StraightUp@ExtraDry, progetto di Dry curato da Paola Clerico

L’eleganza dell’ottone come segno distintivo di un luogo con pareti nude, apparentemente ancora in divenire. Spazi ibridi che scardinano la rigida composizione in aree definite e circoscritte per prestarsi alle molteplici funzioni del luogo, locale, nuovo concetto di pizzeria ma anche una “finestra” sull’arte. Uno schermo reale in cui il flusso delle immagini in movimento innesca un dialogo con l’ambiente e gli spettatori “inconsapevoli”, sovvertendo la normale visione e suggerendo riflessioni possibili attraverso espedienti tecnico-narrativi. Precursore della videoarte, Nam June Paik, circa sessant’anni fa, sfruttando le possibilità tecnologiche del proprio tempo usa il mezzo come linguaggio, espressione di una pratica capace di riconfigurare e creare nuove dinamiche con il pubblico in maniera più diretta. Con questo spirito relazionale si propone StraightUp@ExtraDry di DRY Cocktails & Pizza. Prima la collaborazione con Peep Hole (2013-2016) adesso quella con Case Chiuse di Paola Clerico, curatrice del progetto alla quale abbiamo fatto qualche domanda.

 

Si registra una sorta di involuzione del sistema pubblico e una conseguente evoluzione naturale di quello privato. Un po’ per tradizione storico-artistica, un po’ per necessità. Come nasce l’idea di portare l’arte contemporanea fuori dai percorsi tradizionali?

In generale, portare l’arte in luoghi “altri” da istituzioni o gallerie è una pratica ampiamente sperimentata e utilizzata da molti anni. Inizialmente, si trattò di una necessità di operare al di fuori per poter agire con maggiore libertà rispetto alle regole e alle strategie delle gallerie commerciali. Il tentativo era anche quello di avvicinare un pubblico sempre più ampio all’arte contemporanea comprensibile solo a una stretta cerchia di persone “iniziate”. Negli ultimi anni stiamo assistendo a una proliferazione quasi incontrollata di iniziative d’arte contemporanea perciò, dato che nell’occupare spazi non deputati all’arte non si sta facendo nulla di nuovo, penso sia estremamente importante, nella fase di elaborazione di qualsiasi iniziativa, cercare di delineare chiaramente le motivazioni e gli obiettivi. La mancanza di significato talvolta crea confusione. Nel nostro caso l’impulso nasce dalla passione di lunga data nei confronti dell’arte contemporanea di alcuni soci fondatori di Dry. L’obiettivo è sostenere il lavoro di artisti giovanissimi con l’attivazione di StraightUp@Extradry.

Parliamo del progetto StraightUp@ExtraDry, di cosa si tratta e come si sviluppa?

StraightUp @ExtraDry è un premio di video arte concepito per dare visibilità ai giovanissimi artisti emergenti e sostenere la loro futura ricerca tramite l’assegnazione di tre premi in denaro. La parola “Straight Up” è un mix tra slang inglese e linguaggio da barman, indica un drink raffreddato con ghiaccio e poi tritato, perciò fresco, onesto e che punta dritto in alto come la sinergia che si vuole creare tra il premio, gli artisti e il loro futuro. Gli artisti invitati sono selezionati dal comitato scientifico composto da Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi, il duo Invernomuto e da me. I tre premi verranno assegnati da una giuria composta da Ilaria Bonacossa direttrice di Artissima, Paolo Zani fondatore della Galleria Zero e due soci fondatori di Dry, Bernardo Attolico e Tiziano Vudafieri. Cerchiamo di non concentrarci su nessun tema specifico. Vogliamo ricostruire una panoramica delle diverse ricerche artistiche proprio attraverso questo linguaggio.

Il video sembra una scelta assolutamente coerente con i tempi. Dissimulata, reale, artificiale o stratificata riempie un vuoto fisico nello schermo. Mi parli di questo.

La scelta di focalizzare l’attenzione su questa pratica nasce dalla passione dei soci e dal tentativo di suscitare l’interesse dei clienti stimolando la loro curiosità. Innescando un piccolo cortocircuito con video che per contenuti, immaginario, tempo e composizione sono generalmente molto differenti da ciò che i nostri occhi incontrano abitualmente negli schermi di un locale.

Natália Trejbalová
Natália Trejbalová, Bellagio Bellagio, for the love of Jaguars, 2015 – Courtesy Dry Milano, ph Micheal James Daniele

Cinque artisti per un progetto. Mi racconti qualcosa delle loro ricerche?

Jacopo Rinaldi (Roma 1988) lavora come artista e ricercatore. I suoi temi sono la relazione tra memoria, oblio e architettura nella trasmissione della conoscenza. È stato il primo artista selezionato per la sua profonda ricerca archivistica che emerge nei suoi video e in particolare nei lavori sull’archivio di Harald Szeemann, primo curatore indipendente.

Ruben Spini (Valtellina 1994) vive a Milano. La sua è un’indagine aperta sull’arte e il sentimento religioso, attraverso le forme contemporanee di interazione uomo-natura. Interpretate come interfacce, restituiscono un sistema complesso che attraversa latitudini, comunità e comportamenti differenti: un modello esteso della condizione percettiva umana, nella ferita tra Dio e creato. Legami, oggetti e funzioni vengono approfonditi secondo i metodi della cibernetica di secondo ordine. Adoperando sorgenti sonore e visive non convenzionali, si infrange la visione documentaristica, fatta di narrazioni, personaggi e simboli. Il procedimento scardina la scala naturale e precipita nuovamente l’umano tra la materia criptata ma viva.

Paolo Brambilla (Lecco, 1990) vive e lavora a Milano e la sua pratica artistica multidisciplinare fa uso di processi speculativi e di permutazioni formali, assumendo o distorcendo diversi format produttivi e riproduttivi allo scopo di indagare gli infiniti cicli di assimilazione, dispersione e trasformazione del prodotto culturale. La sceneggiatura e i suoi meccanismi narrativi hanno svolto un ruolo fondamentale nel plasmare e ridefinire il senso di pathos e di immaginazione delle ultime generazioni. Soprattutto nei film di animazione, la narrazione non trova limiti alle sue possibilità espressive: tutto ciò che può essere immaginato può essere proiettato fintanto che esso possa essere simulato o falsificato attraverso il disegno o, in tempi più recenti, con il rendering 3D. L’ascensione di film di animazione nella cultura pop ha creato un nuovo spettro di icone e aspettative che trascende l’intrattenimento per diventare parte della nostra comune percezione della vita quotidiana.

Natália Trejbalová (Slovacchia, 1989) lavora a Milano e la sua ricerca si sviluppa attraverso vari media, privilegiando il video, nei quali l’utilizzo
di immagini pubblicitarie, di stock e video da YouTube, si fonde a creazioni digitali originali.
Attinge all’immaginario iperreale capitalista, esaminandone aspetti complessi come lo sguardo esotizzante dell’occidente su ciò che gli è estraneo e stabilisce un dialogo visivo con lo spettatore mettendo in discussione tematiche come consumismo e ecologia, attraverso la manipolazione e la reinterpretazione dell’universo delle immagini patinate che circolano nel nostro immaginario quotidiano filtrato dai media
di massa.

Valentina Furian (Dolo, 1989) vive e lavora tra Roma e Venezia. Il video è l’elemento centrale della sua pratica artistica che spesso nasce e si sviluppa attraverso performance e installazioni ambientali in un dialogo poetico tra gli elementi. I suoi temi attingono alla storia del mito o alla cosmogonia per riconnettersi a quelle più attuali e urgenti, come la crisi ambientale e il ruolo contraddittorio dell’essere umano nei confronti del mondo naturale – conservatore e sfruttatore, creatore e distruttore.

Com’è il rapporto con il vostro pubblico? Quali sono le modalità che utilizzate per promuovere l’iniziativa?

Il rapporto con lo spettatore è inevitabilmente molto casuale perché, nella maggior parte dei casi, si tratta di persone che non conosciamo ma che in qualche modo sono attratte da ciò che scorre negli schermi e che possono avere informazioni attraverso i social, il sito nella sezione dedicata, sui menu che vengono costantemente aggiornati e naturalmente attraverso i dipendenti.

Ruben Spini
Ruben Spini, INCUNABULA, 2017 – Digital video, 4 channels, HD, colors, sound, 8 – Courtesy Dry Milano, ph Micheal James Daniele.

L’arte privata ha una dimensione sempre più pubblica. Cosa pensa del ruolo dei privati all’interno del sistema dell’arte e pensa che dovrebbe esserci maggior “rete”?

Negli ultimi vent’anni le collaborazioni hanno generato grande energia e non posso che augurarmi che si rafforzino maggiormente in futuro.

Quali sono i prossimi progetti?

Per due anni prevediamo di proseguire ancora con il premio curato da Case Chiuse, successivamente si deciderà in accordo con la direzione il futuro sviluppo del progetto.

Intervista a cura di Elena Solito

 

STRAIGHTUP @EXTRADRY

a cura di CASE CHIUSE by Paola Clerico

coordinatrice del progetto Ginevra D’Oria

fino al 5 ottobre 2018

DRY – Via Solferino, 33 – Milano / DRY – Viale Vittorio Veneto, 28 – Milano

www.drymilano.it

Instagram: drymilano

Immagine di copertina: Jacopo Rinaldi, Milano Anno Zero (teaser), 2017 – Digital video, HD, color, sound, 26” Courtesy Dry Milano, ph Micheal James Daniele

 

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