Accumulazione (im)materiale. Intervista a Pietro Ballero

Lo sguardo, oltre che mediato da un filtro fatto di attitudini più o meno volontarie, muta con l’esperibile. Nel caso delle pratiche artistiche, si pratica scovando l’immateriale nel materiale e viceversa, in una equivalenza di significazioni risolvibili, almeno apparentemente, in oggetti concreti.
Consci di questa suggestione siamo andati a indagare il lavoro e la ricerca di Pietro Ballero, giovane artista torinese di stanza in Olanda dopo l’esperienza in Belgio, presso l’École supérieure des arts Saint Luc di Liège, quella presso l’École Supérieure des Beaux Arts di Parigi e gli studi a Venezia, dove ha partecipato al progetto Studio-Venezia di Xavier Veilhan per la Biennale 2017.


Un seriale accumulo di oggetti connota la tua ricerca costituendo un vocabolario per la tua pratica artistica. Sembra gli oggetti di uso comune siano da te usati per un formulario tra l’abisso spalancato del tardo capitalismo e una dimensione più intimistica e complessa. Consumo e memoria.

Mi piace tantissimo il vocabolario. È un oggetto davvero magico, un tentativo impossibile di catalogare, definire o tradurre un linguaggio. Effettivamente mi sto concretamente impegnando nel provare a costruire un mio personale vocabolario, o meglio, un piccolo atlante. Spesso appaiono sulla strada, sul ciglio del marciapiede, vicino a un cassonetto o dalla finestra di un condominio. Altre volte direttamente dal web o da letture specifiche. Possono essere degli Arbre Magique, dei tubi corrugati, i segni della sedia su un muro, il cartellone dei gelati del chiosco sulla spiaggia, piuttosto che il suono della sigla del TG1 proveniente da una finestra lasciata aperta al primo piano di un edificio. Mi segno tutto quanto nelle pagine di un’agendina che pian pianino sembrano assumere la forma di un’enorme lista della spesa o di un infinito elenco di ingredienti per una ricetta elaboratissima. Sono tutti oggetti o situazioni in cui intravedo il potenziale di un’intuizione e il tentativo successivo è quello di cercare di capire come mai c’è stata una scintilla. Serve dunque un vero e proprio lavoro di traduzione linguistica. Spesso questi oggetti o situazioni non sembrano volermi dire niente di interessante, altre volte mi urlano qualcosa ma ancora non ho gli strumenti necessari per capire cosa. Altre volte ancora invece riesco a trovare una connessione.
In un mondo dominato dalle dinamiche di un tardo capitalismo che ormai investe la dimensione ontologica delle persone, la mia pratica si serve soprattutto dell’accumulazione e della collezione di oggetti. Gli oggetti sono diventati infatti un territorio d’analisi che può permettere all’uomo una comprensione maggiore nel tentativo di decifrare i grandi cambiamenti in atto nella società contemporanea, il cui fenomeno del consumo ne è diventato il baricentro a partire dall’industrializzazione del dopoguerra.
Oggi la società post-industriale propone via via un numero esponenzialmente maggiore di oggetti (di cui molto spesso gli aspetti prettamente materiali si ibridano con quelli immateriali, virtuali) che vengono investiti, a seconda dei differenti cambiamenti sociali in atto, di inediti significati che esigono dunque degli approcci ogni volta differenti per riuscire a trarne una interpretazione.
Per quanto mi riguarda gli oggetti, o come direbbe Remo Bodei le “cose”, possono essere il risultato di un’economia delle relazioni: nella maniera in cui una persona seleziona e successivamente dispone le “cose” nello spazio, queste possono diventare un’espressione esteriore dell’individualità, contribuendo così alla produzione di realtà.
Gli oggetti che una persona seleziona, dispone e conserva sono spesso reminiscenze di esperienze e incontri, sono imbevuti di storie, rimandano al suo vissuto.

Il sottile limite tra la IRL (in real life) e la IVL ( in virtual life) sollecita una semantica in costante aggiornamento, in linea con il concetto di post produzione. L’artista diventa un editor abile a estrarre dal passato, riscrivendo nuovi format di pensiero, inserendo anche una certa idea di memoria. Penso al tuo Greetings from Venice, lavoro che porta il contrassegno di un’eredità culturale, irretito dal monito thatcheriano “there is no alternative”.

Il peso morto della storia – Greetings from Venice è un’installazione stimolata dalla lettura di un articolo pubblicato su La città futura da Antonio Gramsci l’11 febbraio del 1917. Si tratta di un testo ormai diventato un classico che comincia con la celebre frase “Odio gli indifferenti”. Esattamente a cent’anni dalla sua prima pubblicazione, quando ancora vivevo a Venezia, in una gelida giornata di fine gennaio, Pateh Sabally, un ragazzo di 22 anni fuggito dal Gambia, si è suicidato annegando nel Canal Grande sotto gli occhi di centinaia di presenti. In molti hanno filmato l’accaduto, nessuno lo ha salvato. Guardando i video dell’avvenimento, all’epoca facilmente reperibili sul web, ciò che faceva ulteriormente rabbrividire erano le parole che venivano spese in diretta: chi lo chiamava “Africa!” e chi riteneva che fosse meglio lasciarlo morire “tanto ormai…”.
Ho provato a riflettere su quell’indifferenza che si è impadronita di me stesso, che ho letto di un immigrato suicidato nel Canal Grande ma che non avevo idea di chi fosse Pateh Sabally. Quell’indifferenza che ci rende anestetizzati al dolore che ci circonda. Quell’indifferenza di chi non è stato in grado di vedere in Pateh Sabally un Jan Palach dei nostri giorni. L’indifferenza di tutti noi che abdichiamo alla nostra volontà convinti che sia la fatalità a travolgerci tutti.
Il mio lavoro vorrebbe essere in grado di raccontare l’accaduto proprio tramite quella “materia bruta che strozza l’intelligenza”: gli sprezzanti o indifferenti commenti degli utenti della rete, estrapolati da video e articoli relativi all’accaduto, creano una crudele narrazione venendo riportati a penna su cartoline turistiche della città di Venezia che vorrebbero richiamare l’immaginario spensierato di una vacanza in una splendida località turistica. Le parole che sul web possono sembrare insignificanti, incorporee, prelevate dal loro contesto e riportate su una superficie bidimensionale, concreta e reale acquistano immediatamente peso. Per dirla con le parole di Gramsci, “il peso morto della storia”. Ecco che la tensione che esiste fra IRL e IVL diventa uno di quegli anfratti in cui è possibile scorgere del senso.

La tua ricerca è sensibile alle dinamiche socio culturali e di rilevanza antropologica. Il metamorfismo semiologico crea il corto circuito per cui un lapidario “sei ancora in tempo”, ispirato a una tradizione pop-culture goliardica per novelli sposini, diventa un monito per affrontare questioni trasversali riguardanti battaglie contro l’ etero-normatività, l’imperialismo liberista, il razzismo. Ci racconti You still have time?

Nei piccoli Comuni della provincia di Torino il rito del matrimonio è spesso accompagnato da goliardici striscioni e “avvertimenti” di cattivo gusto che addobbano la strada percorsa dagli sposi in direzione della chiesa o del municipio. Quasi sempre realizzati su pellicola trasparente tesa fra due pali segnaletici, i giorni successivi alla cerimonia nuziale rimangono affissi e dimenticati per lungo tempo tanto da portare alcuni Comuni ad approvare apposite ordinanze che ne vietano l’uso. Uno di questi striscioni, abbandonato a un incrocio stradale, si è trasformato in un generico avvertimento: “Sei ancora in tempo!”.
Nell’estate del 2019 sono stato invitato a una residenza presso i BoCs Art di Cosenza, che si è conclusa con una mostra collettiva. Al piano terra di uno dei bocs ho cercato di catapultare lo spettatore in un’ambientazione legata a quell’istante malinconico di un compleanno appena terminato. Fra un palloncino sgonfio e un popcorn calpestato, alcuni elementi volevano innestare un cortocircuito invitando lo spettatore ad alcuni ragionamenti sulla società della prestazione. Tra questi era presente un festone di compleanno, dalle lettere colorate, che riportava la scritta “You still have time”. Il lavoro vorrebbe rivolgersi a quei soggetti vittime dei modelli dell’eterodirezione, della coercizione, della seduzione e dell’imperialismo culturale della società della prestazione, in cui l’approccio motivazionale spicca come modello di una mutazione antropologica in cui ogni soggetto è tenuto a farsi imprenditore di se stesso.



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Osservando una delle tue piattaforme social, ci si imbatte in un’altra ricerca combinata tra senso e materico contemporaneo. Thank you come again è la parafrasi che allestisci sul tuo instagram con degli scontrini in una coazione a ripetere, in un crash tra acronicità, automatismo relazionale e materia soverchia, come la carta degli scontrini dove viene segnato, come in un dispositivo di sorveglianza, l’azione del consumo perpetuo.

Come spiegavo prima, sono convinto che le “cose” che una persona seleziona possano diventare l’espressione esteriore di individualità: noi umani ci sentiamo chiamati a determinare orizzonti di significato selezionando, conservando e disponendo oggetti “densi”, ovvero che rimandano con la loro tangibilità ad esperienze e incontri.
In seguito al mio progetto Thank you come again ho scoperto che conservare specifici scontrini è una pratica piuttosto diffusa, che permette di mantenere nel proprio portafoglio un frammento, un ricordo di un momento particolare, assumendo così il valore di memoria.
Io, per non farmi mancare nulla, ho conservato, collezionato e accumulato tutti quanti gli scontrini di cui sono entrato in possesso a seguito di un mio acquisto o di un mio consumo dal 1 gennaio fino al 31 dicembre del 2018. Lo scontrino non è un semplice pezzettino di carta, è una miniera di informazioni: è in grado di registrare precisamente l’orario e la posizione delle nostre spese, di indicare cosa stavamo consumando in un dato momento e di quantificarne il costo. È la versione cartacea di quei dati tanto desiderati e follemente regalati alle Big Tech internazionali. Nella società dei consumi di cui facciamo parte, mi affascinava l’idea di poter accumulare analogicamente dei dati che mi potessero permettere di disegnare una mappa geografica e cronologica dei miei spostamenti, oltre che testimoniare le mie attività, le mie abitudini e poter persino tracciare un mio profilo psicologico.
Dopo un estenuante e forse patologico esercizio di archiviazione il materiale che ho raccolto mi ha permesso di attivare un procedimento di emersione della memoria attraverso ciò che io, come individuo, ho consumato. Esattamente come molti dei nostri ricordi (ovvero nostri dati) vengono affidati ai post su Facebook, Instagram o altri social network, ho cercato di affidare allo scontrino il ruolo di una memoria oggettiva delle esperienze dell’anno trascorso. Da un lato lo scontrino si è posto come testimone oggettivo, fornendo dati precisi e inappuntabili, dall’altro però non è stato in grado di trasmettere nulla che potesse riguardare la sfera emotiva legata alla mia memoria.
Dal primo gennaio 2019 ho cominciato ad attivare il lavoro sul mio profilo Instagram. Una scansione di ciascuno scontrino collezionato veniva pubblicata sul social network all’ora esatta e nel giorno corrispondente della stampa dello scontrino stesso, ma con un anno di distanza. A ogni post pubblicato su Instagram corrispondeva un geotag che indicava il luogo di battitura dello scontrino ed una descrizione testuale in cui venivano riportate tutte le informazioni sensibili tratte dallo scontrino corrispondente. L’intenzione era dunque quella di rendere il mio profilo Instagram un diario effettivo di tutti i miei consumi, ma che si ponesse in maniera diacronica rispetto ad un normale utilizzo del social network, provocando un cortocircuito fra i dati mediati e quelli da me inseriti.

Un altro aspetto interessante con cui declini la tua ricerca prima e la tua pratica poi è il ricreare scenari. All’interno dei situazionismi che crei per i tuoi interventi si insinua, tra le maglie della critica sociale, una vena più intimista. Attraverso cumuli di oggetti da te disposti con una logica di volta volta in volta differente, emerge il paradosso dell’assenza. Esattamente come hai fatto ai BoCs Art, simulando una festa di compleanno appena terminata.

Una delle mostre che negli ultimi anni più mi ha affascinato è stata L’atteso di Mike Nelson alle OGR di Torino. Parte del lavoro consisteva nella presenza di una ventina di veicoli, apparentemente abbandonati, al cui interno microcosmi composti da pochi oggetti erano capaci di evocare una narrazione.
Ultimamente sono molto affascinato dalla “sparizione”, intesa come assenza e al contempo presenza. Nel momento in cui gli esseri umani scompaiono, gli oggetti hanno il potere di diventare un loro ritratto. Ciò che delle cose è infatti davvero interessante è la loro capacità di evocare delle presenze, dei corpi mancanti. Nel momento della sparizione, ciò che rimane ci permette di costruire una semiologia, di avere accesso a una voce autentica.

In modo similare a Spazio Su il tuo intervento andava su più livelli, tutti extra stimolati da messaggi pubblicitari ripetuti e riferiti a una dimensione di costante prestazione e consumo, o forse a consumo. Una polemica contro lo shitstorm, la “cultura” passiva fatta solo di messaggi promozionali che intasano lo spam delle nostre caselle?

Riuscire a realizzare una personale nell’anno della pandemia è un privilegio non da poco, e per questo motivo non posso che essere estremamente riconoscente a Grazia e Gianni nell’avermi coinvolto e supportato in questo progetto.
Buono a nulla è il titolo di un’installazione site-specific che ho realizzato quest’autunno a Spazio Su, a Lecce. Il riff di Know your Rights, brano dei Clash del 1982, riprodotto in un estenuante loop invitava i visitatori ad avventurarsi per le rapide scale dello spazio disseminate di migliaia di volantini. A prima vista classici depliant pubblicitari, i volantini riproducevano in realtà i contenuti di SPAM ricevuti per email. Un usurato zaino scolastico di Spiderman e un carrellino portapacchi fungevano da mezzi di significazione, da testi, invitando l’osservatore ad ascoltare “le cose” disposte nello spazio, ad accedere a un sogno burrascoso composto da paure e inquietudini, da precarietà e rassegnazione, da promesse difficili da mantenere e dall’impossibilità di guardare al domani con serenità.
A distanza di quarant’anni dal mondo precario cantato dai Clash, il futuro che osserviamo oggi sembra offrire le stesse ristrette prospettive, con la differenza che il disastro sembra decisamente più imminente.
Franco “Bifo” Berardi ha recentemente descritto la precarietà del futuro e le conseguenze di questa fragilità sul nostro sistema psico-immunitario: se il capitalismo tradizionale si fondava sullo sfruttamento delle energie fisiche, oggi il cosiddetto semio-capitalismo lavora sulle stesse energie nervose e cognitive, insistendo però su competizione, performance e felicità obbligatoria. L’intelligenza connettiva, incapace di lavorare come intelligenza collettiva, si trasforma in sterile capitale umano, self-entrepreneurs (o per citare Silvio Lorusso “entreprecarious”) in costante competizione reciproca. Oltre che costantemente intimiditi dallo sguardo dell’altro.
Mark Fisher ha efficacemente descritto la sua inquietudine rispetto alla percezione di sé che proiettava nel giudizio dell’altro, definendosi quale “buono a nulla”. In assenza di una percezione empatica dell’altro e senza il nostro essere erotici ci sentiamo intrappolati in una vuota e piatta esistenza. Come ha scritto lo stesso Bifo commentando le parole di Fisher, siamo tutti quanti dei buoni a nulla “perché non riusciamo a soddisfare le richieste competitive in cambio delle quali viene certificata socialmente la nostra identità”. Per evitare che prenda il sopravvento una desolante solitudine esistenziale siamo dunque disposti ad illuderci di un impossibile cambiamento pur di farci accettare dall’altro.

A cura di Lara Gigante


Instagram: pietro_ballero


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Pietro Ballero, LOL, 2019 – Fine arts prints, inflatable baloons, gift wrap ribbons variable dimensions, Conserveria, Turin – Courtesy the artist and Associazione Culturale Azimut, ph. Marco Ronca

Pietro Ballero, The Happy Young Delivery Man series, 2020 – Oil pastels on gliceé print, digital print on plexigas, 23,28 x 23,28 – Courtesy the artist

Pietro Ballero, Thank you, come again!, 2019 – Virtual diary, more than 398 receipts, instagram from Jannuary 1th to December 31th, 2019 – Courtesy the artist

Pietro Ballero, Buono a nulla, 2020 – Flyers, trolley, schoolbag variable dimensions, Spazio Su, Lecce – Courtesy the artist and Spazio Su, ph. Grazia Amelia Bellitta

Pietro Ballero, You Still Have Time, 2019 – Celebration paper banner, 60×120 cm, BoCs Arts, Cosenza – Courtesy the artist and BoCs Art, ph. Nicola Lorini