Nel 1989 Jean-Hubert Martin realizzò presso il Centre Georges Pompidou una mostra destinata ad avere grande successo negli anni a venire: Magiciens de la Terre ha infatti inaugurato un approccio curatoriale e critico che andasse oltre le categorizzazioni etnografiche dettate dalle precedenti esposizioni coloniali. Ma al di là delle connotazioni antropologiche di quella mostra, il suo titolo può tornare ora utile a battezzare la giovane Sophie Ko (Tbilisi, 1981), georgiana di nascita ma milanese d’adozione, che intende ragionare ancora su un conflitto di fondo, uno scontro di forze tra sofficità e rigidità, materiali friabili, paradigmi dell’informe, contenuti e bloccati entro duri e pesanti strutture modulari. Si riabilita, in questa dialettica, quella “tensione di compresenza” che Piero Gilardi adduceva, sul finire degli anni Sessanta, a quell’arte, da lui stesso definita “microemotiva”, in cui agivano silenziose e continue le energie della vita e delle materie organiche nel loro lento ma inarrestabile proliferare, spesso costretto a un dialogo con la durezza di materiali industriali.

Sophie Ko

ATLANTI (Geografia temporale) – Pigmento puro, installazione, misura ambiente, 2016 – courtesy Galleria de’Foscherari

Nel caso di Sophie Ko, tuttavia, quel pullulare di forze discrete e sommesse subisce una battura d’arresto, viene messo sottovuoto, cristallizzato come in uno scatto fotografico. Sembra così di trovarsi di fronte a brulle distese di terra, aride ma affascinanti pianure verdi e viola bruciate da una luce meridiana o accarezzate da aurore fosforescenti. Il pigmento in polvere, adeso al vetro e scosso, lascia sulla superficie dei vuoti irregolari che simulano faglie, continenti, altipiani e sommovimenti orogenetici: ci sembra infatti di poter osservare porzioni di Terra da un punto di vista privilegiato, da quel particolare punto di vista, acquisito dall’uomo relativamente di recente, che ci permette il volo in aereo o, per venire ancora più vicino a noi, i satelliti di Google Maps. Difficile non pensare a ciò che il land-artist americano Robert Smithson scrisse a proposito dei drip paintings di Jackson Pollock, riconoscendo in lui lo scopritore di un “senso torrenziale del materiale” che genera depositi e sedimenti marini, costituendosi pertanto come una “metafora fisica” di quei fenomeni naturali.

Sophie Ko

TERRA (Geografia temporale) – pigmento puro, polittico cm 160×60, 2016 – courtesy Galleria de’Foscherari

Questo senso torrenziale del materiale, seppur presente, nel lavoro di Sophie Ko viene mitigato e circoscritto entro rigide e fredde teche in legno, ferro e vetro, trovando anche, in alcuni casi, valenze simboliche nascoste, in tutte quelle opere in cui il materiale non è più il puro pigmento bensì le ceneri di immagini bruciate. Il potere, a seconda dei casi, rappresentativo o referenziale, delle immagini viene però annullato (ridotto in cenere, appunto) cancellando così ogni traccia del visibile a tutto vantaggio della più opaca materialità. Le Geografie temporali di Sophie Ko rigettano infatti il sovraccarico visuale dei mass-media per riaccendere l’interrogativo dell’uomo di fronte all’immagine, retrocedendo a una dimensione primordiale, quasi originaria. Ecco, in questo, un forte punto di contatto con l’Arte Povera, che offre una ragione in più alla scelta fatta dalla Galleria de’ Foscherari di Bologna: la necessità di un ritorno a uno stadio pre-iconografico e l’inneggiamento alla fisicità delle materie primarie per una riconquista della propria piena sensorialità, del proprio esserci. Sono alcune delle idee che Germano Celant ha avanzato e sostenuto nel 1968 in occasione di una storica mostra proprio alla galleria felsinea, che ora si ripropongono nella ricerca di Sophie Ko con più compita e discreta raffinatezza.

Pasquale Fameli

SOPHIE KO

TERRA – GEOGRAFIE TEMPORALI

a cura di Federico Ferrari

dall’8 ottobre 2016

GALLERIA DE’ FOSCHERARI – Via Castiglione 2B – Bologna

www.defoscherari.com

Immagine di copertina: Exhibition view – courtesy Galleria de’Foscherari

Pasquale Fameli

Pasquale Fameli (1986) è dottorando in Arti visive performative e mediali presso l’Università di Bologna, dove si è laureato con lode. Collabora al corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea presso il medesimo ateneo, dedicando particolare attenzione alle esperienze extra-pittoriche del secondo Novecento. Nel 2013 ha pubblicato un libro dal titolo Il corpo risonante. Vocalità e gestualità nel Novecento, incentrato sulle esperienze sonoro-performative dal Futurismo a oggi. Attualmente i suoi interessi di ricerca vertono sulle poetiche concettuali e antiform di fine anni Sessanta.