Radici di Fabrizio Albertini da JEST, a Torino

JEST (Torino, via Galliari 15D) è un progetto di Francesca Cirilli, Tommaso Parrillo, Dario Bosio e Tomaso Clavarino e nasce come uno spazio che contiene in sé tante realtà, tutte interconnesse dall’interesse e la passione per la fotografia; sede espositiva di autori nazionali e internazionali, JEST è una libreria, un luogo di incontro e scambio, di corsi e attività didattiche, eventi, presentazioni, nonché punto nevralgico per Witty Books, la casa editrice indipendente di Tommaso Parrillo. JEST si presenta con una grande vetrata, che incuriosisce dalla strada e dà la possibilità di sbirciare da fuori la piccola stanza intima e luminosa. L’atmosfera, più “neutra” possibile, contrasta con l’aria che si respira appena si varca la soglia della porta vetrata: una piacevole sensazione di sentirsi accolti, benvenuti, di poter guardare, chiedere per sapere di più se lo si desideri; sembrerebbe quasi di entrare a casa di qualcuno, se non fosse per il minimalismo elegante che contraddistingue l’ambiente e per la trasparenza attraverso cui si può osservare l’interno.

Fino al 10 febbraio 2020 sarà visitabile la mostra del lavoro Radici di Fabrizio Albertini (Verbania, 1984) consistente in una selezione delle fotografie e nel libro realizzato nel settembre 2018 da Witty Books (al tempo Witty Kiwi), presente in sala, in modo da avere la possibilità di sfogliarlo.
Il progetto era già stato esposto in una personale presso la Galerie Kernweine a Stoccarda (2018) e presentato al Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia (Edizione 2019) nella sezione Giovane fotografia italiana. Regista di formazione prima che fotografo, Albertini ha studiato Regia e Produzione presso il Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive (Lugano, Svizzera).
Radici è stato realizzato con l’immersione nel proprio paese d’origine, la Val Cannobina (provincia di Verbania), e si presenta come un progetto memoriale di ricerca estetica più che come una documentazione. Sembra nascere da uno sguardo, inizialmente timido, inconsapevole, che si fa a poco a poco intimo, scandagliatore, introspettivo. Tutto ha origine da un giardino, quello della casa della propria infanzia, osservato attraverso il vetro di una finestra interiore: dal quotidiano scaturisce un flusso di ricordi che dona alle cose il sapore acerbo della scoperta.



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La ricerca viene attuata non solo attraverso l’osservazione ma vivendo il territorio, senza alcuna intenzione di darne un resoconto documentaristico; perché spiegare cosa significa essere nati, cresciuti e vissuti in un luogo non è comunicabile con dati informativi o oggettivi. Albertini ci lascia una collezione di immagini sospese, frammenti che messi assieme non danno un’idea precisa dei luoghi: rocce, alberi, dettagli talvolta incomprensibili (particolarmente suggestiva l’immagine di un faro sciolto dal calore, o ancora quella di una indecifrabile colonna bianca che pare dissolversi in un soffitto dello stesso colore), volti privi di contesto; le fotografie potrebbero collocarsi in uno spazio e in un tempo altro, raccontano una dimensione soggettiva e restituiscono un immaginario interiore, a tratti misterioso e inaccessibile.
Quello che rimane impresso nelle istantanee è la visione parziale di una prospettiva scorciata, colta da occhi che selezionano seguendo un criterio di suggestione fortemente estetica. Si percepisce una tensione silenziosa verso la volontà di creare delle immagini a tratti pittoriche, conchiuse entro equilibri autonomi. Non c’è la pretesa di testimoniare bensì di narrare, di raccontare un percorso emotivo, con il tentativo di trasmetterlo nell’unico modo possibile: l’allusione, il ricordo, l’equilibrio e la bellezza formali.
A fare da contrasto a questa parte, la più consistente del libro fotografico, c’è il contraltare finale: alcune fotografie storiche, d’archivio, risalenti al periodo fra il dopoguerra e gli anni Settanta, che raffigurano donne del paese intente nelle loro attività. Le immagini sono stampate su carta nera in inchiostro d’argento: un prezioso epilogo che crea un negativo rispetto al resto del lavoro, con l’intento di instaurare un dialogo fra il presente soggettivo di Albertini e il passato storico.
Le Radici diventano quindi non solo un’immagine concreta di presenze vegetali radicate nel terreno ma anche una metafora della ricerca operata sul proprio territorio d’origine; un modo di restituire le relazioni fra il luogo, le persone che lo abitano, le entità naturali che lo permeano e la personalità del fotografo.

Giulia Perrucci


Fabrizio Albertini

Radici

17 gennaio – 10 febbraio 2020

JEST – Via Bernardino Galliari 15D – Torino

www.jestfotografia.net

Instagram: jest_fotografia


Caption

Fabrizio Albertini, Radici – Pagine tratte da Radici, edizione Witty Kiwi, 2018 – Courtesy of JEST and Fabrizio Albertini, © Fabrizio Albertini