Il Mondo nuovo alla riscoperta dell’alterità non umana. La prima edizione del Premio E.ART.H

Nel capitolo Né natura né cultura, dell’illuminante saggio di Nicolas Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitolocene, edito da postmediabooks: Niente differenzia l’essere umano dal suo ambiente, la natura costituisce “l’armatura biologica” del mondo”.
Seguendo analisi suggerite da studi provenienti da vari campi, in estrema sintesi, la fotografia attuale dell’uomo contemporaneo è quella di un soggetto vulnerabile. Un uomo che ha rinunciato alla sua armatura (la capacità di coltivare un pensiero critico, e l’allontanamento dall’alterità-la natura); su un pianeta sempre meno ospitale (per motivi geografici, ambientali, demografici, culturali). Tra fenomeni naturali (indipendenti dall’uomo), prodotti da processi di sviluppo umano, e da politiche e ideologie espansive e colonialiste (come le definisce Bourriaud nel saggio), l’uomo capitola nella rete che lui stesso ha creato. Una visione brutale che lo espone a una condizione in cui: “la separazione ideologica tra natura e cultura è la chiave del progresso tecnico del continente europeo, ma anche matrice di tutte le discriminazioni”. [1] 

Conseguenza di queste riflessioni è un’attenzione particolare nei confronti di questioni e tematiche su cui si focalizzano le ricerche di molti artisti, come quella della biodiversità. Una materia che diventa oggetto di indagine anche per la prima edizione del Premio E.ART.H coordinato da Treti Galaxi (Matteo Mottin e Ramona Ponzini), riservato agli under 35 (non rappresentati da gallerie), e realizzato con il sostegno di Endes Srl. Otto opere su 116 candidature, un vincitore, Giovanni Chiamenti (Verona, 1992), che riceverà un premio economico e sarà premiato nell’ambito di un incontro “Dialoghi sulla diversità bio-culturale” con Telmo Pievani (filosofo della biologia, evoluzionista, saggista) e Oscar Farinetti. Il vincitore è stato selezionato da una giuria d’eccezione composta da Eva Brioschi, Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marconi (membri del comitato di E.ART.H), Chiara Ventura (vice presidente di E.ART.H.), Giorgio Fasol collezione AGI VERONA, Barbara Tagliaferri di Fondazione Deloitte e le artiste Golshmied & Chiari (Sara Glodschmied e Eleonora Chiari).

Gli artisti scelti: Camilla Alberti (Milano, 1994), Martina Cioffi (Como, 1991), Vaste Programme (Leonardo Magrelli (1989) e Giulia Vigna (1992), Paolo Bufalini (Roma, 1994), Natalia Trejbalová (Košice, Slovacchia, 1989), Mattia Pajè (Melzo, 1991), Lia Cecchin (Feltre, 1987) e Giovanni Chiamenti (Verona, 1992), hanno proposto progetti realizzati nell’arco degli ultimi due anni. Una volontà precisa, spiegano i coordinatori della mostra allestita con i lavori dei finalisti, Matteo Mottin e Ramona Ponzini, per sottolineare quella peculiarità che è tipica degli artisti di ogni generazione, di anticipare questioni fondanti della contemporaneità. “Ci sono molte connessioni involontarie tra le opere, ragionamenti comuni, tematiche ricorrenti”.

Una visione globale consente di tracciare una mappa (non esaustiva) intorno a un argomento complesso. Ne emerge un patrimonio visivo e concettuale in cui Il Mondo Nuovo possibile non è quello descritto nel 1932 nelle pagine di Aldous Huxley, di un avveniristico futuro [2] (tra ipertecnologia, individui disumanizzati e società del controllo, con lo scopo di estirpare l’infelicità – con una droga in grado di controllare le emozioni-sebbene alcuni di questi argomenti siano tutt’oggi oggetto di studio); ma è invece fondato sulla (ri)scoperta dell’alterità non umana. 

Sta tutto lì, nell’espressione dichiarata da Bourriaud, la natura della riflessione. In un gioco di parole e delle parti. Se l’uomo si è dissociato (inconsapevolmente o scientemente) da ambienti naturali escludendoli nella sua visione di futuro, la natura da un lato ne ha subito le conseguenze, ma allo stesso tempo ha attuato strategie di sopravvivenza, offrendo condizioni sfavorevoli ai suoi abitanti umani. Questo dimostra quanto siano interconnessi i sistemi viventi. Eppure, nonostante la disarmante semplicità di comprensione di questo pensiero, la sua applicazione diventa una condizione difficile nei contesti più sviluppati. 

È interessante ragionare intorno agli organismi presenti sulla terra prima dell’uomo stesso. Muffe, batteri e funghi esistono da moltissimo tempo, e diverse ricerche scientifiche dimostrano come siano stati tra i primi viventi sul pianeta. Sono fondamentali poiché la loro rete di filamenti è responsabile di processi indispensabili alla sopravvivenza (delle piante e conseguentemente dell’uomo). Non è strano quindi che le opere di Natalia Trejbalová e di Camilla Alberti prendano forma dall’osservazione dei funghi. Amaryliss pleurotus di Natalia Trejbalová nasce da queste suggestioni, in cui insieme a frammenti di asteroidi o comete, che entrano in collisione con il pianeta, si depositandosi su di esso e generano nuove anatomie possibili. Il lavoro è frutto di una residenza a Neive (Piemonte) per il progetto Una Boccata d’Arte. L’opera in mostra è costituita dalla combinazione di vetro con elementi naturali (germogli, piante e funghi, sanpietrini), come fossero un prelievo reale del contesto in cui sono cresciute-prodotte dall’artista, insieme a architetture di nuova generazione. Se nell’universo di Trejbalová l’idea di un’origine universale è il risultato della sintesi dell’incontro tra strutture estranee al pianeta con organismi locali, in quello di Camilla Alberti e di Martina Cioffi sono gli stessi organismi viventi sulla Terra a produrre singolari ibridazioni. Tra il desiderio e l’ossessione umana di attribuire categorie tassonomiche, e lo stupore di fronte all’impossibilità di riuscirci. È proprio qui, in questo limen, che si colloca la pratica delle artiste. Per Alberti nella formalizzazione di figure ancora sconosciute (l’attacco reale tra viventi, tra il fungo della specie Cordyceps che si insinua su un insetto zombi), si rivela l’impossibilità di una classificazione. Il ricamo realizzato in Corpi fruttiferi (pratica familiare all’artista) è raffigurazione di un fenomeno parassitario di origine biologica (applicata anche agli studi sociali), in cui l’aggressione da un essere all’altro è finalizzata alla sopravvivenza. Se il campo di indagine si inserisce in un’estetica che attinge al mostruoso e al deforme, matrice di metamorfosi possibili, è ancora l’esperienza della muta su cui si basano i ragionamenti di Martina Cioffi. In Esuviazione – appunto la muta del serpente – il calco di un tronco d’albero è intaccato (realmente) da un insetto xilofago (tipico dei boschi del Trentino e nell’Alta Lombardia). Un fenomeno che contribuisce a quel processo di deforestazione (poiché si tratta di un insetto impossibile da debellare), per cui l’unica soluzione resta l’abbattimento degli alberi. Le ceramiche raku evidenziano screpolature e imperfezioni naturali legate al suo processo, insieme alle tracce dell’insetto rimaste sul calco. La metamorfosi del legno e del suo ospite in materiale non è solo un’esperienza condivisa tra elementi, ma simbolo di un evento e simulacro di una lingua semi sconosciuta, che forse pertiene alla natura stessa, ma che l’umano non è ancora in grado di interpretare.

Che la natura si insedi nell’ambiente umano è un dato di fatto. Occorre sottolineare però, come questa affermazione nasca da uno dei più grandi equivoci su cui l’uomo ha costruito la sua storia: ovvero che l’ambiente non sia mai stato una sua unica prerogativa. Con un approccio tipico della classificazione tassonomica gli artisti approfondiscono le possibilità di interazione tra l’uomo e le specie. Se i Ragni di cera e argento di Mattia Pajè occupano lo spazio installativo con discrezione, le fotografie della sezione della biodiversità del Museo di Storia Naturale di New York di Paola Bufalini si conservano in teche da museo, le entità di Giovanni Chiamenti mostrano un catalogo di modelli superiori. 

Le sculture del primo si depositano agli angoli delle pareti, in zone impervie (come la presa della corrente), sfidano la gravità rimanendo appesi al muro, come farebbero nella vita reale. Scopro che il ragno e il serpente (di Cioffi) hanno simbologie ambivalenti, così come mi rendo conto che i filamenti generati dall’insetto, tessono trame fitte per intrappolare le prede. La tela del ragno non è molto diversa dalla tessitura di Alberti, e la strada che porta Pajè allo studio del ragno è una fitta rete di incontri (casuali o del destino) con l’animale. Il ragno incontrato nel parco, trasferito nel suo habitat domestico, diventa l’oggetto di un’osservazione organizzata intorno a un metodo quasi scientifico (con il coinvolgimento di un entomologo). L’umano assume qualità e peculiarità dell’animale, e inizia a muoversi come lui perlustrando l’ambiente, procacciando del cibo (vivo) per sfamare il suo ospite. Si tratta di una modalità utilizzata anche in alcune società come quelle Uranine (dell’Amazzonia Peruviana), in cui le donne avviano un processo di umanizzazione, allattando i piccoli animali domestici e i primati. Come un entomologo Paola Bufalini cataloga frammenti di vita che vanno a comporre un archivio della memoria personale e collettiva. L’artista lavora spesso per addizione, recuperando immagini fotografiche e oggetti in ambienti a lui familiari. Il suo approccio naturalistico si avvale di una base documentale, che nel caso specifico di The Kingdom, fa perno su una sequenza di ricordi prelevati direttamente da un viaggio a New York con i genitori, poco più di una ventina di anni fa. La sezione della biodiversità è raccontata da una serie di composizioni (fotografiche) chiuse in teche, come quelle da museo. Proprio come specie in via di estinzione, riproducono nella verità storica dell’artista, l’unico esemplare di quel ricordo newyorkese, poiché si tratta di immagini uniche, i cui negativi sono andati persi. Il suo punto di vista conserva la memoria e la prospettiva di un bambino (guarda dal basso verso l’alto, e si sofferma su dettagli come una farfalla che si posa sulla foglia di una pianta). In quella moltitudine di reperti e tracce, individua le contraddizioni della contemporaneità e della costruzione della sua storia evolutiva. Le creature sconosciute di Giovanni Chiamenti mostrano un inventario di modelli radicanti sul pianeta. Elementi naturali e minerali (come il raku) e materiali plastici che seguono percorsi terreni, su cui si innestano possibilità futuristiche (ma non troppo). Ibridazioni possibili che nascono dalla scoperta che alcune specie di batteri e larve, sono realmente in grado di assimilare le plastiche prodotte dall’uomo. Dal progetto Interspecies Kin, ha selezionato alcuni prodotti HORECA3000, che per l’occasione sono stati chiusi in una vetrina refrigerata da campioni. Nel laboratorio sperimentale dell’artista gli organismi sembrano essere prelevati da abissi marini futuristici, in cui le specie non umane dimostrano un’intelligenza superiore a altri abitanti del pianeta. 

Se gli organismi intelligenti si autodifendono dalle sovrapproduzioni della specie umana, quest’ultima mostra un’attitudine all’adozione di scelte negligenti e atteggiamenti distratti nei confronti del suo mondo. Il tema della disattenzione viene declinato nel lavoro di Vaste Program e di Lia Cecchin. In maniera differente ragionano intorno alle (in)capacità e ai limiti imposti da culture aggressive e “colonialiste” per dirla alla Bourriaud. Calientamiento di Vaste Program è una canzone riprodotta su un vinile in stile reggae, il cui testo è l’esito di una selezione di parole (in lingua spagnola) prelevate dal trattato sul clima di Glasgow. Nonostante l’oggetto riguardi questioni fondamentali per il clima, le sonorità rimandano a uno stato emotivo rilassante. L’ironica critica degli artisti nasce dal progetto di residenza estiva catanese di qualche anno fa, in cui incendi scoppiati sull’isola (ma anche fenomeni simili in altre parti del mondo), lasciavano molti turisti indifferenti nelle aree non interessate dagli eventi. In un dialogo installativo, il movimento prodotto dal pubblico tra l’ascolto di Calientamento potrebbe essere all’origine di un accidentale scontro fisico con i puzzle di Lia Cecchin appesi a un filo e pronti a distruggersi. Immagine, quest’ultima, reale poiché i pezzi della composizione non sono incollati a alcun supporto, ma solo sospesi. OBE il titolo delle opere da Out of Body Experience, è un invito a sperimentare la sensazione di osservazione dall’esterno da sé (proprio come in occasione di esperienze extrasensoriali), per assistere alla propria incapacità di prendersi cura di ciò che sta fuori di noi. I paesaggi riprodotti se da un lato generano (come nel lavoro degli artisti precedenti) una sensazione di serenità apparente, dall’altra mostrano la loro natura precaria, non solo dell’opera ma come risultato dell’agire umano. 

I corpi e le indagini del mondo nuovo immaginato dagli artisti sono l’esito di convivenze e ibridazioni, relazioni osmotiche o adattive, processi digestivi e di incorporazione. Sono l’effetto di linguaggi estremi o apparentemente familiari. Possono essere modelli replicanti, funzionali alla sperimentazione. O ancora presenze e esperienze che si innestano in habitat domestici e nei luoghi antropologici. L’alterità non umana non è solo matrice fondamentale all’equilibrio delle parti (anche e soprattutto della propria presenza biologica e sociale), ma riveste un ruolo nella determinazione di un fenomeno paradigmatico. Un modello di sviluppo che ri-consideri l’altro, come un nuovo campo da esplorare (per via delle nuove formazioni possibili e dei conseguenti rapporti), indispensabile per disegnare gli scenari delle future società.

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[1] N. Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitolocene, postmediabooks, 2020
[2] A. Huxley, Il Mondo Nuovo, Mondadori, 2021

Elena Solito


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