A volte la narrazione ha luogo dopo l’immagine, altre volte ne è anticipatrice. Un affrancamento, quello tra arte e letteratura, che possiede una genesi lunga e raffinata, in un costante emergere di determinazioni e influenze reciproche tra riferimenti, adattamenti e rielaborazioni possibili, visuali e linguistiche, che diventano espressione di una pratica mutuata da interferenze ed esperienze.

Con questo spirito nasce THE COURT, il nuovo progetto pensato e sviluppato dall’artista Maurizio Vicerè (Vice) in collaborazione con lo Studio Legale Di Pietro – Lucchi di Pescara, il cui scopo è aprire un dialogo con la letteratura più significativa del XX e XXI secolo.


Maurizio, sei uno dei fondatori di Ultrastudio, artist run space di Pescara, insieme a Gioia Di Girolamo, Ivan Divanto e Matteo Liberi. Con loro condividi tutt’ora lo spazio. Siete artisti ma svolgete un’attività anche curatoriale offrendo un programma di ospitalità, Guest. Coerente con l’esperienza attuale hai realizzato e promosso The Court. Parlami di questo.

THE COURT è il frutto di una collaborazione iniziata con lo Studio legale Di Petro e Lucchi degli avvocati Arianna Maria Di Pietro e Andrea Lucchi, che si trova all’interno di un palazzo storico in Piazza della Rinascita in centro città a Pescara. Da subito mi è parsa chiara la possibilità di sviluppare e curare alcune esposizioni all’interno di questi ambienti in cui mobili del tardo Barocco e Liberty si alternano a modernariato degli anni Settanta. Si tratta di arredi datati molto suggestivi. Lo spazio si presentava ancora da ultimare, quindi si potevano creare dei piacevoli contrasti con il contemporaneo. Da queste basi è nata l’idea di sviluppare dei progetti espositivi confrontandosi con testi tra i più interessanti del XX e XXI secolo. Ovviamente, questa attività sarà parallela al mio primo interesse come artista e come parte della famiglia ULTRASTUDIO.

The Court

Voyage au bout de la nuit – installation view, Cosimo Casoni, Pescara, 2018 – courtesy THE COURT, ph Pierluigi Fabrizio

Dal romanzo Voyage au bout de la nuit, scritto da Louis Ferdinand Céline, prende il titolo la prima mostra. Come nasce il dialogo tra artisti visivi e scrittura? Come hai scelto i libri e come ti aspetti che interpretino questa relazione?

La relazione nasce da una mia convinzione. Credo fermamente che il fare intellettuale dello scrittore, salvo rare occasioni, sia indubbiamente diverso dal modo in cui un artista visivo decide di dare inizio a un’opera. Si tratta di regole, di etica, di schemi progettuali. Uno scrittore, per quanto emancipato possa essere, non può ignorare alcune strutture alla base della scrittura. Un artista visivo, al contrario, oggi più che mai, può essere per definizione, senza regole, non essendo messo in condizione critica con la sua pratica. Partendo dalla considerazione di questi due sistemi distinti ho provato a posizionare al centro della “scena” un titolo come Viaggio al termine della notte di Cèline, lasciando la massima liberta ai tre artisti invitati (Cosimo Casoni, Andrea Martinucci, Marco Strappato) e rendendo lo sviluppo dei lavori e il dialogo più evocativo che didascalico o narrativo.

Cosimo Casoni, Andrea Martinucci e Marco Strappato, sono i primi tre chiamati a confrontarsi con l’autore. Ammetto che con il primo esperimento il tempo è stato poco e abbiamo dovuto accettare dei compromessi inserendo lavori nuovi o già realizzati ma che avessero delle affinità. La valutazione degli artisti è avvenuta tenendo in considerazione alcuni elementi fondamentali come lo spazio in cui sarebbero state collocate le opere, prediligendo chi era abituato a lavorare con il mezzo pittorico o fotografico. Sono comunque persone che conosco e che stimo come professionisti.

Marco [ndr. Marco Strappato, Porto San Giorgio 1982] ha un rapporto particolare con le immagini alienanti, per esempio in Fake Lake, esposta per l’occasione, c’è questa fotografia di un lago verde nel parco di Londra che alterna ambiguità e prossimità. Un’immagine ambivalente tra noto e ignoto. Strappato con questo lavoro credo voglia rimettere in discussione la percezione che abbiamo delle cose che ci circondano, quell’effetto di straniamento alla vita che a volte ci sorprende. Le sue opere prendono in considerazione il paesaggio in tutte le sue forme, quello rappresentato o mentale, scoperto o ritrovato e che si esprime al meglio nelle sue trasversali manipolazioni. Cosimo [ ndr. Cosimo Casoni, Firenze 1990] usa la tela per sperimentare scenari che uniscono tradizione, come quella dei macchiaioli espressa nella tela Light Terapy, e gestualità contemporanea con l’utilizzo di un elemento estraneo al dipinto come uno skate che lascia tracce sulla superficie e segna percorsi inediti. Vedere questi graffi sulle tele è per me un ritorno alla tradizione dell’action painting americano o alle Attese di Fontana. Ma il tutto si esprime come un urlo generazionale di un’artista emozionale che comunica in modo “raw”, con una gestualità decisa, a volte violenta. Andrea [ ndr. Andrea Martinucci, Roma 1991], invece, ha proposto dei contenuti di forte impatto contemplativo. È un’evoluzione che ho apprezzato soprattutto nella tela più grande 12112017.jpeg in cui due busti di sapore classico e magnificamente dipinti si contemplano a vicenda, in silenzio, su uno sfondo blu notte. Nella parte inferiore, il corpo di un ragazzo seduto con in mano un libro vuoto sul quale fa il gesto delle corna, tra Rock & Roll e scaramanzia. Per finire, una tela più piccola si sovrappone al busto della donna in alto e reca sul margine l’epigrafe “Forget the Past”.

Come Ultrastudio siete abituati a muovervi fuori dai luoghi deputati all’arte. Inserirsi nel tessuto sociale è un modo che avvicina all’arte contemporanea il pubblico anche meno specializzato ma che suggerisce anche delle criticità. Come credi sia cambiato o stia cambiando il modo di esporre? Parlami della situazione a Pescara.

In generale credo che i luoghi espositivi siano oramai illimitati. È forse troppo? Non so dirti. Chiaro che c’è una certa tendenza ad alternare luoghi diversi dall’ordinario a quelli più istituzionali. Alcune volte gli esperimenti sono ben riusciti, altre volte meno. Quanto a Pescara, devo ammettere che negli ultimi anni ha saputo cogliere queste nuove spinte dell’arte da ULTRASTUDIO dove milito, ma anche SOYUZ è un project space interessante dell’artista Rashid Uri in collaborazione con Maria Luisa Pastò. C’è ovviamente VISTAMARE che è una delle gallerie di maggior prestigio nel nostro paese. In passato abbiamo avuto varie edizioni di FUORI USO di Cesare Manzo che è riuscito a portare in città artisti e curatori di fama internazionale. Poi ci sono davvero tante realtà. È una città che ha molto da offrire.

The Court

Voyage au bout de la nuit – installation view, Andrea Martinucci, Pescara, 2018 – courtesy THE COURT, ph Pierluigi Fabrizio

Prospettive future?

Attualmente, come artista, sto partecipando a una importante Biennale di Arte Digitale a Rio de Janeiro e sto lavorando a una serie di nuove tele in cui la nostra percezione della multimedialità potrebbe rivelarsi una falsa illusione iconoclastica. Con ULTRASTUDIO abbiamo in corso SOPHIA, la personale di David Hanes che andrà a ultimare il progetto curatoriale FROM LIGHT TO DUST. Quest’anno ci saranno molte novità a cui stiamo lavorando.

Per finire, con THE COURT stiamo organizzando i prossimi appuntamenti, rispettivamente in primavera e autunno con Milan Kundera e Italo Calvino “presenti” in qualità di ispiratori. E poi Kafka, sempre quel Kafka lì che ho in testa da tempo.

Elena Solito

 

COSIMO CASONI – ANDREA MARTINUCCI – MARCO STRAPPATO

VOYAGE AU BOUT DE LA NUIT

A cura di Maurizio Vicerè (Vice)

16 Dicembre 2017 – 25 Febbraio 2018

THE COURT – Law Firm Di Pietro – Lucchi – Piazza della Rinascita, 24 – Pescara

www.thecourtspeaks.com

Immagine di copertina: Voyage au bout de la nuit – installation view, Marco Strappato, Pescara, 2018 – courtesy THE COURT, ph Pierluigi Fabrizio

 

Elena Solito

Ha studiato moda e fotografia. Ha collaborato come contributor con alcune riviste. Studia Beni Culturali all’Università degli Studi di Milano, si occupa di storytelling e collezionismo privato. È interessata alle nuove istanze artistiche che si sviluppano in quelli che sono i “non luoghi” dell’arte.