allo stato in cui la confusione pesa sulle spalle e nel cuore. AVENUE Q ci dice che è ok sentirsi fuori posto, basta aspettare e le cose andranno meglio (o almeno diversamente). E lo fa con gioia, base da karaoke, intonazione naturale in tre digeribili minuti. È tutto impacchettato e godibile, un coro che ciondola la testa e dice “arrenditi, ma col sorriso!”Tongue of blade Ears of mud è invece profondamente disturbante e ti sfida: ti fa sentire fuori posto per cinquanta minuti, un tempo così dilatato da farti prendere coscienza della tua confusione, del tuo desiderio di escapismo mentre inciampi in qualche domanda metafisica. Il progetto è brillante proprio perché variegato, denso e imprevedibile nonostante l’uso costante di ripetizioni. Tongue of blade Ears of mud sembra quasi dire che aspettare (ad-spicere: guardare verso) non significa distrarsi in attesa di tempi migliori ma osservare dritti nelle più paradossali crepe dell’oggi. I frammenti godibili e affascinanti della compilation non la fanno diventare passatempo. Tongue of blade Ears of mud richiede sforzi pratici, di gusto, politici. Ti dice: stai con le contraddizioni, immergiti nelle incomprensioni, ne uscirai cambiato. Per tutto questo, Tongue of blade Ears of mud è un lavoro profondamente contemporaneo, una traversata essenziale per convivere con le contraddizioni del nostro tempo.

Kevin Bellò


Tongue of blade Ears of mud, CAP Records, 2021.


Tracklist:

Side A – Tongue of blade

1. Kevin Siwoff: Please Call Stella (5’50”)

2. Anita Marante & Pedro Tavares: Zero (3’25”)

3. Luis Tapia: The English Lesson (3’16”)

4. Chloe Langlois: Little Red Pens (1’56”)

5. Nexcyia: Before Us (10’40”)

Side B – Ears of Mud

6. Effy Harle & Finbar Prior: Father’s Head (6’58″)

7. Louise Ørsted Jensen: Awkward Silence (3’3”)

8. Amelie Mckee & Melle Nieling: Coaxial (4’44”)

9. Anita Marante & Pedro Tavares: Pines (2’42”)

10. Kevin Siwoff: 7 ways of emptying myself (5’28”)

11. Alessandro Moroni: Cancer Season Manifesting Arpeggios (5’15”)

www.caprecords.bandcamp.com

Instagram: caps_records


Caption

Tongue of blade ‡ Ears of mud, CAP Records (2021) – Artwork di Faye Rita Robinson, scansioni di Effy Harle