Lo strato malpighiano, scoperto nel XVII sec. dallo scienziato italiano Marcello Malpighi osservando al microcopio i tessuti epidermici, è il livello più profondo della pelle in cui si formano le nuove cellule che poi saliranno in superficie per sostituire quelle degradate. Questa invisibile matrice di processi autogenerativi è il paradigma e il leitmotiv della collettiva attualmente in corso alla galleria CAR drde, che indaga il substrato culturale e sistemico della visione attraverso i lavori di 5 artisti di diversa nazionalità, variamente impegnati nella destrutturazione critica dell’immagine. La mostra arricchisce di nuovi punti di vista la ricerca sull’oggetto pittorico che da anni la galleria porta avanti esaminando e confrontando le poetiche di artisti che esplorano le possibili stratificazioni tridimensionali della pittura e le implicazioni concettuali della non-rappresentazione con particolare interesse per la sensibilità delle generazioni più giovani.

Jonathan van Doornu

Jonathan van Doornu – Kitchen cabinet 03, 2018, wood, HPL with engravings, aluminum and spray paint, 50x70x10 cm – Courtesy CAR drde

La rassegna si apre con Amélie Bouvier, la cui pratica adotta strategie che imitano le ripetizioni meccaniche dei mezzi tecnologici solitamente utilizzati per misurare macro o micro fenomeni impossibili da rilevare a occhio nudo in cui l’errore è inevitabile e spesso invisibile. Nella serie grafica intitolata Small Accident l’artista esegue azioni standardizzate e assoggettate alla presenza di empirici strumenti di precisione trasformati in generatori di incongruenze e imperfezioni. Le tavole, che richiamano strani intarsi stilizzati di legni o marmi ricchi di venature, analizzano la capacità del disegno di rendere percepibile un dettaglio che, per quanto mimetico, risulta sempre artificialmente mediato.
Theis Wendt presenta invece una serie di oggetti scultorei che derivano dal calco in resina di una tela intelaiata, con l’aggiunta di pigmento nero liberamente miscelato nel composto prima che si rapprenda. Queste sagome traslucide, talmente ingannevoli da rivelare la loro vera natura solo a un’osservazione molto ravvicinata, fluttuano nello spazio come grandi radiografie tridimensionali di una matrice scomparsa o inesistente, come inerti frammenti di un pensiero autistico nutrito dalla luce ambientale che viene assorbita e imprigionata nei suoi meandri. L’opera mette in discussione la capacità dello sguardo di decodificare correttamente ciò che vede suggerendo nuovi ampliamenti spaziali insiti nelle proprietà della materia.
La pratica di Giulio Saveri Rossi discende idealmente dalla mai sopita linea concettuale che dagli anni Sessanta, indaga le specificità percettive e speculative dei mezzi pittorici tradizionali. La serie Sottrazioni mette in scena raffinate stratigrafie di minimi spessori cromatici e materici, successivamente erosi con un bisturi per riportarne la presenza su un unico piano incaricato di raccordarne i diversi livelli spazio-temporali. La coesistenza è il principio ispiratore anche della serie Fluidi, in cui pigmenti naturali che irraggiano le varie gradazioni dello spettro visivo umano riproducono sulla tela la mutevolezza di un processo chimico ancora in atto in cui i progressivi assestamenti dell’insieme generano nuovi ambiti di latenza.

Giulio Saverio Rossi

Giulio Saverio Rossi – Fluidi #1, 2018, iron oxid, yellow nickel, cobalt violet, 46.5×36.5 cm – Courtesy CAR drde

La convivenza di esperienze, memorie e archivi iconografici in un’immagine complessa è il principale obiettivo di Inga Meldere, che sovrappone strati di collage, pittura e fotografia per offuscare la leggibilità del testo visivo frammentandone l’integrità percettiva e logica. Il risultato è una sorta di impasto figurativo e materico in cui le varie fonti si ibridano a vicenda attraverso un diaframma di esotici viraggi cromatici.
Particolarmente interessante, per concludere, è il lavoro di Jonathan Van Doornum, che rielabora l’estetica fittizia del design di massa in allestimenti plastici che mettono in discussione la reale funzionalità progettuale degli arredi domestici in stile Ikea. Accorpando con illogica linearità elementi strutturali standard realizzati con materiali economici (come MDF e compensato) e criptici pannelli esplicativi che suggeriscono aleatorie istruzioni d’uso, l’artista esamina l’autoreferenzialità di questi moduli compositivi come metafora di una società in dissoluzione.

Emanuela Zanon

 

AMÉLIE BOUVIER – INGA MELDERE – GIULIO SAVERIO ROSSI – JONATHAN VAN DOORNUM – THEIS WENDT

THE MALPIGHIAN LAYER

a cura di Bruno Barsanti e Gabriele Tosi

12 maggio – 28 luglio 2018

CAR DRDE – Via Azzo Gardino 14a – Bologna

Immagine di copertina: The Malpighian Layer – installation view at CAR drde, Bologna, 2018 – Courtesy CAR drde

 

Emanuela Zanon

Laureata al DAMS di Bologna, città dove vive e lavora, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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