spazioSERRA, (non) luogo di confine | In dialogo con Silvia Biondo e Massimiliano Fantò 

Abbiamo affrontato in altre occasioni il concetto di confine e sconfinamenti. L’osservazione di queste dimensioni ci permette di superare visioni univoche, modelli stereotipati e convenzionali. Il confine permette di definire un’area di pertinenza spaziale, che sia reale o meno. Ci colloca in un punto preciso da cui poter guardare. Una soglia su cui possiamo scegliere di muoverci e spostarci, oppure restare nell’immobilità permanente di una stessa visuale. Il confine presenta le sue ambivalenze, poiché unisce territori vicini. 

Nella definizione di un confine si considera generalmente la condizione di distanza – territoriale e culturale – piuttosto che il concetto oggettivo di vicinanza territoriale. L’inversione di questo pensiero potrebbe cambiare molte cose. Se le parole sono dotate di un potere consapevole e inconsapevole (che il marketing, i media e la politica utilizzano per persuadere e manipolare le masse), considerare il confine come una linea che avvicina i territori, piuttosto che guardarlo nella prospettiva di una separazione (dal punto di vista cognitivo), potrebbe produrre effetti inaspettati. Come nel lavoro di cui abbiamo parlato recentemente di Dario Picariello [1].

Partendo da questi presupposti si può introdurre spazioSERRA, uno di quei luoghi che osserviamo fin dai suoi esordi: un territorio di confine e di attraversamenti.

I margini possono essere oltrepassati, contesi, difesi, alimentando questioni che non sono prodotti dei sistemi globalizzati; ma sono aspetti che l’umanità ha già vissuto nel corso della sua storia (le grandi migrazioni, le occupazioni territoriali e il passaggio della vita nomade a quella stanziale), che oggi sono ingabbiati in concetti come il nazionalismo, il multiculturalismo e l’interculturalismo (se vogliamo tornare all’uso delle parole a noi contemporanee). 

Il confine indica la presenza di una soglia (da cui partire, in cui restare o solo da attraversare). In ogni caso anticipa sempre un altro posto in cui accedere (o da cui uscire) per mezzo di serie di procedure. Ha a che fare con uno spazio geografico e fisico, con un luogo naturale, antropico, terreno ma anche utopistico e spirituale. Se l’uomo è prima di tutto un corpo esso stesso con i suoi margini, in quel luogo-mondo-corpo-uomo non c’è solo l’identità di ciascuno ma si afferma l’alterità. Il non identico: “[…] estranei, stranieri, sconosciuti, insomma «non noi» – quasi sempre stereotipati come nemici, effettivi o potenziali.” scrive Zygmunt Bauman nell’ultimo libro pubblicato postumo Retropia.  [2] Ma è anche la dimensione descritta dal filosofo ed etologo Roberto Marchesini in cui “proiettare il sé nelle alterità riorganizzandolo attraverso esse e, in definitiva, fare emergere un nuovo tipo di umano come esito di questo incontro”. [3] Ed è questo che ci interessa, formare un nuovo tipo di umano. 

spazioSERRA è l’esito di ciò che scrive Marchesini, e il (s)oggetto di cui parla Bauman. Si colloca nella topografia della città in una di quelle zone maturate nelle riflessioni antropologiche. Una stazione ferroviaria, più precisamente la fermata Lancetti. Abbastanza vicina al centro e ben collegata, tuttavia mantiene una certa distanza. Un luogo di transito che mette in connessione mondi ed esperienze, e per questo in grado di includere le molteplici tipologie umane. Passanti e figuranti della quotidianità, testimoni e attori di una ritualità del viaggio. È in questo luogo che fa da spartiacque tra un passato come esercizio commerciale, e un presente tra realtà artistica e rituale quotidiano, che le nuove generazioni di artisti hanno la possibilità di sperimentare la propria pratica. 

La serra si inserisce esattamente in questo punto. Nell’area prima dei tornelli di accesso ai treni, e dopo la discesa nei sotterranei della stazione. Un’architettura chiusa, un ex edicola, composta da una struttura in metallo e vetro. Esibita allo sguardo esterno di un pubblico diversificato per via del suo posizionamento. Una vetrina che risponde a questioni estetiche e di “esposizione”; ma rappresenta l’ambiente in cui le piante crescono, germogliano e danno origine ad altre forme di vita, creando un habitat accogliente. Un concetto che traslato alla realtà artistica, si inserisce in un discorso estetico e un progetto di ricerca e sperimentazione. 

L’incontro estivo a distanza con Silvia Biondo e Massimiliano Fantò (Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni), ci permette di raccontare meglio il progetto: 

“spazioSERRA è un progetto di arte pubblica guidato da un collettivo curatoriale, nato a Milano nel 2017 per valorizzare il territorio attraverso il lavoro di artist* emergenti, a partire dalla stazione di Milano Lancetti. Una realtà che si distacca dai luoghi canonicamente dedicati all’arte, dove è collocato l’omonimo spazio. Ospita ogni anno una stagione espositiva con progetti site-specific di artist* italian* e internazional*, e conduce diverse iniziative con istituzioni e collettivi in Italia e all’estero.  Nasce quando la pagoda ottagonale all’interno della stazione ferroviaria di Milano Lancetti, concepita per essere un’edicola ma mai utilizzata per questo scopo, viene affidata ad alcuni studenti dell’Accademia di Brera per trasformarla in un luogo di progettazione artistica. È una costola di Artepassante, un programma di riqualificazione degli spazi metropolitani milanesi, che fa capo all’Associazione Le Belle Arti, ora incorporata nella Fondazione Artepassante, in collaborazione con RFI- Rete Ferroviaria Italiana. Negli anni successivi, attorno allo spazio si è costituito un collettivo di dieci persone, provenienti da esperienze diverse, ma accomunate da una profonda passione per l’arte. Ogni anno, dopo aver lanciato un open call tematica, selezioniamo i progetti che meglio si adattano al tema, allo spazio e alla nostra visione e ne curiamo la realizzazione. Recentemente abbiamo costituito un’associazione di promozione sociale, con lo scopo di sostenere sempre più concretamente la ricerca del* artist* con cui collaboriamo. Come giustamente ricordavi, il nome “spazioSERRA” ricorda, oltre alla forma della nostra pagoda, anche il luogo dove nascono e crescono le piante, supportate con le cure necessarie, come noi intendiamo fare con l* artist* emergenti che vi espongono”.

Horror vacui, venerazione MUTANTE, unpostoIMPOSSIBILE, suMISURA (call del 2024), sono i titoli delle stagioni espositive, e delle linee guida che portano gli artisti invitati a confrontarsi con lo spazio. Ognuno di loro ricrea un habitat specifico (opere-installazioni-perfomance), che ridisegnano il layout dell’architettura e incidono sulla codificazione del luogo. Un inciampo nella routine, capace di far sostare e far interrogare l’uomo contemporaneo, assorbito nel suo rituale del viaggio. Perché a partire da quelle ridefinizioni si individua una progettualità precisa: la sua identità di serra, il vuoto, il mutamento, l’inattuabilità di una conformazione spaziale e di un ospite-opera realizzata su misura:

Come per ogni attività che riguardi la curatela di spazioSERRA”, proseguono Silvia Biondo e Massimiliano Font, anche la scelta del tema della successiva stagione espositiva è condivisa tra tutti i membri del collettivo. Ogni tematica poi si sviluppa in una serie di documenti messi a disposizione di chi decide di applicare al bando, tenendo volutamente il tema aperto a innumerevoli interpretazioni. Ci sono alcuni fattori ricorrenti. Sicuramente il focus è sullo spazio: urbano e pubblico, che viene abitato e riletto dal* artist*. Richiediamo di interpretare lo spazio e il luogo in cui è inserito, analizzando il contesto culturale, la struttura fisica, l’identità, il quartiere Lancetti e i suoi abitanti. Inoltre, è fondamentale attirare l’attenzione in una situazione che non prevede soste ma solo passaggi. Tra le indicazioni fornite per suMISURA abbiamo deciso di inserire anche delle suggestioni a cura dei singoli membri del collettivo. Questo per mostrare diverse possibili interpretazioni del tema, volendo sempre tenerci il più generali possibile, per non omologare le proposte presentate”.

Ci interessa la sua natura fertile, per trovare un’attinenza con le caratteristiche della serra. Un ambiente di confine tra interno e esterno, tra la dimensione privata e sociale. Spazio che non rimane congelato nello sguardo di un pubblico specializzato, e per questo “autorizzato” all’ingresso nei circuiti referenziali dell’arte. Ma grazie all’incontro con l’alterità muta la sua forma oggettiva, storica e concettuale. E muta anche il suo spettatore, poiché il contatto con l’altro può riorganizzare i pensieri e lo sguardo. È la circolazione tra pubblici e tra i luoghi (la stazione, la serra e la sua forma in continua evoluzione), che aziona lo spazio in un’entità viva. 

“Tra le caratteristiche insite nella natura dello spazio vi è la presenza di diversi pubblici. Gli spettatori, infatti, sono variegati e non intenzionali. Sono composti da persone di diversa estrazione sociale, di diversa cultura e di diverso slancio verso quelle che sono le discipline culturali. È un pubblico che non ha necessariamente l’intenzione di trovarsi immerso in uno scenario artistico e che, invece, si guarda attorno accorgendosi della presenza di qualcosa: le opere d’arte site-specific, che mutano e cambiano l’aspetto del luogo. spazioSERRA è quindi soprattutto un progetto di arte pubblica nella città di Milano (destinato eventi, opening e performance a SERRA). Questi sono i momenti in cui noi e l* artist* incontriamo direttamente il pubblico, e abbiamo l’opportunità di conoscerlo e di instaurare un legame e uno scambio bilaterale”

Se i confini raccontano le differenze e i possibili scambi, i trasferimenti (fisici e di aspettative) e gli sguardi, spazioSERRA innesca un dialogo con il “non noi”. Con l’alterità umana e non umana, con la realtà nota e quella ancora sconosciuta. Dagli ambienti acquatici di Thomas Soardi alle ibridazioni con una mostruosa creatura marina di Agnes Questionmark. Dal giardino di Giacomo Lambrugo, ai fiori parlanti di Giulio Bensasson. Dalla polvere di Alice Mestriner e Ahad Moslemi alle interazioni dei passanti con lo spazio raccolte da Alice Paltrineri:

“Tra gli esempi che ci hai suggerito, Giacomo Lambrugo presenta un giardino di fiori fittizi. I petali ricavati dalla combustione di centinaia di bustine di plastica richiamano alla mente la tensione tra la sfera culturale e quella naturale, costringendoci a riflettere sulla loro inscindibilità. Giulio Bensasson converte lo spazio in luogo di selfie fallimentari. Utilizza i fiori per comporre un romantico slogan dai toni volutamente kitsch e pop. Riprende l’immaginario consumistico della pubblicità, tanto presente nelle stazioni e nello spazio pubblico in generale. I passanti sono magnetizzati da questa frase “You are the only one”, quale elogio alla vanagloria e all’ego. Il tempo però passa, e i fiori appassiscono. Alice Paltrinieri ingaggia lo spazio nel tentativo di conservare le memorie dell’incontrollabile, ovvero il passaggio dei passanti. Servendosi di alcuni sensori di movimento (di hardware arduino e di otto batterie da auto), l’artista dialoga con il pubblico nella frenesia del quotidiano. Più le persone attraversano la stazione e più lo spazio si scarica, conducendo l’altro al suo interno. Lo spazio non è però sempre stato magnanimo: la temperatura e la luce per i fiori, il materiale che compone la struttura per i sensori, sono stati solo alcuni degli aspetti con i quali lo spazio ha fatto sentire la sua presenza, alterando il risultato che ci aspettavamo. Questo ci ha ricordato quanto il legame tra spazio, artista e pubblico deve sempre trovare un suo equilibrio. Grazie alle sue caratteristiche strutturali, alla posizione all’interno di una stazione ferroviaria e alla trasparenza delle sue pareti a 360°, è un luogo in cui l’arte può essere fruita sempre: dalla mattina alla sera, tutti i giorni della settimana, anche durante le fasi di allestimento e disallestimento. Infatti, non è necessario che lo spazio sia aperto per vedere le opere: e questo permette alle stesse di entrare in un’altra dimensione. Quella in cui non c’è più uno spazio definito e dedicato in cui l* artist* mostrano la propria ricerca. Ma al contrario possono utilizzare la città come luogo di esposizione per eccellenza, un luogo in cui l’opera può essere conosciuta, vista, studiata e rivista ogniqualvolta se ne senta la necessità”.

È interessante considerare tutto come dei dialoghi tra mondi, esperienze e soggetti. Dialoghi possibili che diventano, nel loro insieme, pezzi di un puzzle per comporre nuovi paradigmi. Ponti e non muri, avvicinamenti piuttosto che allontanamenti. Letture e riletture visibili in un linguaggio multidisciplinare, basato sulla produzione-installazione (materiale o immateriale), che ha a che fare con la pratica artistica:

“spazioSERRA di per sé è un’eccezione, la messa in scena della finzione moderna: modernità, ovvero quella supposta rete di concetti dicotomici che orientano il nostro sguardo sul mondo. Privato o pubblico, pieno o vuoto, dentro o fuori, presenza o assenza? È la struttura stessa di SERRA a suggerire il nostro pensiero: privilegiamo l’ibridismo all’integrità, la contaminazione alla purezza, la frontiera alla centralità. L* nostr* artist*, inevitabilmente, si devono scontrare con questa condizione; ripensare al loro posizionamento e alla loro idea di esposizione, coltivare una certa sensibilità e sapere ascoltare cosa lo spazio chiede, immergersi nello sguardo del passante. “Diventare con” lo spazio. Il dialogo nasce solo quando questi elementi si incontrano”.

Se è possibile una riflessione sull’umano e il mondo, distante dalla procedura consolidata e dall’omologazione del pensiero massificato, spazioSERRA si concede allo sguardo nella sua trasparente innocenza, suggerendo proiezioni e visioni per abitare la contemporaneità. Ma soprattutto si pone come fautore di uno spazio critico, aprendo a interrogativi, sollecitando dibattiti e intraprendendo nuovi percorsi artistici e visionari fuori dai generis. 

E alla domanda quale futuro imminente ci attende? La riposta è suMISURA: 

“La nostra più recente call for artists che ha chiuso il 3 settembre. Come collettivo ci dedicheremo poi alla selezione dei progetti, mostre site-specific o performance, per la stagione espositiva che avrà inizio a gennaio/febbraio 2024. Il titolo suMISURA si ispira alle caratteristiche proprie di spazioSERRA, che si presenta come elemento architettonico in un contesto misurato e costruito su regole, distanze e rapporti. Al* artist* selezionati verrà richiesto di analizzare tale luogo, al contempo contenuto e contenitore, dove quotidianamente le stesse regole che lo costituiscono vengono enfatizzate, sfruttate, deformate, rimodellate e talvolta annullate”.

Elena Solito

______________

[1] E. Solito,  Principi di ritualità collettiva nelle indagini di Dario Picariello, 10 Luglio 2023, Formeuniche
[2] Z. Bauman, Retropia, Economica Laterza.
[3] R. Marchesini, Alterità – L’identità come relazione, Mucchi Editore, Modena, 2016,


Instagram: spazioserra