Pratiche rituali del fuoco: alle pendici dell’Etna con Ruben Brulat

Secondo alcuni studi il fuoco si sarebbe diffuso attraverso la trasmissione della cultura. Per gli antichi l’origine è divina. Il mito racconta che fu proprio Prometeo (colui che aveva modellato l’uomo dal fango) a rubare il fuoco per consegnarlo all’uomo, scatenando l’ira di Zeus, che per punizione lo incatenò a una rupe per lungo tempo. Sarà Ercole, in una delle sue dodici fatiche, a liberare il titano da quell’agonia, e sarà Eschilo nel suo Prometeo Incatenato a raccontare la storia.

Il fuoco riscalda dalle temperature rigide, illumina il buio, cambia l’alimentazione dell’uomo scrivendo una parte della storia evolutiva a partire da questa conoscenza. Eppure, mantiene intatta la sua natura originaria (possiamo ancora accendere un fuoco frizionando dei bastoncini di legno). L’abitudine a radunarsi intorno al fuoco è piuttosto diffusa, sia in società con organizzazioni più semplici, sia in quelle globalizzate (in riva al mare durante l’estate, la sera in montagna o davanti a un caminetto – moderno focolare domestico). È questo il momento, come sostiene uno studio condotto sulla popolazione !Kung (Boscimani settentrionali) dall’antropologa americana Polly W. Wiessner [1], in cui la memoria collettiva dimentica tensioni e ostilità, e in cui si rafforza il senso di comunità. I ricercatori hanno registrato le conversazioni svolte durante la giornata, in cui gli argomenti erano prevalentemente legati a aspetti economici e a questioni sociali. Ma era nel corso delle serate intorno al fuoco che riaffioravano storie, racconti e momenti di condivisione sociale, agendo sul processo di percezione sensoriale e cognitivo.

Ruben Brulat (Laudun, 1988) conosce il potere trasformativo del fuoco. Artista che utilizza vari linguaggi (fotografo, scultore, performer), non indaga il mondo naturale attraverso la sua pratica ma sperimenta e vive l’esperienza in natura, attivando dinamiche che si inseriscono successivamente nella sfera visuale. Dalla sua ricerca alle pendici dell’Etna, sviluppata in collaborazione con la famiglia Cambria della Cantina Cottanera, per Cottanera Visioni, nasce la mostra Porosité alla Ncontemporary.

Fotografie in cui il corpo si distingue appena, come una macchia chiara tra una distesa di terra, talora nera (Elle es Nous), altre volte grigia (Chute retenue), rossiccia (Rouge hanche) o ancora quasi giallognola (Souffle, souffle), per via dello zolfo rilasciato dal cratere del vulcano. Territori brulli e rocciosi, all’interno dei quali si manifestano piccole forme di vita, quasi impercettibili. Insieme alle immagini anche installazioni sonore e visive, che sono rappresentazione delle relazioni indissolubili tra l’uomo e la natura. Elementi fluidi, come li considera Brulat, fatti della stessa sostanza porosa, che partecipano entrambi al processo di rigenerazione.

Il fuoco si carica di un simbolismo di arcaica tradizione, che trova continuità nel corso del tempo. Attraverso fiabe, racconti, cultura popolare, tra pratiche rituali di magia, folclore, religione e riti funebri. Lo studio comparato di James George Frazer antropologo e storico scozzese [2], raccoglie in un suo noto saggio i miti intorno all’origine del fuoco (dall’occidente all’oriente, al continente africano). Per Frazer “La mitologia può esser forse definita come la filosofia dell’uomo primitivo[3]. Se nella mitologia greca il fuoco arriva all’uomo grazie all’audacia di Prometeo, Matarvisan, l’omonimo indiano, lo porta con lo scopo di offrire sacrifici agli Dei, così come i cinesi ne attribuiscono la diffusione attraverso un uccello. Matrice di vita, di energia generativa e di purificazione, il suo addomesticamento ha modificato l’esistenza dell’uomo con una serie di effetti che hanno prodotto conseguenze, spesso positive (cucinare, riscaldarsi, produrre energia). Sa essere spettacolare, soprattutto quando è usato nelle occasioni di festività, e con la stessa meraviglia restiamo affascinati dagli zampilli prodotti dai vulcani, e dalle colate di fuoco incandescenti che scivolano lungo la montagna. Eppure, mostra l’altra polarità, quella della sua forza devastante, che semina rovina e distruzione, inaridisce i terreni, e si nutre di fiamme che divorano ogni cosa.
Come gli altri tre elementi della natura (aria, acqua e terra), espone l’uomo di fronte alla sua impotenza. Tuttavia, le aspirazioni umane di governare la natura sono testimoniate dalla sua evoluzione: nelle società arcaiche e tradizionali attraverso rituali collettivi (danza della pioggia, doni agli Dei, etc.), in quelle moderne con il dominio della tecnica e della tecnologia (attraverso la geoingegneria o l’ingegneria climatica, che dir si voglia).

Brulat è ben conscio della potenza della natura. Da diverso tempo indaga proprio i luoghi vulcanici, che diventano spazi di scambio fisico. Il corpo dell’artista cede al fascino della natura e della montagna. Immortalato dalla sua camera ottica, privo di indumenti, è immerso nell’ambiente spesso aspro e selvaggio. Un tragitto che in taluni casi affronta solitario, in altri coinvolge la comunità, come nel caso del progetto sull’Etna. L’azione assume la qualità artistica di una performance, documentata da video o fotografie, ma si fa rappresentazione di un ritorno alle origini della vita. Brulat è ricondotto all’esperienza della nascita, uscito dal ventre materno e dalla madre terra “idda”, che lo accoglie nuovamente nel suo grembo. Spesso avvolto in una cortina di fumo sulfureo, percorre territori impervi, per offrirsi alla natura come in un rituale di passaggio dal quale emergerà rinnovato.

Occorre soffermarsi su questo aspetto: sul potere trasformativo dell’esperienza, soprattutto di quella in natura (tanto più con l’avvento della post-modernità) in cui l’incontro con essa diventa occasione per affrontare sfide, prove, conoscenze e scoperte che modificano la consapevolezza. L’antropologo francese Arnold Van Gennep descrive i rituali (già all’inizio del secolo scorso attraverso ricerche etnografiche) [1], analizzando e interpretando i fenomeni all’interno dei gruppi sociali. Le fasi degli uomini sono scandite da momenti o fasi (separazione dalla condizione attuale, il margine o limen, e l’aggregazione e il reintegro rinnovato nella società), che si ripetono, avviando un processo di trasformazione (fisico o psichico).

Nelle società con organizzazioni più semplici, la vita lavorativa e lo svago non subiscono quella gerarchica imposizione e organizzazione tipiche delle realtà globalizzate. In tali contesti il ruolo di queste pratiche che si svolgono di fronte alla comunità, agiscono sullo status dell’individuo e sul processo di costruzione sociale, con cerimonie individuali o collettive, che producono modificazioni spesso anche corporali. Un fenomeno che si presenta agli occhi con la qualità del rituale, diversamente da quanto avviene altrove. L’uomo contemporaneo pur essendo (s)oggetto di condizioni simili, che si svolgono in occasione di celebrazioni religiose, manifestazioni folkloristiche e consuetudini sociali, non ha piena consapevolezza del potere trasformativo dello stesso, e della condizione di trasmissione della conoscenza a cui è sottoposto.

Brulat ritualizza il suo passaggio in natura, attraverso azioni-performative in cui non solo il corpo ma la psiche affrontano un cambiamento. Da quell’esperienza emergerà una nuova consapevolezza di sé, dall’incontro con la montagna, con “idda”, come la chiamano gli isolani (perché il vulcano è femmina). L’Etna è un vulcano attivo anche adesso. Dalla sua camera magmatica fuoriesce una colata di lava che, al momento, resta circoscritta in una zona impervia e alta. Le “effusioni laviche” sono monitorate costantemente attraverso la pubblicazione di bollettini settimanali prodotti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania.

Il vulcano parla agli isolani, e le sue voci insieme a quelle delle foreste che l’artista ha esplorato, sono raccolte nell’installazione realizzata in occasione della mostra. Connessioni emotive e affinità rappresentate da nodi di corda che uniscono i residui di natura: “[…] Pris par l’Etna, j’ai glané ce qu’elle donne a toucher, a lier, a associer, a dialoguer. Fragiles suspensions, conversations. Les habitants, le répètent dans le dialogue avec Elle”. [come scrive in Elle est nous, 2022, Ruben Brulat]. Come i funghi lignicoli che nascono sugli alberi in posizione orizzontale, i rami e i rametti incisi (con Elle est nous), e le fotografie che riproducono autoritratti del corpo di Brulat. Immagini quest’ultime, spesso sovrapposte e stampate su carta organica giapponese, con un effetto cerato ottenuto dalla conservazione della carta nelle arnie delle api.

Il lavoro di Brulat è un autentico scambio con la natura. Lei si concede mostrando tutta la sua magnificenza, senza omettere insidie, trappole e imperfezioni. Lui procede con il passo lento che l’uomo postmoderno ha per lo più dimenticato, all’interno del suo cuore originario. Si spoglia di ogni certezza desunta e di ogni costrutto sociale, e recupera i tempi del cosmo. Restano in attesa entrambi di concessioni che l’uno fa all’altra e di connessioni reciproche, offrendosi nella disarmante verità dei propri corpi nudi. E come scrive il filosofo e epistemologo Gaston Bachelard, nella Poetica del fuoco. Frammenti di un lavoro incompiuto: “L’être humain n’est jamais fixé, il n’est jamais là, jamais vivant dans le temps où les autres le voient vivre, où il dit lui-même aux autres qu’il vit […]. Où est le temps qui marquerait d’un trait fort la dynamique de notre être, les dynamismes multiples de notre être. Dans le règne du feu, nous sommes un brasier d’ êtres. En notre feu qui nous donne énergie et vie, où est le temps majeur: est-ce le temps de la cendre qui tient au chaud le feu de demain? “. [4]

Elena Solito

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[1] Studio pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences” di Polly W. Wiessner, dell’Università dello Utah a Salt Lake City, che ha osservato sul campo le abitudini dei San, o Boscimani del Kalahari, che ancora vivono di caccia e raccolta.
[2] J.G. Frazer – Miti dell’origine del fuoco, edizione Xenia, 1993, Glasgow, (1º gennaio 1854 – Cambridge, 7 maggio 1941)
[3] J.G. Frazer – Miti dell’origine del fuoco, edizione Xenia, 1993, Glasgow, (1º gennaio 1854 – Cambridge, 7 maggio 1941)
[4] G. Bachelard – Fragments d’une Poétique du Feu, Reds edizioni 1990


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