Pietro Paolo Chissotti nasce nel 1936, a Torino, e sarà il suo maestro, Umberto Mastroianni, a ribattezzarlo Paolo Icaro per distinguerlo da due fratelli scultori omonimi attivi nella città piemontese.
Dopo aver esordito con la sua prima mostra personale nel 1962, presso la romana Galleria Schneider, si trasferisce nel 1966 a New York, dove risiede fino al 1968. Invitato da Germano Celant alla mostra Arte Povera Im-Spazio, realizzata presso la Galleria La Bertesca di Genova nel 1967, non si lega in maniera univoca alla nascente corrente estetica ma mantiene sempre un suo peculiare fare artistico che gli permette di dialogare e portare a preziosa sintesi modalità differenti di concepire e vivere la rivoluzione sensibile di quel finire di anni Sessanta.
In occasione della conferenza stampa del suo nuovo progetto Un prato in quattro tempi, che anticipa di pochi giorni la presentazione del volume monogravico Faredisfarerifarevedere, abbiamo scambiato qualche parola con l’artista e indagato con lui uno dei concetti principali del fare scultura.


Il suo lavoro si concentra spesso intorno alla parola “spazio”. Lei come vive la dimensione spaziale, come concepisce lo spazio nelle sue opere a partire dalle prime “Gabbie” fino ad arrivare a quest’ultimo progetto?

Lo spazio è una delle due facce di una moneta, spazio e tempo. Non posso pensare lo spazio disgiunto dal tempo, si presentano a noi come le due facce di una moneta, in modi diversi. Lo spazio, al quale ho dedicato una breve…non è proprio una poesia…una invocazione, per potere imparare a dare del tu allo spazio. Io ho scritto che tu sei intorno a me e io sono parte di te ma abbiamo, infondo, una sola differenza, che tu, come spazio in cui io vivo, tu sei molto libero e le tue molecole volano, le tue molecole sono aperte verso l’infinito. Le mie, egoisticamente concentrare, diventano così dense da parere altro che spazio. In effetti, sono due modi diversi dello spazio di essere concentrato nella materia, più solida, più visibile, visto che si tratta di arte visiva, infondo, quella di cui stiamo parlando. L’altra, l’altro modo, è il modo in cui le tue molecole desiderano, per una libertà immensa, andare ovunque in tutte le direzioni e salire su, su fin dove sembra che ci sia la cosiddetta aria – atmosfera, l’atmosfera. Lo spazio della cultura, lo spazio della mente, lo spazio del concetto, lo spazio dove albergano e si sviluppano le idee è uno spazio che appartiene all’uomo, alla sua attività celebrale, neuronale, mentre lo spazio fisico e nient’altro che diversità molecolare, in questa diversità molecolare mi è piaciuto immaginare, fin dalle gabbie, come lei diceva all’inizio, mi è piaciuto immaginare di poter utilizzare lo spazio come fosse un materiale meno solido, meno pesante del marmo, del bronzo, del legno, della creta ma ugualmente materiale. Quindi, cosa ho fatto, ho iniziato a fare delle forme di spazio, di questa natura privilegiata, lo spazio, forme che io ho fatto dal 1966 fino a oggi, e in questo spazio ho subito sentito il bisogno di entrare, entrarci proprio per annullare quella che pare una differenza fra lo spazio solido, concentrato e lo spazio disponibile, aereo.

Paolo Icaro

Paolo Icaro e gli studenti – courtesy Università degli Studi di Milano – ph Valentino Albini

È corretto dire che la sua concezione di spazio si forma e vola fra la cultura poverista italiana e la visione estetica che, sul finire degli anni Sessanta, andava sviluppandosi negli Stati Uniti, paese nel quale lei allora viveva?

Si, è interessante il suo verbo “volare”, il fatto che volo un po’ nell’aria americana un po’ nell’aria poverista. Guardi, per me sono due presupposti con cui uno dovrebbe veramente dialogare con esattezza, sia su ciò che è il contenuto di un’arte povera che, secondo me, ha una grandezza legata, infondo, alla grande esplosione della fluidità nella nostra epoca, sia su un arte americana che, in effetti, di fronte a questa liquidità ha sempre posto dei paletti molto più rigorosi, geometrici, aritmetici. Entrambe fanno parte, coniugandole, della nostra epoca e se è possibile, almeno, dare ancora alla scultura quella competenza o responsabilità, e responsabilità, la scultura forse riesce a trattenere il meglio di entrambe le nazioni, americana e italiana.

Marco Roberto Marelli

 

PAOLO ICARO

UN PRATO IN QUATTRO TEMPI

a cura di Donatella Volontè

19 settembre 2017 – 14 marzo 2018

Cortile della Ca’ Granda, Università degli Studi di Milano – Via Festa del Perdono, 7 – Milano

www.lastatalearte.it

Immagine di copertina: Paolo Icaro e gli studenti – courtesy Università degli Studi di Milano – ph Valentino Albini

 

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.