Risonanza Cinese: riscrittura della memoria o imitazione?

Approda a Roma la mostra itinerante Risonanza cinese, occupando l’Ala Brasini del Vittoriano con oltre 150 opere di 62 diversi artisti contemporanei orientali. Organizzata dall’Istituto di Pittura a Olio dell’Accademia Nazionale Cinese di Pittura, e allestita precedentemente presso il Palais Brongiart di Parigi, l’esposizione è volta a rafforzare gli scambi culturali tra Cina ed Europa.
Già nel Quattordicesimo secolo la testimonianza di Marco Polo ne Il Milione aveva costruito nell’immaginario occidentale l’idea di un’Asia incantevole, autentica e fiorente nelle arti e nelle scienze. Lo storico dell’arte e curatore della mostra Claudio Strinati definisce la natura dell’incontro tra i due mondi “epica e narrativa”, risalente ai racconti di mercanti, missionari, viaggiatori e autori successivi come Boccaccio, Levi e Terzani. Nel XIX secolo in Cina furono introdotte le prima tecniche artistiche occidentali come la prospettiva e il chiaroscuro, espedienti che furono integrati con la rappresentazione tradizionale. La scuola di Shanghai dimostrò ampio interesse verso impressionismo ed espressionismo, riprendendone la rappresentazione istantanea della luce e la divisione del colore. Contro una pittura schiava del reale e desiderosi di rinnovare la propria ricerca, artisti come Ni Zan e Su Dongbo si allontanarono dalla rappresentazione mimetica e favorirono l’incontro tra segno calligrafico e traccia pittorica. Con l’istaurazione del socialismo vi fu un drastico ritorno verso pittura realista – asservita alla raffigurazione maestosa dello stato e dei valori collettivi -, accompagnato da alcune insurrezioni culturali da parte di artisti che vedevano arginata la propria libertà d’espressione. Dopo la morte di Mao Zedong (1976), che incitava gli intellettuali a non assorbire privi di spirito critico la cultura dell’ovest, gli artisti si ritrovarono di fronte a un dilemma: come integrare la pittura occidentale a quella tradizionale cinese senza negare le peculiarità orientali?
Nella mostra Claudio Strinati parla di integrazione e dialogo tra i due mondi, da non confondere con sottomissione e imitazione. Partire da un dato tecnico, la pittura a olio, per sviluppare un immaginario autonomo legato alla cultura locale. Ma in che misura si può separare l’estetica dal contenuto? Come fare a prescindere dall’immenso retaggio della pittura a olio? La profonda unità d’intenti nel riscrivere la memoria europea passa attraverso la saldatura tra arte e bellezza tipica del rinascimento, indaga simbolismo, divisionismo, la pratica pittorica dei macchiaioli, rivisita impressionismo ed espressionismo, l’arte astratta e la Pop Art, fino al virtuosismo mimetico degno del più potente iperrealismo degli anni Settanta del Novecento.



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Molti quadri in mostra – come Aygul, giovane donna tagika splendidamente agghindata di QUAN Shanshi e La bellezza serale del vasto deserto di WANG Keju – enunciano la fusione tra l’attenzione per il dettaglio e la preziosità della luce tipici dell’arte cinese con la monumentalità razionale della scuola europea. La maggior parte dei dipinti, invece, rimane soffocata da un immaginario occidentale che rende l’intento di riscrivere la memoria una mera e futile mimesi di un tempo passato. Se il Campo di girasoli in dodici scenari – il levarsi del vento autunnale di XU Jiang riprende il gesto di Vincent van Gogh ma riesce a distaccarsene tramite il riferimento cromatico e ambientale alla propria terra e Interno della camera-Letto di YIN Qi si iscrive nel contesto odierno, Loto e fango di YAN Zhenduo riproduce in modo identico per direzione delle linee e uso dei colori la pittura di Frank Auerbach. Durante il percorso espositivo nelle stanze del Vittoriano si ha la sensazione inquieta di avere già visto questa mostra: Raffaello Sanzio, Paul Signac, Pierre-Auguste Renoir, Pablo Picasso, Henri Matisse, Francis Bacon e Robert Rauschenberg sono fantasmi insistenti che rendono l’operazione dei pittori cinesi contemporanei anacronistica e superflua. Se l’artista è colui che mette insieme i frammenti del reale – che possono riguardare presente, passato e futuro – che senso ha la mera riproduzione di una visione del mondo iscritta in un contesto storico-politico superato senza attingere alla contemporaneità della propria cultura? E a questo punto dovremmo anche domandarci in che misura sia ancora possibile operare rispetto a un territorio sociale definito, data l’eliminazione delle frontiere ideologiche da parte della globalizzazione, che, per ricordare il pensiero del grande filosofo francese Jean Baudrillard, ha liberato e appiattito forme di cultura, modelli di rappresentazione, linee, gesti, colori, provocando l’atrofizzazione delle peculiarità stilistiche e riducendo l’arte a valore estetico del segno.

Arianna Cavigioli


RISONANZA CINESE

19 luglio – 9 settembre 2018

a cura di Claudio Strinati, Nicolina Bianchi e Zhang Zuying

COMPLESSO DEL VITTORIANO, ALA BRASINI – Via di San Pietro in Carcere – ROMA

www.ilvittoriano.com


Caption

Chen Junde – Serie monti, foreste, nuvole e corsi d’acqua – Verde smeraldo incapsulato nella fievole luce riflessa in mezzo alla foschia, 2009 – Olio su tela, 120×120 cm – Courtesy Arthemisia

Duan Zhengqu – Fiume Giallo, 2003 – Olio su tela, 150×180 cm – Courtesy Arthemisia

Wang Keju – La brezza serale del vasto deserto, 2011 – Olio su tela, 140×160 cm – Courtesy Arthemisia



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