Shoegaze – Stefano Serretta. Intervista a Vasco Forconi

Fino a venerdì 27 settembre, l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, in partnership con Konstfack, ospita Shoegaze. Il progetto, commissionato a Stefano Serretta (Genova, 1987), si inserisce in un ciclo di eventi espositivi che porteranno artisti attivi in Italia e in Svezia a confrontarsi con il prestigioso edificio, disegnato da Gio Ponti, sede dell’istituto.
Per l’occasione abbiamo intervistato Vasco Forconi, curatore della mostra.


Shoegaze, letteralmente: “sguardo fisso sulle scarpe”. Come nasce il titolo della mostra e a cosa si riferisce?

Shoegaze è il titolo dell’intero ciclo di mostre. È un omaggio a un movimento musicale nato in Inghilterra verso la fine degli anni Ottanta, composto da band come My Bloody Valentine, Slowdive, Cocteau Twins. Come accade spesso nella storia della cultura, il termine è stato coniato da un critico musicale con intento dispregiativo – durante i concerti, per esigenze tecniche, i chitarristi avevano spesso lo sguardo rivolto a terra, sulle scarpe. Presto lo shoegazing è diventato rappresentativo di una certa attitudine condivisa e rivendicata dalle band che componevano il movimento: la determinazione a salvaguardare la propria ricerca artistica, il desiderio di occupare il palcoscenico nonostante la timidezza, la volontà di resistere al regime di spettacolarità e di intrattenimento dettato dall’industria musicale. E poi c’erano moltissime presenze femminili nelle band. Trovo una profonda corrispondenza tra le esigenze che animavano questo movimento e quelle della comunità di artisti di cui faccio parte. Poi riflettendo sulla natura dello spazio espositivo, la grande “finestra arredata” e l’auditorium disegnati da Ponti, mi sembrava interessante invitare gli artisti a lavorare sulla finestra come fosse un dispositivo, un palcoscenico da attivare. L’attenzione verso lo sguardo, il rapporto tra spazio intimo e spazio pubblico, e una certa volontà di fare autoanalisi sulla spossatezza politica della nostra generazione sono tra gli elementi centrali del progetto. Stefano ha risposto a questo invito con grande sensibilità, intelligenza e ironia.

Relapse, il “giornale” ideato da Stefano, ricopre la vetrata dell’edificio lasciando “vuoto” lo spazio interno. Come è nata questa scelta espositiva e come l’intero edificio entra in relazione con il progetto di Serretta?

La scelta di Stefano di coprire la grande vetrata è stata molto istintiva ed è nata immediatamente durante il suo primo sopralluogo a Stoccolma, anche rispondendo alla mia richiesta di lavorare sulla “finestra arredata” di Ponti. La volontà di sottolineare la natura paradossale dell’edificio, meraviglioso ma sospeso nel tempo e in qualche modo distante dal dibattito contemporaneo, ha poi confermato questa intuizione. L’idea di stampare un giornale è stata una evoluzione naturale di questo processo. Avvicinandosi dalla strada, l’Istituto sembra chiuso, per lavori di ristrutturazione o per cessata attività. Eppure entrando all’interno credo ci si accorga immediatamente che quello di Stefano è un gesto di cura e non tanto di cancellazione o negazione. La scelta di svuotare completamente l’interno corrisponde alla doppia volontà di mostrare lo spazio nella sua forma più pura e allo stesso tempo di creare un ambiente, di prenderne possesso, attraverso un intervento apparentemente molto semplice. La narrazione che si sviluppa sulle pagine del giornale, in qualche modo, riempie il vuoto dell’edificio.



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Nel ricco testo che accompagna la mostra fai riferimento a una comunità virtuale di giovani che può essere raggruppata sotto l’etichetta “alternative-right”. Come questi “sfrenati produttori di immagini” si ricollegano al progetto di Serretta e come valuti, a livello estetico e sociologico, questo fenomeno sociale?

Una delle cose che trovo più interessanti di questo progetto è il fatto che Stefano abbia resistito alla tentazione di applicare etichette irreversibili a quei fenomeni culturali e politici che stava e che sta tuttora osservando. Sicuramente c’è la volontà di raccontare un nucleo di sofferenza e confusione ideologica, tanto denso quanto inafferrabile. Stefano lo fa andando a spiare e analizzare un flusso di immagini e testi sempre sospesi a metà fra il nonsense e il disgustoso. Ecco mi interessa il fatto che Stefano abbia usato questo immaginario come stimolo iconografico per tornare a disegnare, un gesto in fondo molto intuitivo e profondamente radicato nella storia dell’arte. Sicuramente la cuteness, l’innocenza insidiosa dei linguaggi visivi propri di molte culture online, in questo progetto diventa spesso qualcosa di mostruoso e disumano. Le pagine del giornale sono popolate da fantasmi più che da veri e propri personaggi. Anche il testo gioca un ruolo fondamentale attraverso la ripetizione ossessiva di brevi frasi e slogan che diventano rappresentativi di una comunicazione che gira a vuoto. Stefano non è interessato a suscitare nel pubblico sentimenti moralizzatori, piuttosto, cerca di mostrare come determinati immaginari che permeano il nostro quotidiano siano stati alternativamente cooptati o prodotti da sottoculture, più estreme che estremiste, ma che sotto una maschera di novità nascondono vecchi altari e idoli politici. In questo progetto c’è anche molto altro: ironia, speranza politica e, credo, un profondo amore per la cultura pop. Per scorgerli è necessario affilare lo sguardo.

Prima della partenza verso Stoccolma, ho avuto la possibilità di vedere il progetto nel suo formarsi. Scorrendo le tavole, notavo uno stile molto vicino a una certa modalità di “fare fumetti” nata dalla rivoluzione estetica che ha colpito, negli anni Ottanta, quel territorio artistico. Hai avuto un’impressione simile la prima volta che hai visto queste opere?

Non credo che nelle tavole ci sia un riferimento diretto al fumetto, piuttosto c’è un omaggio a quella tradizione di artisti visivi che nel loro lavoro ammiccano all’illustrazione e al fumetto, penso a Raymond Pettibon e Robert Crumb. Per me è stato molto interessante osservare come in poco tempo Stefano abbia iniziato a instillare nei suoi disegni un piccolo vocabolario di simboli e segni ricorrenti. La gestualità delle mani e tutto ciò che concerne la trasformazione dell’occhio e dello sguardo sono tra le cose che più mi piacciono in questo ciclo di immagini. Per me è importante sottolineare come tutti i disegni siano stati pensati in funzione della carta di giornale che, attraversata dalla luce del sole, permette di ottenere molteplici sovrapposizioni di immagini e testo; l’abbiamo utilizzata in forma di installazione. Da un punto di vista formale, questo gioco di sovrapposizioni e trasparenze rappresenta il nucleo visivo del progetto.
Pensando alla rivoluzione del fumetto e delle fanzine indipendenti è paradossale osservare quanto le culture dell’alt-right siano di fatto indebitate nei confronti di quella tradizione, quanto si siano appropriate dell’irriverenza e del cinismo caratteristico di alcune controculture della sinistra per poi declinarli in forme e contenuti velenosi.

Nello “sviluppo pratico” di Shoegaze è presente un immediato riferimento al fallimento; i vetri della sede espositiva sono ricoperti da “carte di giornale”, come spesso accade nei negozi che chiudono. Quale l’atteggiamento nei confronti della sfera pubblica e politica di questa mostra? Come rispecchia l’attuale situazione sociale?

Attraverso la chiusura delle vetrate Stefano ammicca al fallimento, ma con ironia. Come accennavo prima, tutto il progetto si rivela un gesto di cura nei confronti dello spazio progettato da Ponti. La ricerca restituita nelle pagine del giornale guarda a un immaginario politico e culturale geograficamente molto vasto, scivoloso e difficile da categorizzare. Si tratta di fenomeni che sicuramente hanno forti radici nell’America bianca del nord, ma spesso trascendono i confini nazionali. C’è un nucleo di sofferenza, psicologica e di classe, di cui Stefano cerca di intercettare i codici visivi e verbali che poi «mastica e risputa» all’interno dei suoi disegni. È interessante che a un certo punto questi disegni, una volta affiancati all’interno dell’installazione, inizino ad avere una loro coerenza e una loro autonomia, come emancipandosi da quegli immaginari che ne hanno stimolato la produzione.

A cura di Marco Roberto Marelli


Stefano Serretta

Shoegaze

a cura di Vasco Forconi

14 giugno – 27 settembre 2019

Istituto Italiano di Cultura – Gärdesgatan 14, 115 27 – Stoccolma

www.iicstoccolma.esteri.it

Instagram: iicstoccolma


Caption

Shoegaze. Stefano Serretta – Installation view – Courtesy Italian Cultural Institute of Stockholm, ph Jean-Baptiste Béranger



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