David Batchelor nel saggio intitolato Cromofobia analizza l’ambiguo rapporto dell’immaginario occidentale con il colore, percepito come forza incontrollabile in grado di scatenare un’attrazione talmente dirompente da risultare pericolosa per l’ordine stabilito. Per questo la cultura dominante ha spesso tentato di relegarlo nella categoria dei “corpi estranei”, come l’orientale, il femminile, l’infantile, il volgare o il patologico, o di associarlo alla sfera del superficiale, dell’inessenziale e dell’estetica di massa. Il testo considera l’intero spettro del visibile come un’unica entità dotata di personalità autonoma in contrapposizione all’acromaticità del bianco, del grigio e del nero che sottomettono il proprio specifico valore al predominio della razionalità incarnata nei concetti di forma e di spazio. “Il mondo è colorato e noi siamo colore”, afferma l’autore che non nasconde di essere profondamente affascinato dalla possibilità di esperire l’ebbrezza del colore come provvisoria perdita dell’Io nella sostanza cromatica e come catartico azzeramento di ogni simbologia culturale riscoprendo il predominio dell’istinto.

Sara Bonaventura

Come se il colore stesse a guardarti, 2017 – exhibition view – courtesy Adiacenze

Queste riflessioni sono alla base del progetto che Sara Bonaventura, artista visiva che ibrida pittura, videoarte e animazione frame by frame, propone negli spazi di Adiacenze in collaborazione con Ester Grossi, pittrice e grafica in questo caso coinvolta nel ruolo di curatrice. Come se il colore stesse a guardarti nasce come spazio di irradiazione dell’intrinseca forza espressiva del colore, agente attivo di un processo extra-linguistico che risulta efficace solo in presenza di uno spettatore disposto a lasciarsi osservare, assorbire e possedere da una pulsione cromatica in costante metamorfosi. Non si tratta quindi di enfatizzare la componente visiva solitamente (e riduttivamente) associata alla percezione del colore ma di sollecitare un’esperienza sinestèsica che nasce nella misteriosa zona d’intersezione tra fisiologia ed emozione.
La prima tappa della mostra è un video-trittico che ripropone un filmato precedentemente realizzato con la danzatrice Annamaria Ajmone al termine di una rielaborazione effettuata con video sintetizzatori analogici che hanno trasformato in modo irreversibile i fotogrammi originali sottoponendoli ad alterazioni e oscillazioni di tensione. Se nella coreografia iniziale il corpo in movimento era il fulcro della scena e la fonte del suo significato, nella nuova versione appare sopraffatto da un’invasione di colori lisergici che nascono dallo sfondo e lentamente avviluppano la protagonista resa evanescente da un viraggio in scala di grigio. I suoi gesti, prima scaturigine di calibrate traiettorie in uno spazio neutro e misurabile, diventano ora alternativamente reazioni ai caleidoscopici assedi che insidiano la figura, pretesti per l’intensificarsi di una tonalità che lambisce il corpo come un liquido denso o interferenze che per contrasto danno corpo e realtà all’indefinibile materia cromatica che danza.

Sara Bonaventura

Come se il colore stesse a guardarti, 2017 – exhibition view – courtesy Adiacenze

La seconda tappa è un’installazione ambientale che offre al visitatore la possibilità di entrare nell’opera identificandosi con la danzatrice: un labirinto fatto di tessuti sottili, trasparenti e traslucidi diventa uno schermo tridimensionale che trasforma il video precedente in uno spazio fisicamente percorribile in cui ciascuno può sperimentare la propria personale immersione nella proiezione ed essere a sua volta osservato da altri spettatori tramite un circuito di telecamere. Entrambi i lavori rivisitano alcuni elementi della cultura artistica degli anni Settanta, come la performance, l’esplorazione delle possibilità creative della macchina analogica, l’imprevedibilità del pubblico che partecipa all’azione, il gioco ipnotico di colori audaci lasciati liberi di interagire e il differimento tra la realtà filmata in presa diretta e la sua delocalizzazione in un altro ambiente. Tutte queste istanze appaiono, però, destrutturate e raffreddate da una regia che utilizza il montaggio come strumento di rottura e conflitto per far emergere inattesi gangli di intensità semantica e suggerire al tempo stesso una riflessione critica sulla sintassi dell’opera che nel suo farsi svela le proprie componenti costitutive. La convergenza di istanze apparentemente eterogenee, come analogico/digitale, reale/virtuale, fisicità/disegno, rumore/silenzio sperimenta inoltre i nuovi possibili equilibri che possono nascere dalla rinegoziazione tra passato e presente e gli esiti alternativamente disturbanti o concilianti che ne scaturiscono.

Emanuela Zanon

 

SARA BONAVENTURA

COME SE IL COLORE STESSE A GUARDARTI

a cura di Ester Grossi

30 maggio – 24 giugno 2017

ADIACENZE – vicolo Spirito Santo, 1/B – Bologna

www.adiacenze.it

Immagine di copertina: Come se il colore stesse a guardarti, 2017 – exhibition view – courtesy Adiacenze

 

Emanuela Zanon

Laureata al DAMS di Bologna, città dove vive e lavora, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.