Lost in translation (popcorn) è la personale dell’artista italo-americano Marco B. Fontichiari (Deer Park, USA 1992) inaugurata lo scorso 20 giugno, negli spazi di LOCALEDUE, in occasione di Opentour 2018.

La riflessione dell’artista parte dal mondo del cinema BLOCKBUSTER ed esplora la natura transizionale ed effimera di narrazioni popolari e strutture tecnologiche, analizzando i limiti del linguaggio audiovisivo.

La porta di vetro dello spazio espositivo è appannata, a prima vista sembra condensa, entrati l’odore è inconfondibile: burro. La vetrina è stata cosparsa dello stesso ingrediente che ricopre i nostri popcorn quando andiamo al multisala. Con uno sguardo attento si può notare che vi sono delle piccole particelle nere sulla superficie di vetro, un cimitero di moscerini che, attratti dal succulento grasso, ne sono rimasti intrappolati, così come noi spettatori rimaniamo catturati dall’universo fittizio hollywoodiano che è entrato inevitabilmente a far parte della nostra cultura.

Marco B. Fontichiari

Lost in Translation (popcorn) – Installation view, LOCALEDUE, 2018 – Courtesy l’artista, ph. Fabio Farné.

Sulla parete opposta, uno schermo riproduce Clear sources. Se Fontichiari dovesse creare un powerful pitching riguardo il suo video direbbe: “è come se un computer avesse processato i film di maggior incasso di ogni decennio del cinema di Hollywood e partorita una sintesi”.

Clear sources, è composto su tre livelli fondanti: video, testo e audio.

Il video, formato da immagini sfocate, decifrabili solo in forma di luci e colori, è stato realizzato registrando i film originali attraverso la fotocamera del cellulare, come succedeva spesso quando si scaricava illegalmente un film appena uscito nelle sale attraverso software di condivisione. Dalla prima registrazione, che abbassa la qualità ma lo mantiene ancora riconoscibile, l’artista attua una seconda registrazione sovrapponendo osmoticamente la telecamera allo schermo che riproduce il film. Il video così analogicamente editato appare visivamente irriconoscibile creando una sfocatura dell’immagine per renderla ai minimi termini.

Anche l’audio è soggetto a una manipolazione, questa volta digitale, l’artista si è servito di un programma – spesso usato per gli editing musicali- che forza determinati toni sull’audio, riuscendo a cogliere solo alcune note. Attraverso questo procedimento si altera totalmente l’informazione; questo aspetto è antropologicamente connesso al tramandarsi della cultura orale, dove le usanze e le storie dei popoli vengono modificate nel loro raccontarsi di generazione in generazione.

Il livello testuale, è la parte chiave del lavoro, esso è estrapolato dai dialoghi originali dei film proiettati. Su di essi l’artista attua un lavoro di traduzione, in senso più letterale che concettuale del termine, ovvero estrae i dialoghi dai film nella loro lingua madre (inglese) e li traduce, in successione, in tutte le lingue presenti in Google translate, partendo dalla più antica, per poi riportarle nella loro lingua originaria. Quello che scaturisce da questo passaggio non è più una lingua grammaticalmente e linguisticamente corretta, bensì una sorta di inglese dialettale che rimanda al fenomeno del “regresso all’oralità”, tipico delle società postindustriali, dove il linguaggio informativo per immagini (televisione, cinema, pubblicità, ecc.) ha spesso comportato un impoverimento lessicale da parte di certe fasce sociali e d’età.

Marco B. Fontichiari

Lost in Translation (popcorn) – Installation view, LOCALEDUE, 2018 – Courtesy l’artista, ph. Fabio Farné.

Il carattere tipografico usato cambia in ogni spezzone di film poiché riprende quello originale dei titoli di testa delle pellicole selezionate. Le lettere sono trasparenti, l’intenzione è quella di bucare il video astratto lasciando filtrare il filmato originale. La chiarezza grafica del font rappresenta la forza del testo scritto di perdurare nel tempo, la possibilità di tramandare la propria cultura e storia con una potenza maggiore rispetto la tradizione orale.
Il titolo evidenzia pienamente la volontà dell’artista, gioca sul doppio senso della parola “clear” (trasparente e cancellato), mostra operazioni permeanti della nostra cultura che spesso, per facilitare la comprensione sul piano linguistico, perde i suoi contenuti fondanti in continue traduzioni.

Irene Angenica

 

MARCO B FONTICHIARI

LOST IN TRANSLATION (POPCORN)

21 giungo – 13 luglio 2018

LOCALEDUE – Via Azzo Gardino, 12/C – Bologna

www.localedue.it

Instagram: localedue

Immagine di copertina: Marco B. Fontichiari – Frame dal video Clear source, 2018 – Courtesy l’artista.

 

Irene Angenica

Irene Angenica (Catania, 1991) Fondatrice del progetto Porto dell’Arte, si occupa di curatela e didattica. Laureata in arte contemporanea presso il DAMS di Bologna e successivamente diplomata alla specialistica di Comunicazione e Didattica dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Svolge diverse collaborazioni tra Bologna e Barcellona, alcune delle realtà con la quale ha lavorato sono: Blueproject Foundation, MACBA – Museu de Arte Contemporani de Barcelona, Accademia di Belle Arti di Bologna e MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

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