Tra la cattedrale maestosa e l’umile teatro senza palcoscenico, il teatro-nido di Tamara Macarthur accoglie il pubblico come una madre indulgente

“Ho davvero provato a costruire la migliore casa che potessi, la Più bella (Bellissima), piena d’amore, calda (ecco l’oro), ma se non fosse abbastanza? Cosa succede se dai tutto quello che hai, tutto ciò che possiedi, le mie mura, il mio cuore, la mia casa, e i tuoi figli crescono e ti dicono mamma mi hai fottuto e ti odio cazzo Cosa fai allora?”.

L’artista americana Tamara Macarthur concretizza le parole di questo testo nella sua prima personale If You Believed in Me, che rimarrà fruibile a Milano, presso Il Colorificio, sino alla performance di chiusura del 14 dicembre 2018. Tra la cattedrale maestosa e l’umile teatro senza palcoscenico, luccicante per i lapislazzuli di carta ma al contempo occulta per le numerose concavità, un’architettura ibrida accoglie lo spettatore come una grande madre indulgente nel proprio nido. Frutto di una residenza mensile dell’artista presso lo spazio espositivo e di ricerca, l’installazione è un ambiente precario che la protegge e di cui è chiamata a salvaguardarne l’incolumità. Questa ambivalenza è evidente nella scelta di materiali poveri come carta e legno, trapela nella video-performance situata nel secondo antro della “caverna”, realizzata all’interno dello spazio stesso e ripetuta in live durante l’inaugurazione; il suo corpo nudo grida un canto d’infanzia piangendo. Il lamento incessante è un’ossessiva richiesta d’attenzione da parte di Tamara, che cerca di inchiodare il visitatore al teatro-nido e sopperire ai soliti sguardi fugaci che il pubblico concede all’arte in questa società spettacolare e di profitto culturale. Il suo esibizionismo si consuma fino allo sfinimento, l’artista desidera una connessione intima, materna, perfino proibita con i fruitori della mostra; si dona completamente all’arte e agli spettatori anche quando non è presente nello spazio attraverso una traccia Naïve dei suoi autoritratti nudi disegnati e incastonati nelle pareti, rugose come le viscere del suo organismo. L’azione comporta una sofferenza inevitabile nel momento in cui il pubblico abbandona lo spazio espositivo, passa oltre ai suoi lamenti dopo averla compatita o addirittura essersi sentito fuori luogo. Come nell’amore materno, che, per citare il filosofo esistenzialista Erich Fromm, “è beatitudine, pace, non ha bisogno di essere conquistato, né di essere meritato”, il sentimento assoluto di Tamara non sarà mai corrisposto e incondizionato da parte dei visitatori.



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Il testo straziante dell’artista prosegue così: “So che non è tanto, ma è tutto quello che ho […]. Perché l’abbraccio non è mai abbastanza stretto e le tue braccia si stancano alla fine e le parole giungono sempre a termine”.

Il tema del bisogno di contatto si incarna anche nel richiamo alla coreografia della danzatrice Pina Baush (Café Müller, 1985) – in cui l’uomo, impotente, falliva nel tentativo di sostenere la ballerina -, la quale, in If You Believed in Me, viene capovolta in una scultura femminile di cartapesta che riesce a sorreggere il corpo di un’altra donna inerme. Inoltre, così come Pinot Gallizio nel 1958 con Caverna dell’Antimateria cosparge la Gallerie René Drouin di Parigi di colore, fibre metalliche, sabbia e polvere da sparo per avvolgere lo spettatore in una grotta pittorica, l’installazione di Tamara abbraccia il pubblico in un ambiente ancestrale che è sia metafisico sia profano.

Come si inserisce la mostra nello spazio urbano del Giambellino, un quartiere con una forte aggregazione sociale ma spesso strumentalizzato per sporadici episodi di piccolo crimine, spaccio e violenza? La giovane curatrice Giulia Gregnanin ci racconta che durante l’allestimento alcuni negozianti di via Giambellino si sono appassionati alla creazione dell’opera site-specific, stringendo con l’artista una relazione quasi fraterna mossa da curiosità e voglia di collaborare. L’eliminazione delle porte d’ingresso ha permesso, e continua a consentire, l’apertura dello spazio espositivo sulla strada, attraendo, in particolare durante il processo di costruzione della mostra, passanti, abitanti della zona e soprattutto bambini, che normalmente avrebbero sorpassato, perfino intimoriti, le vetrine asettiche di una galleria “standard”. Questa dimensione processuale caratterizza la natura dei Project Space, che cercano di offrire, come è successo con Tamara, uno spazio più di ricerca ed esplorazione delle pratiche artistiche, che di mera esposizione e vendita delle opere.

Arianna Cavigioli


Tamara Macarthur

 If You Believed in Me

Il Coloroficio – Via Giambellino, 71 – Milano

www.ilcolorificio.org

Instagram: ilcolorificio


Caption

Tamara Macarthur, If you believed in me (veduta dell’installazione), 2018, Il Colorifico, Milano – Courtesy Il Colorificio, ph Claudio Giordano

If you believed in me (veduta dell’installazione) – Tamara Macarthur durante la performance d’inaugurazione, 06 ottobre 2018, Il Colorifico, Milano – Courtesy Il Colorificio

Tamara Macarthur, If you believed in me (veduta dell’installazione), 2018, Il Colorifico, Milano – Courtesy Il Colorificio, ph Claudio Giordano



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