Ryts Monet e la caduta degli dei

Camminando lungo la fondamenta dell’isola della Giudecca, si avverte un senso di calma distanza da quello che accade a Venezia. Da lì è possibile godere della magnificenza della Serenissima, ammirando i sestieri di Dorsoduro e di San Marco, che appaiono come un miraggio nel vicino orizzonte. In fondo, vi è solo un canale che separa la sottile isola dall’epicentro cittadino; questo è sufficiente per entrare in una dimensione altra, lontana dai fasti lagunari, rilucente di una propria, singolare bellezza.

In questo contesto si trova Galleria Michela Rizzo, uno dei più acclamati spazi espositivi italiani; ospita La Caduta degli Dei, prima personale, presso la sede lagunare, dell’artista Ryts Monet, classe 1982.

La mostra, visitabile fino al 16 marzo, trasporta il visitatore in un microcosmo a tinte blu e oro, una combinazione cromatica tradizionalmente associata al concetto di divinità. Tuttavia, come suggerisce il titolo dell’esposizione, della divina trascendenza degli idoli del passato rimane solo un alone, una traccia, che riporta lo spettatore alle feroci contraddizioni del tempo presente. È proprio l’interrelazione fra la sfera celeste e la materialità della realtà terrena a costituire il fulcro dell’evento, articolato sui due piani della galleria veneziana.

La prima sala accoglie Migrant, cinque meteoriti-sculture rivestite di pigmenti dorati, accuratamente contenute all’interno di teche in plexiglass. Nello stesso ambiente si incontra, su una delle ampie pareti bianche, RIOT, sequenza di frasi scritte a grandi lettere che racconta della comparsa dell’oro sulla Terra – avvenuta circa 3,9 miliardi di anni fa – e del suo insediamento negli strati più bassi della superficie del nostro pianeta. Il testo racconta l’origine aliena del metallo prezioso e di come sia precipitato sul suolo terrestre in maniera del tutto casuale, probabilmente, come riportato da alcuni studi, in seguito alla collisione di due stelle di neutroni. L’accostamento di oggetti e testo funziona come una sorta di preludio alle sale successive, instillando interrogativi sull’irrequieta commistione di forze diverse e contrastanti nella creazione di ciò che è canonicamente considerato prezioso.

Proseguendo nel percorso espositivo, ci si imbatte in Miracolo da 50 punti, una serie di collage che mettono in relazione vecchie cartoline postali, raffiguranti rovine del passato situate in diverse parti del mondo, con paesaggi e architetture presenti su differenti tipi di banconote. La netta somiglianza stilistica dei contenuti dei due documenti è corredata, per ogni assemblaggio, da un “oracolo dei biscotti della fortuna”, collocato al di sotto delle immagini, come se fosse il titolo dell’opera o la sua didascalia.

Entrando nella seconda stanza del pian terreno, si assiste a un’esplosione di blu con Taking the shadow of an obelisk and letting it dissolve into the sea, video che documenta il processo di creazione della monumentale cianotipia appesa sulla parete adiacente: una tela lunga sette metri, che pende dall’alto soffitto della sala, realizzata dall’artista nell’acqua del mare della costa di Trieste. Il procedimento rivelato dal video chiarisce il tentativo di imprimere l’ombra capovolta dell’Obelisco di Opicina, che fa la sua comparsa tramite il contatto dell’acqua sulla superficie azzurra luminosa. Il risultato consiste in una distesa irregolare di colore, molto simile ad una pittura, frutto della convergenza di vari elementi nella sua composizione, tra cui il movimento dell’acqua, il riverbero della luce e la gestualità dell’artista. Qui, il richiamo alla sfera celeste è visibile nell’obelisco stesso, che, nell’Antico Egitto, rappresentava Ra, il Dio del sole, i cui raggi si credeva fossero trattenuti all’interno della struttura in pietra.



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Completano l’allestimento della stanza le due sculture Grinder e Sole, dove l’oro ricompare inserito nelle riproduzioni dell’elemento da skate park e della nota saponetta per il bucato, ma in maniera sorprendente: se da un lato, è necessaria l’usura dell’opera per svelare la presenza del metallo, dall’altro, il tipico colore bianco del detersivo lascia il posto a un aureo luccicore.

Al piano superiore, subito sulla destra è collocato uno schermo; appoggiato per terra e circondato da lattine di Heineken e Monster, proietta l’opera video The Lost Children of Israel: lavoro di divulgazione, intriso di complottismo della congregazione; accanto a esso, Palm Oil, una scultura al neon che, richiamando l’estetica della grafica pubblicitaria, fa riflettere sulle contraddizioni di ciò che è considerato “esotico” dallo sguardo occidentale.

Un’altra scultura è presentata in questo ambiente: si tratta di Lamassu, opera che affronta il tema dell’iconoclastia operata negli ultimi anni dallo Stato Islamico partendo dalla ricostruzione di due frammenti di una delle statue andate distrutte, un monumento che rappresentava una divinità del territorio della Mesopotamia antica con la funzione di sorvegliare gli ingressi delle città e dei palazzi. Infine, appesa alle pareti, troviamo la serie Blue Holes, composta da tre fotografie di grandi dimensioni, riprodotte sempre con la tecnica della cianotipia, che hanno come soggetto delle recinzioni metalliche sottoposte a forzature, come se qualcuno avesse tentato di oltrepassarle.

L’esposizione ha il pregio di mettere in risalto il lavoro di ricerca pluriennale sviluppato da Ryts Monet, connettendo le sue sperimentazioni all’interno di una matrice originaria comune. Ciascuno dei lavori presentati nello spazio veneziano dimostra una forte coerenza da parte dell’artista nell’approcciarsi alle dinamiche socio-politiche globali, indagate utilizzando espedienti che rimandano a vari ambiti dell’esperienza. Il filo conduttore di questo processo risuona nella frase “we are all snow under the sun”, riportata nell’opera grafica disposta all’entrata della galleria; una serie di cinquanta poster portabili, in cui il testo va dissolvendosi con la loro graduale appropriazione da parte del pubblico, ci ricordano la costitutiva evanescenza della vita dell’uomo moderno, che, dopo la caduta degli dei, incontra sempre più difficoltà nel trovare riferimenti per orientarsi nel deserto del presente. Allo stesso tempo, questi lavori, lasciano intravedere l’importanza di continuare a ricercare, per trattenerli, tali preziosi collegamenti.

Ginevra Ludovici


Ryts Monet

La Caduta degli Dei

a cura di Agnes Kohlmeyer

26 Gennaio – 16 Marzo 2019

Galleria Michela Rizzo – Isola della Giudecca, 800 Q – Venezia

www.galleriamichelarizzo.net

Instagram: galleriamichelarizzo


Caption

Taking a Shadow of an Obelisk and letting it dissolve into the Sea (video1) – Courtesy Galleria Michela Rizzo

Blue Holes + Lamassu I – Courtesy Galleria Michela Rizzo

RIOT + Migrant – Courtesy Galleria Michela Rizzo

Taking a Shadow of an Obelisk and letting it dissolve into the Sea – Courtesy Galleria Michela Rizzo



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