Intervista a Samuele Piazza in occasione di L’Atteso di Mike Nelson

L’artista inglese Mike Nelson (1967), dopo la biennale di Venezia del 2001, torna a esporre in Italia presso le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino. In questa mostra dall’impianto fortemente narrativo, Nelson trasforma l’ambiente che lo ospita creando un effetto di spiazzamento nel visitatore. Con L’Atteso, l’artista genera una situazione onirica, fantascientifica, fortemente connotata dall’immobilità temporale.

Abbiamo intervistato il curatore, Samuele Piazza (Parma 1988), che ci ha svelato i retroscena della mostra e il percorso che l’ha portato a realizzarla.


La tua formazione?

Lunga e travagliata.

Sono di Parma, ho svolto lì una triennale in Beni Culturali, poi, come penso spesso accada, se fai la triennale in un posto ha poco senso fare la magistrale lì, quindi ho deciso di spostarmi. Ho svolto la laurea specialistica in Arti Visive allo IUAV di Venezia, scelta per concentrarmi maggiormente sul contemporaneo. Volevo spingermi sull’estremo contemporaneo, quando solitamente ci si ferma verso gli anni Settanta e poi tutto è lasciato un po’ sfumato.

Sono stati tre anni importanti, ho conosciuto delle figure chiave per la mia carriera come Marta Kuzma, che è stata la mia relatrice di tesi e persona che mi ha re-indirizzato verso il mio interesse per la filosofia.

A Venezia ho vinto una residenza alla Fondazione Bevilacqua La Masa; ho trascorso un anno lì, a lavorare sul campo, realizzando la mia prima esperienza da curatore indipendente, con un progetto nato in un workshop con la curatrice Claire Tancons. Ho poi deciso di studiare filosofia e di non dedicarmi alla curatela tout court perché ero molto più interessato alla parte di ricerca che a quella organizzativa.

Sono quindi andato a Londra e ho studiato Filosofia ed Estetica alla Kingston University, laureandomi con Peter Osborne. Questo master è stato utilissimo per una serie di conoscenze, importante perché mi ha fatto capire che, forse, non volevo fare filosofia nella vita e che la parte un po’ più pratica mi mancava, quindi, senza crederci veramente, ma sperandoci, ho fatto l’application per The Indipendent Study Program al Whitney Museum of American Art, e mi hanno preso.
Altro anno utilissimo per aprirsi a nuove influenze e nuovi stimoli, anche solo per i contatti fatti con ragazzi che avevano la mia età, o poco più, che già facevano i curatori con convinzione; avere degli esempi e dei modelli accanto mi ha fatto ricredere su tutti i miei dubbi riguardanti il voler fare il curatore. Mi sono detto “ma sai che, forse, è proprio questo che voglio fare!”. Con i miei compagni di corso abbiamo fatto una mostra, è stata una esperienza che mi ha ridato fiducia verso il mondo dell’arte. Sono tornato in Italia ed è nata questa opportunità a Torino.

Riguardo OGR – Officine Grandi Riparazioni, spazio espositivo inaugurato nel novembre del 2017, mi puoi raccontare la tua esperienza lavorativa e la tua visione, da interno, di questa giovanissima istituzione?

Lavoro qui da due anni, è stato intenso, sembra essere passato molto più tempo per la quantità di cose che abbiamo fatto. Abbiamo iniziato subito, di corsa, e sono entrato come assistente del Direttore Artistico Nicola Ricciardi per la parte riguardante le mostre. L’organico interno era molto ristretto, mi hanno messo a seguire fin da subito il primissimo progetto, la grande mostre inaugurale Come Una falena alla fiamma. È stata un’impresa!

Era una sorta di biennale in uno spazio che aveva appena aperto, che stava ancora testando i propri limiti e le proprie possibilità e che fino a due mesi prima era ancora un cantiere.

È stata una rincorsa e ti lascio immaginare cosa ha voluto dire convincere i vari musei a prestarci dei reperti, in alcuni casi millenari, senza avere uno storico. È stata una cavalcata senza mai un momento di pausa e ho dovuto lavorare tanto e a cose molto diverse. Non abbiamo collaborato subito con artisti facili, ad esempio Tino Sehgal, che è abituato a sua volta ad andare contro quelli che sono i limiti istituzionali. Banalmente, riuscire ad avere uno spazio di mostra al buio è stata una piccola conquista. È stato un lungo processo e un dialogo interno per educare la neonata istituzione ad appoggiare le scelte degli artisti invitati, per quanto bislacche possano inizialmente sembrare.

Mike Nelson, in questo, non è stato secondo a nessuno, è noto per forzare i limiti architettonici dello spazio in cui si inserisce.

Lavorare qui è stata per me una grande occasione, ho potuto confrontarmi con curatori professionisti e curare i primi progetti personali, come L’Atteso e Dancing is what we make of falling (assieme a Valentina Lacinio).




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Che rapporto si è instaurato tra te e Nelson e tra Nelson e lo spazio OGR.

Sin dal mio arrivo a OGR Mike Nelson era considerato uno dei plausibili interlocutori. L’ho conosciuto qua, durante i primi sopralluoghi, e la conversazione effettiva sulla mostra è nata un annetto fa. In realtà, non era scontato che la mostra fosse affidata a me, è stato deciso un po’ in corso, ed è stata un’esperienza fantastica, in primis perché lui è una persona fantastica e incredibile. Il suo lavoro è super interessante sotto tanti aspetti, e in particolare per certe mie ricerche, sto cercando di inserire questa cosa nel catalogo. Io, personalmente, per come è la mia formazione, trovo la sua poetica molto vicina alla teoria di Adorno sull’arte politica, ovvero arte che non si presenta didascalicamente come politica, ma che fa politica attraverso il suo rompere determinati immaginari, rimanendo arte e con i mezzi propri dell’arte. Secondo me è questo quello che lui riesce a fare. Detto ciò, ovviamente, lui è anche una di quelle persone che non avrei mai pensato di poter invitare a un progetto curato da me. In questo caso, gli spazi di OGR sono stati la chiave per avere accesso a un artista del suo calibro. Per quanto conoscessi il suo lavoro da tempo, mai avrei pensato di poter collaborare con lui.

Puoi svelare qualche retroscena della mostra?

È stato, ancora una volta, una corsa.

Il piano originale, infatti, è stato cambiato ad agosto in seguito al crollo del ponte di Genova, doveva essere un progetto diverso, che ragionava sugli stessi temi, ma con una formalizzazione diversa. Doveva essere una strada sopraelevata; abbiamo dovuto riconcettualizzare la mostra e produrla in due mesi.
Uno dei retroscena che mi piace sottolineare è quanto Nelson sia stato all’interno di questo spazio e quanto effettivamente del suo lavoro anche fisico e manuale c’è in questa mostra. È uno dei pochi artisti che io conosco che si mette a realizzare personalmente qualunque cosa, dalle rampe d’accesso, alle sculture, ogni oggetto è stato disegnato, creato, selezionato e posizionato da lui; è davvero in pieno controllo del mondo che sta creando.

Poi, cosa che tutti ci chiedono appena entrano: sì, le luci delle auto sono sempre accese! Perché le macchine sono attaccate all’impianto generale, quindi c’è tutto un lavoro che, ancora una volta, incide sul fatto che lui è abituato a costruire le sue cose. Arrivare alla macchina è stata una scelta guidata dalla scarsità di tempo: sono facilmente recuperabili a basso prezzo e che in un certo qual modo possono essere utilizzate come delle stanze. Le macerie sono state scelte perché erano facilmente acquistabili e potevano essere utilizzate per nascondere le impiantistiche. Tutto è stato pensato a incastro rispetto alle tempistiche e ai mezzi che avevamo; in questo caso, lavorare con un artista che costruisce materialmente le sue opere è stato davvero fondamentale.

Da parte mia è stata una mostra che mi ha formato molto.

Nelson è un artista che lavora con lo spazio, tantissimo, quindi c’è stato sicuramente un confronto, ma non c’è mai stato un momento in cui mi sono trovato a dire: “io la farei in maniera diversa”, quello che si vede è frutto della sua ricerca. È una persona molto aperta al dialogo, ma conosce stra-bene come lavorare nello spazio. È stata una delle mostre in cui ho fatto meno nella mia carriera. Solitamente bisogna inventarsi i modi per realizzare quello che gli artisti vedono, ma non è stato questo il caso.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai lavorando a qualcos’altro?

La programmazione va avanti, quindi affianco i curatori, in attesa di nuovi sviluppi. In primis c’è la mostra organizzata da Rivoli a OGR, poi due mostre personali che saranno di Ari Benjamin Meyers e Pablo Bronstein; io lavorerò sempre a supporto dei curatori.

Poi ci sono un po’ di progetti al di là delle OGR che sono in stand by, mettiamola così. L’impegno che ho è abbastanza consistente anche a livello di ore quindi non sempre rimane spazio per portare avanti progetti indipendenti, ma sono nel cassetto; in alcuni casi, arriva l’occasione per realizzarli anche qui a OGR.

a cura di Irene Angenica


Mike Nelson

L’Atteso

a cura di Samuele Piazza

02 novembre 2018 – 03 febbraio 2019

Binario 1 |OGR – Officine Grandi Riparazioni – Corso Castelfidardo, 22 – Torino.

www.ogrtorino.it

Instagram: ogr_torino


Caption

Samuele Piazza – Courtesy Samuele Piazza

Mike Nelson, L’atteso – Courtesy Andrea Rossetti e OGR – Officine Grandi Riparazioni



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