Secret Place – The Open Box, sperimentazioni in una scatola. Intervista a Gaspare Luigi Marcone

Una scatola bianca, così la definiscono gli ideatori. Un’estensione dello studio per loro che sono artisti, prima di tutto. Uno spazio vuoto che appare non appena la saracinesca si alza. The Open Box, il luogo è svelato e rivelato in quei confini, limitati, capaci di contenere e dar vita a idee, progetti e sperimentazioni. L’apparente identità negata del box, un “non luogo”, non storico, non relazionale (alla maniera di Augé) si fa improvvisamente detentore di un ruolo che innesca connessioni e riflessioni artistiche al di fuori del perimetro tradizionale. Eppure lascia tracce, orme e impronte che si estendono anche fuori di lui! Ne parliamo con uno dei fondatori, Gaspare Luigi Marcone,


The Open Box è fisicamente un box, un luogo la cui destinazione d’uso ha una funzione precisa di conservazione. Assume il ruolo di “scatola fisica e mentale”1 con dei limiti dovuti alla sua dimensione e con delle possibilità offerte dalla libertà creativa con cui collocare opere o esperienze estetiche. Perché l’idea del box?

The Open Box, di cui sono direttore artistico, è stato fondato nell’aprile 2015 con Valentino Albini, Andrea Francolino e David Reimondo. Nonostante i nostri impegni e le collaborazioni con gallerie o istituzioni accademiche e artistiche volevamo un luogo da gestire autonomamente dove poter liberamente “fare arte”, con mostre, dialoghi e confronti con artisti, curatori, critici. Non è un progetto nato per protesta, né come collettivo, né per qualsivoglia proclama estetico. I suoi limiti fisici sono in realtà i suoi pregi, le sue peculiarità, una piccola scatola totalmente bianca, gestibile, snella e leggera ma potenzialmente ricca di profondità. A volte basta una singola opera per realizzare una mostra straordinaria

La prima mostra TRACKS / TRACES, potrebbe essere considerata uno statement in cui l’intento è lasciare una traccia, materiale o immateriale, nel luogo ma anche nel percorso di storicizzazione delle modalità espositive. Come credi sia cambiato o stia cambiando il modo di esporre?

Lo spazio è un contenitore ideato come parallelo della mente di artisti, critici, curatori, a volte può diventare un’estensione dello studio d’artista, per questo è sembrato naturale inaugurare con una mostra collettiva dei quattro fondatori. Il titolo TRACKS / TRACES rimanda a più livelli di lettura, dal lasciare le proprie tracce artistiche al concetto di traccia insito nei lavori esposti in quella specifica mostra, o ancora le impronte fisiche dei visitatori sul pavimento bianco. Sui cambiamenti del modo di esporre, poi, ci sarebbe una storia lunga e articolata da raccontare, in passato molti artisti hanno utilizzato luoghi generalmente etichettati come non convenzionali, eterodossi o alternativi. Robert Filliou ha presentato alcune mostre nel suo cappello, è poi nota a tutti la celeberrima valigia di Marcel Duchamp.

Tracks
Tracks/Traces. Valentino Albini, Andrea Francolino, Gaspare, David Reimondo – The Open Box, Milano, aprile-giugno 2015 – courtesy The Open Box, ph @ Valentino Albini

Il dialogo con lo spazio è parte essenziale dei lavori ospitati. Come nascono le produzioni e la scelta degli artisti o le collaborazioni con i curatori?

Nasce con naturalezza e semplicità dalla relazione, dagli incontri e dall’impegno di tutti coloro che sono coinvolti. Milano è un luogo che ospita artisti di città e nazionalità diverse. Conosco da anni artisti e curatori di grande qualità che stimo tantissimo. Frequentandosi reciprocamente si approfondiscono alcune ricerche, si condividono progetti possibili, alcuni vedendo la scatola bianca, hanno immaginato e realizzato i loro lavori ex novo altri invece hanno adattato lavori inediti. In realtà emerge chiaramente come sia meglio non avere “dogmi”, importante è la qualità del lavoro; certo vi sono dei denominatori comuni ma probabilmente questo è dato da una sintonia che ci può essere tra compagni di viaggio. I curatori, invece, propongono un lavoro, una mostra o un artista ipoteticamente adatto per The Open Box, allora se ne parla, si approfondisce l’idea e poi si cerca di concretizzarla al meglio. Abbiamo collaborato con Daniela Ambrosio, Giulia Bortoluzzi, Ginevra Bria, Choghakate Kazarian, Roberto Lacarbonara, Lorenzo Madaro, Neve Mazzoleni e Maria Villa. Le inaugurazioni diventano davvero momenti di conoscenza, non solo artistica ma anche umana, si parla, si progetta, si sogna insieme.

L’archivio è stato ed è ancora argomento di indagine nell’arte, luogo della memoria che trova forme nuove di narrazione attraverso il suo recupero. Che rapporto hai con i materiali di archivio?

Ho una formazione da storico dell’arte per questo penso che sia normale e fruttuoso approfondire il passato. Gli archivi sono nella mente e nella sensibilità di ognuno di noi e diventano materiale che ancora oggi dimostra di avere una vitalità o una profondità assoluta. Tradizione e sperimentazione possono viaggiare insieme “senza soluzione di continuità”. Manzoni e Fabro, su cui ho già pubblicato qualche testo, sono due esempi emblematici. Pur avendo lavorato in contesti istituzionali hanno sperimentato scelte indipendenti con la Galleria Azimut, (Manzoni e Castellani) o la Casa degli Artisti (Fabro). Spesso di questi grandi maestri sono ricordate solo le opere più note. Il Manifesto contro niente per l’esposizione Internazionale di niente firmato da Manzoni, Castellani e altri protagonisti delle neo-avanguardie europee nel 1960 è ancora vivo e attuale; era intrigante fare una mostra di niente, esponendo soltanto una copia originale del manifesto. Analogamente Pavimento-Tautologia del 1967 di Fabro è un inno al lavoro, non solo artistico, realizzato con fogli di giornale. Con pochissimi mezzi si possono realizzare grandi progetti. Credo che sia importante sottolineare l’entusiasmo con il quale i responsabili e direttori delle rispettive fondazioni o in altri casi anche gallerie private, hanno accettato e supportato i progetti.

Sophie Ko
Sophie Ko – Sporgersi nella notte, 2018 – The Open Box, Milano, gennaio-marzo 2018 – courtesy The Open Box, ph @ Valentino Albini

The Open Box è anche un esperimento espositivo riproducibile. Box Verona del 2015 e l’edizione di quest’anno, nell’ambito di Nesxt in occasione di Artissima, sono le prime esperienze. Parlami di questo.

Il box inteso anche come scatola, ha una vocazione, quasi genetica, legata al viaggio. Alcuni amici collezionisti veronesi che avevano già visto alcune mostre nello spazio di Milano ci hanno offerto un loro box a Verona nell’ottobre del 2015 dove è stata presentata la bipersonale di Andrea Francolino ed Elisabeth Scherffig. Per Torino, invece, Olga Gambari e il suo staff di Nesxt ci hanno selezionato come una delle realtà più interessanti tra gli spazi indipendenti mettendo a disposizione ben cinque box in piazza Carlina a Torino, concessi dalla società Arcas S.p.A. Sono state allestite cinque bipersonali, presentando i lavori di tutti i dieci artisti che in questi anni hanno esposto da noi. Ci sono state anche proposte da Bruxelles e da New York, ma per ora meglio pensare al presente.

Non ti chiederò che programmi hai in corso perché so che ogni mostra ha una componete “sorpresa”. Mi interessa di più sapere come si collocano le opere all’interno del box, quale è stato il lavoro più difficile da realizzare o da installare o quello che vorresti assolutamente ospitare?

Ogni mostra o lavoro ha il suo fascino o la sua criticità. La magnifica scultura di Gianni Caravaggio (Sostanza incerta, 2015), un blocco nero di marmo, solitario, aveva un “peso” colossale e abbiamo trascorso un intero pomeriggio solo per posizionarla al centro dello spazio bianco ma il risultato è stato straordinario nella sua “semplicità”. Il lavoro di Flavio Favelli, (Fami male, 2017), quasi immateriale, necessitava di una perizia da epigrafia contemporanea. Aveva realizzato delle fotografie a degli annunci scritti nei pressi della stazione di Messina Marittima per poi proiettarle sulle pareti del box ricalcando le scritte a mano libera, con un pastello azzurro. Endri Dani ha usato lo spazio in modo totalmente personale, rievocando tradizioni artistiche, antropologiche e ancestrali legate alla sua terra e alla lavorazione del rame con un’installazione composta da matasse di fili di rame e tavolette in argilla portando tutti i lavori dall’Albania. Sophie Ko, attualmente ospite, ha lavorato due giorni quasi in isolamento, adagiando sul pavimento prima uno strato di terra, poi pigmenti puri setacciati sulla terra quasi come un velo che protegge e consustanzia la base naturale. L’artista georgiana, partendo dall’atto di donazione di San Martino, ha allestito un lavoro che supera qualsiasi dogma, un lavoro in perpetua metamorfosi. Per le mostre future meglio non rivelare nulla, però qualcuno dovrebbe sapere che nel 2018 cade l’anniversario di alcuni grandi artisti scomparsi nel 1968, esattamente mezzo secolo fa, come Marcel Duchamp, Lucio Fontana o Pino Pascali.

Elena Solito

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1 Comunicato di presentazione The OpenBox

THE OPEN BOX – via G.B. Pergolesi, 6 – Milano

apertura solo su appuntamento

www.theopenbox.org

Immagine di copertina: Gianni Caravaggio – Sostanza incerta, 2015 – The Open Box, Milano, gennaio-febbraio 2017 – courtesy The Open Box, ph @ Valentino Albini

 

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