Alla sua prima personale, il veronese Sebastiano Sofia (1986), allievo di Marcello Maloberti presso la NABA di Milano, si presenta come un perfetto erede di quelle poetiche postminimaliste cui, sul finire degli anni Sessanta, vennero assegnate diverse etichette: Astrazione Eccentrica, Arte Microemotiva e quella, oggi rimasta più in voga, di Antiform. Molte sue opere come Caterpillar oppure Noi, entrambe del 2016, richiamano subito alla mente le colate in cera di Lynda Benglis; ma a differenza di queste, le opere di Sofia inglobano anche elementi rigidi come legni, stecche o bacchette, forse ispiratigli da Luca Trevisani, che il giovane Sofia ha assistito presso il suo studio, destinati a rimanere invischiati per sempre in sordide melme di gesso, stucco e pigmenti. Ma Sofia attribuisce spesso alle sue opere titoli che le irrorano di un’aura quasi enigmatica: La sindrome di Salmace, che allude forse alla perdita della verginità, e poi Ariel, Murano, Butterfly, per i quali valgono forse le ispirazioni date di volta in volta dalle forme o dai materiali adottati.

Sebastiano Sofia

Untitled (24.09) 2016, latex, glass, paint – courtesy CAR DRDE Bologna

Questa nuova informalità “fredda” viene quindi riscaldata con un pizzico di suggestività attraverso questi epiteti, oltre che da un uso insistito di colori fluo, anch’essi derivati forse dal lavoro di Trevisani, che alleggeriscono e vivificano quegli inerti agglomerati materici. L’organicismo della vita viene così mimato e affidato a una materialità tutta artificiale e sintetica, all’interno di quella difficile coniugazione tra natura e cultura che è la chiave del rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. È presente infatti, nel lavoro di Sofia, un richiamo originario, ancestrale, un tentativo di un ritorno sia alle condizioni più elementari dell’esistenza, e quindi in senso ontogenetico, sia a quella della civiltà, e quindi in senso filogenetico. Lo indicano in particolare 1986 (2016) che, avente come titolo l’anno di nascita dell’artista, fa pensare quasi al tentativo di un regressus ad uterum per via scultorea, e Andata e ritorno dall’inizio alla fine, un fascio di nervosi rami bagnato da un caleidoscopio di vernice catalizzata e lustrini, una sorta di bastone magico o di totem orizzontale e kitsch forse augurale di una possibile rinascita. Non mancano poi, nella ricerca di Sofia, più espliciti richiami all’Arte Povera italiana, che ha fatto largo uso di elementi naturali come catalizzatori di energia potenziale o in atto.

Sebastiano Sofia

Exhibition view – courtesy CAR DRDE Bologna

In un’opera come Davide (2015), ad esempio, una trave in legno grezzo mantenuta in bilico da una camera d’aria fissata alla parete, ricorre la medesima logica soggiacente alle strutture in fornica con cui Giovanni Anselmo, intorno al 1966, testava tensioni e forze dei materiali. Anche nel caso del giovane artista veneto si coglie la necessità di mettere a punto dispositivi “poveri” accesi, attivati da quel filo di energia trattenuta che appare a noi invisibile: «l’energia in sé non è mai visibile, si manifesta attraverso gli effetti della sua azione». Così asseriva anni fa Anselmo, aggiungendo che inserire l’energia nell’opera «consente all’opera stessa di coniugare il tempo al presente in funzione della vita». Se nelle opere attuali di Sofia si può intravedere dunque la ripresa di un certo fisicismo poverista, opportunamente aggiornato attraverso più recenti derive organiciste (pensiamo, ad esempio, anche al lavoro di Diego Perrone), nelle sue precedenti performance si può scorgere invece una concettualità debitrice dei “tentativi impossibili” di Gino De Dominicis: lo attestato le azioni affidate al riporto fotografico come Dare a un sasso l’opportunità di volare (2012), con un lancio in mare senza successo, e Avere il potere di spingere il mondo (2013), cercando di opporre, in una verticale, il proprio peso contro quello della Terra.

Pasquale Fameli

SEBASTIANO SOFIA

ARIEL

24 settembre – 5 novembre 2016

Car DRDE – via Azzo Gardino 14/a – Bologna

www.cardrde.com

Immagine di copertina: Davide and La Sindrome di Salmace – courtesy CAR DRDE Bologna

Pasquale Fameli

Pasquale Fameli (1986) è dottorando in Arti visive performative e mediali presso l’Università di Bologna, dove si è laureato con lode. Collabora al corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea presso il medesimo ateneo, dedicando particolare attenzione alle esperienze extra-pittoriche del secondo Novecento. Nel 2013 ha pubblicato un libro dal titolo Il corpo risonante. Vocalità e gestualità nel Novecento, incentrato sulle esperienze sonoro-performative dal Futurismo a oggi. Attualmente i suoi interessi di ricerca vertono sulle poetiche concettuali e antiform di fine anni Sessanta.