Qui persino la luna è doppia: intervista al gruppo curatoriale Like A Little Disaster

Like A Little Disaster è un collettivo curatoriale fondato da Giuseppe Pinto e Paolo Modugno nel 2014. Da allora il “disastro” li ha condotti – attraverso una complessa ricerca sui linguaggi del contemporaneo tra politica, sociologia e produzione artistica – alla nascita di molte collaborazioni, al poter sostare tra gli interstizi ma anche di fronte al mare.
In occasione del progetto SUPERHOST, fruibile fino al 14 ottobre e co-curato con Pane Project a Polignano a Mare, hanno dialogato con noi.


Il nome del vostro progetto, Like a Little Disaster, fa riferimento a un fenomeno potente ma apparentemente incontrollabile, eppure sono quasi cinque anni che le vostre sinergie continuano a incastrarsi con quelle degli altri, dando origine a dialoghi e collaborazioni sempre diverse.

Il progetto è stato fondato ed è tuttora portato avanti da Giuseppe Pinto e Paolo Modugno. A questo nucleo di base si aggregano e disgregano vari componenti/parti, attraverso modalità spazio-temporali non lineari e senza generare una condizione gerarchica. Operiamo attraverso una visione in cui è poco importante avere un’identità precisa e definita. Recentemente, abbiamo stretto un’intensa collaborazione con le artiste Lucia Leuci, che con il suo PANE project ha co-curato il progetto SUPERHOST, e Julie Grosche, che ha curato il programma video Ensemble, sempre all’interno di SUPERHOST. Con entrambe stiamo già lavorando a progetti futuri. Questi “avvicinamenti” avvengono per ovvie questioni di condivisione degli stessi ideali, prospettive, visioni. Siamo interessati al rapporto di contaminazione reciproca che permette di tenere a bada l’egocentrismo, facendo traballare le basi della metafisica dell’identità e della presenza.

Da oltre cinque anni portiamo avanti una riflessione attorno al termine di “dis-astro” 1 , che nella sua accezione di “evento funesto senza precedenti” conduce alla perdita della possibilità di un racconto totalizzante del contemporaneo, ma anche a un’apertura su di un futuro in cui l’umano è in grado liberarsi dalla pesantezza della sua stessa specie e del mondo che esso ha costruito a sua immagine e servizio.

Avete deciso di non avere una dimora fissa, ma i vostri progetti tornano spesso a Polignano a Mare. Che rapporto avete con questo luogo?

Dopo una prima fase nomadica abbiamo deciso di fermarci in un luogo toccato dal mare. Osserviamo quieti una morfologia perennemente agitata ma capace di de-antropocentrare la nostra visione del mondo e di “scioglierla” in un cerchio fatto di relazioni. Comprendiamo l’importanza di dimostrare che, da questo punto di vista, anche le onde più piccole e impercettibili celano dentro di sé un buco nero, una crepa. Cose che nessuna esperienza umana o meno potrà mai sondare. Le proprietà specchianti dell’acqua fanno svanire ogni singolarità. Qui persino la luna è doppia.

A proposito di Polignano a Mare, vorrei mi raccontaste di SUPERHOST, progetto che avete co-curato assieme ai ragazzi di PANE project e che ha aperto una riflessione sul concetto di turismo legato all’Airbnb.

In un ecosistema totalmente turistificato come quello di Polignano a Mare, il nostro progetto usa la strategia del camouflage come ironica ipotesi di una sua resistenza. In SUPERHOST, lo sguardo, ossia il filtro interattivo tra verità e finzione, è messo in relazione con l’attività del sightseeing (‘vedere le cose da vedere’), classificabile sulle App o sui siti con una, due o tre stelle, secondo il suo valore. Il turista, di conseguenza, conosce l’oggetto come sight, vale a dire come elemento normalizzato, degno di essere assunto come obiettivo di un’esperienza. La dominanza della sight, e quindi, la traduzione in segni e immagini delle cose e la loro normalizzazione, reagisce sulle cose stesse, riducendole alla condizione di museo, di giardino zoologico o luna park. Messe in vetrina, le cose da vedere subiscono una trasformazione capitale: sono distaccate dal loro contesto, private delle loro reti, del rapporto con le condizioni che le hanno determinate e che possono, esse sole, spiegarle. In questo senso, il turista in viaggio non osserverebbe il mondo così come esso è realmente ma scorgerebbe un’immagine che è stata selezionata per lui o predisposta accuratamente dalle stesse comunità locali.

All’interno della mostra, ogni opera-intervento diventa un elemento, un oggetto, o un segno del vero/finto Bnb, messo a disposizione di un ipotetico ospite. Per circa sei mesi abbiamo lavorato a un display molto carico di segni e forme, coinvolgendo artisti che fossero in grado di radunarli per il loro valore culturale (e quindi politico), o come sincretismo di riferimenti che complicano l’un l’altro, all’interno di uno spazio molto ristretto. Abbiamo coinvolto gesti artistici intesi come atti politici che si presentano adesso come reliquie condizionate ma anche come una rete di nodi che alterano i suddetti valori attraverso la loro ontologia. L’intento è stato anche quello di creare una comunità di artisti quanto più estesa e variegata possibile, in modo tale da riscattare il concetto di spazio condiviso e aperto a miriadi di alterità.



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Considerazione insolente: la vita di molti progetti curatoriali sembra somigliare a quella di alcune stelle che, raggiunta la loro luce più intensa, sono poi destinate a spegnersi.

Con questo ritorniamo al concetto di “dis-astro”, di stella/ meteorite cadente, a un qualcosa di estremamente connesso a un tema per noi altrettanto fondamentale, quello del fallimento.
È inutile prenderci in giro, nella situazione politica ed economica in cui operiamo, siamo tutti inevitabilmente destinati a fallire. Ma per noi l’idea di fallimento ha a che fare con la dimensione convenzionale del successo all’interno del sistema capitalistico eteronormativo; alle discipline accademiche e fossilizzate su metodi di conoscenza occidentalmente approvati e alla critica culturale che pretende di aprire nuove strade avvalendosi di modalità convenzionali.
Judith Halberstam ha proposto la “low theory” come modo di pensare e agire; essa implica la volontà di fallire e di perdere la strada, di perseguire con domande difficili sulla complicità e trovare forme di resistenza contro – intuitive inaspettate e sovversive.
Il fallimento offre spesso scelte più creative, cooperative e sorprendenti di essere nel mondo, anche se ci costringe ad affrontare il lato oscuro della vita, dell’amore e della libido.

Vi va di condividere con noi un frammento di riflessione che potrebbe dar vita al vostro progetto più prossimo?

In questo periodo stiamo riflettendo sulla performatività partendo da una frase di David Hume: “Per parte mia, quando più profondamente mi addentro in ciò che chiamo me stesso, sempre m’imbatto in una particolare percezione: di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, di amore o di odio, di dolore o di piacere. Non riesco mai a sorprendere me stesso senza una percezione e a cogliervi altro che la percezione”.

Questa storia, apparentemente ovvia e tenace, che continua ad affermare l’esistenza di un “io” per ogni singolo corpo, nasconde, al pari dei concetti di razza e di genere, reti potenti e pervasive, la cui invisibilità serve ad autorizzare e a radicare sistemi di oppressione intrecciati. Se le esperienze individuali della corporeità sono definibili costrutti sociali, anche la collocazione fisica del soggetto diventa indipendente dal corpo in cui le teorie sono solite radicarlo. Alla rappresentazione monolitica dello spazio fisico e virtuale si contrapporrebbe la reinvenzione di uno spazio tecnologico concepito come ambiente sociale all’interno della quale si aggira il “soggetto multiplo”. Egli è l’enantiomorfo, un essere che esperienza il distaccamento del proprio corpo dal locus di socialità. Il cyborg, la personalità multipla, il soggetto tecno -sociale implicano una riscrittura radicale del concetto di individuo delimitato. Vediamo cosa ne viene fuori!

A cura di Brenda Vaiani


1) Disastro: der. del lat. astrum <<stella>>, col pref. dis


SUPERHOST

A cura di Like a Little Disaster & PANE Project

4 agosto – 15 ottobre 2019

Foothold – Via Cavour, 68 – Polignano a Mare

www.likealittledisaster.comwww.paneproject.com

Instagram: like_a_little_disasterpaneproject


Caption

SUPERHOST – Installation view, Foothold, Polignano a Mare, 2019 – Courtesy Like a Little Disaster



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