Basic Necessities per Spazio Y: intervista alla realtà artistica indipendente con sede a Roma

Spazio Y è una realtà artistica indipendente, con sede a Roma, che durante il periodo di quarantena ha dato vita a Basic Necessities in sinergia con ABC collective e due partner internazionali: Nation 2.0 (UAE – Emirati Arabi Uniti) e Editions Mincione (Italia-Belgio).
Abbiamo dialogato con loro per conoscere la loro ricerca, le attività che svolgono e le modalità espositive che adotteranno in questo post lockdown.


In un momento in cui sembrava essersi fermato tutto, con le persone bloccate nelle loro case e città, voi avete realizzato Basic Necessities, progetto di respiro internazionale con artisti e partner provenienti da tutto il mondo. La prima cosa a cui possiamo pensare è che sia un atto di ribellione. Come è nato questo lavoro?

Hai pensato bene, si tratta assolutamente di un atto di ribellione. Era presente questa idea di uscire all’esterno come forma di dissenso. Noi crediamo che la necessità dell’arte sia raggiungere il pubblico, come nel caso di Basic Necessities, dove gli artisti hanno coinvolto persone fisiche – anche non addetti ai lavori, magari passanti casuali – dando forza ai vari progetti.
Tutto è nato in modo strano, siamo stati contattati da ABC Collective, un collettivo che non conoscevamo e che tutt’ora non sappiamo da chi sia composto (loro hanno voluto mantenere un totale anonimato): ci ha mandato dei messaggi sia via mail sia via telefono con la voce registrata.
Era tutto estremamente buffo ma anche veramente serio perché ci poneva di fronte alle domande che si stava facendo gran parte del mondo. Tutto ciò ci ha svegliato immediatamente rispetto al fare nostro questo lavoro.
Aggiungi poi che noi eravamo in un momento di riflessione. Il lockdown ci ha infatti colto in un momento in cui ci stavamo ponendo dei quesiti in merito a noi stessi, alla nostra attività presente e futura, nonché sulla nostra identità.
Mi spiego, Spazio Y è una realtà indipendente, nata molti anni fa con un progetto abbozzato, poi potenziato nel corso del tempo grazie, per esempio, agli eventi Manifesta e poi a Spazi, questo ci ha permesso di creare una rete di collegamenti via via più ampia.
Proprio quando eravamo a Spazi ponemmo a noi stessi e ai presenti la questione dell’indipendenza, che viene sventolata come una bandiera ma poi ha molte anime; c’è un’anima legata alla tendenza che sfrutta l’attenzione che gli spazi indipendenti hanno, senza però esserlo per davvero.
D’altra parte ci sono una serie di domande su che cosa significa essere indipendenti: da chi? da cosa? come? Nello stesso momento c’era il politico che parlava dell’arte con lo stesso linguaggio con cui si parla dell’indipendenza, ovvero come di qualcosa di importante e centrale, ma poi quali tutele?

Gli artisti selezionati per il progetto Basic Necessities, come sono stati scelti?

Sono persone con cui abbiamo lavorato e interagito. La nostra forza deriva dal fatto che siamo un gruppo eterogeneo, siamo sia artisti sia producer e curatori, per cui abbiamo invitato artisti che ci piacevano, e questi ci hanno presentato altri nomi che abbiamo valutato ed in alcuni casi selezionato.

Come mai un partner dagli Emirati Arabi e un altro che lavora tra Italia e Belgio?

Molto banalmente sono Italiani all’estero. Giuseppe (Nation 2.0) lo conoscevamo già da prima perché viene da Roma ma ormai è dieci anni che è attivo negli Emirati Arabi, dove ha lavorato come direttore di alcuni musei e ora fa il curatore indipendente.
Editions Mincione è una nostra amica, invece, lei ha una casa editrice che non si era mai occupata di arte ma di saggistica e poesia, nell’ultimo anno si è invece affacciata al discorso editoria dell’arte nel senso di libri su artisti, in un modo particolare e lavorato. Con lei abbiamo rapporti da circa 2/3 anni perché ha presentato un libro sul design a Spazio Y, dove la copertina era realizzata da un artista di nostra conoscenza che ci ha messo in contatto con lei.
Poi, quando ci siamo conosciuti, ci siamo trovati bene fin da subito, stavamo cercando un’occasione con la quale lavorare assieme, e Basic Necessities è stato il lavoro giusto. Probabilmente ci sarà un seguito del progetto tramite una pubblicazione, di cui abbiamo iniziato a discutere.



previous arrow
next arrow
Slider


Sentendovi parlare sembra che siate molto focalizzati su ciò che vi piace e trovate stimolante, senza necessariamente guardare al nome o alla tendenza.

Esatto, tanto è vero che se guardi alla rosa degli artisti ci sono persone di varie età da giovanissimi ad affermati, in più abbiamo puntato su un discorso che cercasse di abbattere il genere artistico. Abbiamo già pubblicato una stilista, lavoreremo prossimamente con un altro stilista (che ha realizzato un video), ci sono persone vicini al cinema, curatori, e artisti che vengono dall’arte urbana.
Le mostre vanno fatte promuovendo artisti che non hanno possibilità nei circuiti un po’ asfittici delle gallerie.

Quale la vostra opinione sulle mostre virtuali?

Nel momento in cui è esploso il fenomeno delle mostre online, ci è sembrato che la medesima attitudine presente nel pre lockdown sia stata spostata nel web con nessuna novità.
Da parte nostra, abbiamo parlato molto di questo punto e noi crediamo che il web sia uno strumento importante ma non debba azzerare la materialità dell’opera. L’esigenza dell’artista è esistere fisicamente, non ci sono se e ma. Il digitale va bene come appoggio per la divulgazione ma l’opera deve esistere materialmente, non può essere solo digitale.
Per noi il web è stato un modo per conoscere artisti da tutto il mondo ed è uno strumento, ma non quello per eccellenza per esporre; è un modo per farsi sentire nel modo più democratico possibile; e infine è anche un modo per fare rete.
Per esempio, abbiamo avuto una mostra di un’artista Coreana che vive a Los Angeles, e lei non è potuta venire all’inaugurazione, abbiamo quindi deciso di farla interagire con il pubblico tramite un’applicazione di scrittura.
Gli strumenti di comunicazione telematica vanno bene, però l’arte non può esistere sul web.

Di recente Marc Spiegler (direttore di Art Basel) ha dichiarato che in un momento come questo l’idea di creare contatti e fare network è fondamentale soprattutto per gli spazi piccoli, se si vuole sopravvivere. Cosa ne pensate? come vi state muovendo voi in tal senso?

Siamo d’accordissimo, noi siamo a favore dell’idea di fare network, il problema è la consapevolezza delle parti.
In questo momento c’è bisogno di cambiare atteggiamento, se ciò non dovesse accadere, sarà difficile sopravvivere in un sistema di cose che inevitabilmente cambierà, e che vede la chiusura di gli spazi – non è infatti permesso stare in più di un certo numero e via discorrendo.
Fare massa e fare rete è funzionale per far funzionare le cose, per rinnovarle e creare possibilità in più. Il momento che abbiamo vissuto tutti quanti dovrebbe darci uno stacco per far più di quanto si è fatto fino a ora.

Prossimi progetti?

Abbiamo ancora molte opere da pubblicare, quindi vorremmo mantenere il lavoro vivo ancora per un po’. Prima del lockdown avevamo un piano e dei programmi, adesso è tutto cambiato, quindi cambieremo anche noi.

A cura di Marco Bianchessi


www.spazioy.com

Instagram: spazioy


Caption

Piotr Hanzelewicz, Piazzale Dante Alighieri, video – Courtesy Spazio Y

Adriano La Licata, To Have the Blue Devils – Courtesy Spazio Y

Kinkaleri, is it my world – Courtesy Spazio Y

Francesco Albano Aureliano Buendí, 2020 – Polyester resin, 180 x 25 x 30 – Courtesy Spazio Y