Ho voluto riunire, in un’unica visita, tre giovani artiste che incontro “sempre” insieme. La nostra amicizia si è sviluppata frequentando i vernissage e credo, dalle loro parole, possa trasparire uno spaccato generazionale che racconta come tre giovani donne entrano nel mondo dell’arte contemporanea. Ospiti nello studio di Anna, con Milena e Debora iniziamo la chiacchierata davanti a uno spritz e a tante delizie culinarie.


Vi incontro ai vernissage in galleria, oltre all’amicizia cosa vi lega?

Anna Caruso: Ci conosciamo da qualche anno e abbiamo scoperto di avere alcune affinità che ci uniscono e che ritroviamo nelle tematiche del nostro lavoro. Ci accomunano anche altri interessi, tra cui la letteratura e il cinema.

Non avete mai esposto insieme?

Debora Garritani: Sì, una volta, qualche anno fa, a Circoloquadro, poi io e te (Anna, cfr) nella collettiva in Kazakistan, ad Almaty, in collaborazione con Studio d’arte Cannaviello, con il quale lavoriamo entrambe.

AC: Però non abbiamo ancora lavorato a un progetto più complesso, ci stiamo pensando.

Anna Caruso

Anna Caruso – Il giorno più felice non mi appartiene, 2016 – acrilico su tela, 135×200 cm – courtesy l’artista

Non avete mai pensato di formare un gruppo?

Milena Sgambato: Un gruppo al momento no, perché siamo fondamentalmente delle solitarie, quando dipingo devo avere la possibilità di estraniarmi dalla realtà, questo riesco a farlo più facilmente se non ho distrazioni, ci vediamo spesso, parliamo della nostra ricerca, dei film e delle mostre viste, dei libri che stiamo leggendo, ma poi, al momento di creare, sento l’esigenza di stare da sola.

AC: Per formare un gruppo dovremmo avere altre motivazioni più profonde, al momento ci limitiamo a confrontarci e ad essere solidali. Constatiamo con tristezza come fra gli artisti ci sia molta rivalità e invidia: almeno questo fra di noi non esiste.

DG: Infatti c’è anche un bel confronto sulle opere, ad esempio per sapere se una mia foto funziona quando nutro dei dubbi, capita di chiedere a loro un parere distaccato dall’emotività della creazione.

MS: C’è da dire che il senso del gruppo come tramandato dalla storia dell’arte, nella nostra epoca caratterizzata da una costante interazione con il mondo virtuale, è cambiato radicalmente, lo scambio fra individui inizia “dal vivo” ma poi continua in rete.

DG: Io a tal proposito ritengo invece che nel mondo dell’arte ci sia ancora un senso di incontro fra le persone. Le mostre e le fiere sono anche un modo per ritrovarsi, per scambiare opinioni e confrontarsi con gli altri artisti.

MS: È un modo per ritrovarsi, col tempo si consolidano anche le amicizie, questo è bello, manca però un confronto su tematiche impegnative.

AC: Purtroppo a volte si trasforma in un’attività mondana, che tuttavia è fondamentale per conoscere l’operato altrui, e spesso da questi incontri nascono risvolti inaspettati.

Quindi, seppur con spirito diverso, mi state confermando che le pubbliche relazioni sono fondamentali per emergere nel mondo dell’arte. Lessi da qualche parte che la qualità del lavoro impegna un 10% della carriera di un artista, mentre un 80% era riservato alla sua fortuna e alla sua capacità di intessere relazioni.

DG: Al di là delle pubbliche relazioni, che sicuramente hanno un loro peso, per me il lavoro è la cosa più importante, se non c’è prima o poi scompari.

AC: Io ipotizzo un 50%. Le capacità di relazionarsi sono fondamentali, tanto quanto la qualità del lavoro.

MS: La qualità del lavoro è necessaria, ma è fondamentale avere il carattere adeguato per realizzare il talento. Molti nascono con un talento ma se non supportato adeguatamente rimane inespresso.

Milena Sgambato

Milena Sgambato – The secret, 2016 – acrilico su lino, 65×60 cm – courtesy l’artista

Provenite tutte tre da fuori Milano, perché vi siete trasferite in questa città?

DG: Studiavo giurisprudenza a Parma, dove mi ero trasferita dalla Calabria, quando dopo varie vicissitudini decisi di abbandonare gli studi per iscrivermi all’Accademia di Brera. Se a questo si unisce il fatto che le gallerie e il fermento artistico sono a Milano, la scelta è stata facile.

MS: Ho vissuto in molte città italiane, finché sono approdata a Milano per motivi artistici e non appena arrivata mi sono innamorata della città, mi sono immediatamente resa conto che per quanto concerne l’arte c’era tanto da vedere e da imparare. Milano mi ha conquistata per il suo essere multietnica, in accademia ho potuto confrontarmi con persone provenienti da tutte le parti del mondo e questo mi ha fatto crescere molto.

AC: Ho studiato restauro e pittura all’Accademia di Bergamo, poi ho realizzato che la mia strada non era restaurare opere altrui ma crearne di nuove, così ho abbandonato Bergamo per trasferirmi a Milano, che era la città italiana a offrirmi di più in quel momento.

Se vi dicessi che una donna artista è meno affidabile di un uomo, perché è soggetta ad abbondare l’attività per dedicarsi al matrimonio, ai figli, cosa mi rispondete?

AC: Secondo me è vero. So di andare contro a un sentire comune, ma parto dall’idea che non voglio avere figli, ho altre priorità, e mi rendo conto che essere madre e artista è molto impegnativo. È un dato di fatto che molte artiste abbandonano dopo aver avuto dei figli, occorre essere molto determinate per fare entrambe le cose.

DG: Le donne sono ancora molto discriminate anche nel nostro ambito, tuttavia ritengo che se una persona (donna o uomo che sia) crede fortemente e ama quello che fa, possa riuscire tranquillamente ad avere dei figli e una famiglia e continuare la propria carriera d’artista. Al momento non sento questa necessità, ma sono convinta che vi riuscirei senza rinunciare alla mia professione.

MS: Secondo me ogni caso è una storia a sé, ci sono stati molti artisti sia uomini che donne che non hanno avuto figli perché hanno vissuto l’arte come una missione. Per quanto riguarda le donne, siccome non è stata ancora raggiunta la parità tra sessi dovrebbero scegliere bene il proprio uomo, possibilmente che si occupi almeno quanto loro del ménage familiare. Insomma è difficile, ma non impossibile.

 Debora Garritani

Debora Garritani – Ver Sacrum, 2017 – stampa Giclée su carta cotone applicata su D-Bond – courtesy l’artista

Anna mi sembra un’integralista nel portare avanti questa missione…

AC: Non vorrei apparire troppo dura, ma per me l’arte è un’attività a tempo pieno.

Mi state confermando che esiste una discriminazione di genere nel mondo dell’arte che persiste fino nel 2017. Quali sono le donne artiste che ammirate?

MS: Quando ho iniziato a dipingere mi sono ispirata a Marlene Dumas la quale, avendo studiato psicologia, è interessata soprattutto all’aspetto emotivo, psicologico e sociologico dell’essere umano, utilizzando una pittura veloce ed espressiva; abbiamo interessi simili, anche se poi, com’è giusto che sia la mia ricerca ha avuto altri sviluppi.

DG: Louise Bougeois, non mi sento affine a lei dal punto di vista artistico, ma piuttosto dal punto di vista caratteriale e umano, è un esempio di quello che dicevo prima sul fatto che si possono avere dei figli, una famiglia e impegnarsi nel lavoro. Tematicamente mi sento più vicina a Frida Kahlo, per le sue indagini introspettive, per il vissuto personale e per la sofferenza che traspare dalle sue opere.

AC: Recentemente ho letto la biografia di Marina Abramovic, di cui conoscevo bene le performance, ma non l’aspetto personale, e mi sono sentita molto vicina al suo modo di pensare e alla sua vicenda umana. Amo molto anche Yahoi Kusama e Kiki Smith, senza dimenticare la Fioroni, su cui ho lavorato mentre preparavo la mostra sui Sillabari di Parise. Ora farò un murale su Anna Kuliscioff e sto approfondendo la sua figura, quella di una militante socialista che si è battuta anche per il diritto di voto per le donne, e forse sono queste le figure femminili che più mi interessano.

MS: Comunque io credo non ci siano differenze fra il cervello di un uomo e quello di una donna, le differenze provengono dal vissuto storico e sociale, le immagini dovrebbero parlare da sole a prescindere dal genere di appartenenza.

Anna Caruso

Anna Caruso – È così facile quando non è impossibile, 2017 – acrilico su tela, 100×130 cm – courtesy l’artista

Usate dei mezzi d’espressione tradizionali, pittura e fotografia, mentre assistiamo come nell’arte contemporanea si fa un grande uso dell’installazione, con artisti che fanno a gara a chi spara la provocazione più grossa. Non pensate che limitandovi nell’uso di questo mezzo avrete più difficoltà a emergere?

AC: Non credo che l’installazione sia meglio della pittura, occorre sempre valutare il pensiero che vi sta dietro.

MS: La pittura non morirà mai. Se un giorno il mio lavoro contemplerà la realizzazione di un’installazione la farò, non esistono tecniche da escludere a priori, la distinzione è fra la pittura fatta bene e quella meno interessante, e la stessa cosa vale per quanto riguarda le installazioni, ne sono state fatte alcune molto interessanti altre che lasciano poco o nulla a chi le osserva.

DG: Concordo con Milena nel considerare la pittura eterna e se sentissi l’esigenza di esprimermi realizzando un’installazione lo farei certamente. Comunque negli ultimi tempi ho notato un ritorno alla pittura, ad esempio nelle ultime edizioni di Artissima (fiera che si è sempre distinta per la sperimentazione) molti stand sono tornati a esporla.

Sbaglio o il vostro lavoro è riferito a voi stesse, ci sono spesso degli autoritratti.

DG: Tranne alcuni casi isolati, ho quasi sempre lavorato utilizzando l’autoscatto. La figura umana è centrale nelle mie foto ed essermi “esposta” in prima persona è stato quasi terapeutico, mi è servito per guardarmi dentro, per conoscermi, per cambiare.
L’autoscatto mi ha permesso di collegare il mio Microcosmo al Macrocosmo. Rappresento me stessa per abbracciare gli altri.

AC: Anch’io indago il mio vissuto, ogni opera potrebbe essere un mio autoritratto, anche se non appaio mai. Mi servo di me stessa per approdare a un’analisi di memoria percettiva, spazio e vuoto che possa dialogare con il fruitore dell’opera.

MS: Sicuramente sono presente nelle mie opere, il mio lavoro spesso, parte da degli scatti fatti sia a me stessa che ad altri: non mi interessa però riportare una rappresentazione realistica degli esseri umani, che tendo sempre a reinterpretare e spesso non somigliano mai all’idea iniziale dalla quale parto, mi interessa quello che provo guardando il mondo.

Milena Sgambato

Milena Sgambato – Feritoie, 2016 – acrilico su tela, diam 30 cm – courtesy l’artista

Diciamo che l’Arcivescovo di Milano vi commissiona un’opera da esporre in Duomo a tema: “La passione di Gesù Cristo”. Accettate l’incarico e come lo interpretereste?

DG: Ho già rappresentato una “Passione” anni fa, più esattamente ho realizzato un’opera che univa in un’unica immagine il tema dell’ascensione e della caduta. Oggi forse la concepirei più che come passione in sé, come Via Crucis: nelle mie opere infatti parlo della vita, concepita come una sorta di pellegrinaggio, in cui si alternano ombre e luci, morti e rinascite, quindi la rappresenterei come un viaggio dell’uomo, un percorso che con i suoi alti e bassi richiama quello di Cristo verso il Calvario. Mi sentirei a mio agio nell’affrontare questo tema, perché in molte delle mie opere ho tratto spunto da episodi biblici, i quali sono delle metafore, dei pretesti per affrontare temi più spirituali.

AC: Non essendo cristiana, eviterei di rappresentare l’iconografia classica, punterei invece l’attenzione sul dolore che un uomo causa a un altro uomo. Lo studio del percorso, attraverso il quale si è giunti a tale livello di violenza e sofferenza, potrebbe essere la strada da seguire.

MS: Gesù Cristo è stato un grande rivoluzionario, desiderava, ad esempio, che gli schiavi avessero la stessa dignità degli uomini liberi. Questo non piacque ai potenti del tempo che decisero di crocifiggerlo. Rappresenterei un essere umano con caratteristiche sia femminili che maschili, con un’età non ben definita, agonizzante, in un luogo anch’esso indefinito ma che ricordi la linea immaginaria di confine tra mare e terra, impossibilitato a partire per un viaggio, impossibilitato a tornare a casa.

Debora Garritani

Debora Garritani – Ver Sacrum, 2016 – stampa Giclée su carta cotone applicata su D-Bond – courtesy l’artista

Che mostre avete in programma e potreste anticiparmi i contenuti?

DG: Tra i progetti futuri dal 25 maggio parteciperò a una mostra collettiva all’Acquario Civico di Milano, nell’ambito del Photofestival, con un dittico intitolato Osmosis, sul tema del rapporto tra interiorità ed esteriorità, profondità e superficie. Il 29 giugno si inaugurerà la mia mostra personale presso lo Studio d’Arte Cannaviello dal titolo Ver Sacrum, sul ciclo vita, morte e rinascita, in cui esporrò una nuova serie di opere a cui ho lavorato nell’ultimo anno.

AC: In giugno realizzerò un murale per la Cittadella degli Archivi di Milano e, nel frattempo, sto preparando la personale che si terrà a inizio 2018 a Chicago, presso la Thomas Masters Gallery, nella quale presenterò dipinti inediti che indagano la struttura della memoria, intesa sia come percezione e ricostruzione a posteriori della realtà, sia come connessione neuronale all’interno del cervello umano. Infine, ho in mente un progetto per uno spazio pubblico, ma di questo ne parleremo la prossima volta.

MS: Una personale il 24 maggio presso la Galleria Circoquadro di Milano, un’altra a luglio presso il Palazzo Coluccia a Specchia in provincia di Lecce, un’altra mostra presso la Galleria E23 di Napoli e un progetto con Anna e Debora.
Esporrò lavori che parlano di solitudini interattive causate della necessità di trarre fonti di appagamento quasi esclusivamente da interazioni virtuali, in quanto, vivendo in simbiosi con la tecnologia, anche le emozioni possono essere accese e spente come una sorta di interruttore.

 

LORIS DI FALCO – SEI IN STUDIO ?

Loris Di Falco nasce a Milano nel 1961. Nel 1986 si diploma il pittura
presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Svolge l’attività
di pittore e designer fino al 2000, anno in cui fonda la galleria
d’arte contemporanea Obraz. Dal 2011 è mercante d’arte, curatore
ed artista.