Off Topic: Sara Lorusso

Off Topic è una conversazione che si focalizza su un’unica tematica, tralasciando le opere o le mostre. Lo scopo è quello di raccontare non solo un* artista, ma anche l’apparato teorico e l’immaginario che soggiace alla produzione artistica.
Con tali finalità abbiamo dialogato con Sara Lorusso (Bologna, 1995) di corpo e sessualità femminile che, nonostante le crescenti dimostrazioni femministe, continuano a essere oscurati, manipolati e strumentalizzati.


Durante il periodo di lock-down, mi sono ritrovato più spesso a girovagare su Instagram dove ho trovato molti profili che pubblicano propri ritratti soft-porn o molto sessualizzati. Per quanto riguarda l’uomo l’unica limitazione che si trova è non mostrare direttamente pene o ano, mentre la donna ha più problemi. Sei mai stata censurata su Instagram?

Sì, molte immagini che ho prodotto sono state censurate. Questo ha scaturito in me una riflessione sulle reali differenze tra un corpo nudo maschile e uno femminile e sul perché Instagram andasse a censurare determinati aspetti della donna. Ho così scoperto che ci sono alcune eccezioni come, ad esempio, quando il corpo femminile è ritratto legato alla maternità: un seno rimane esplicito se è ritratto nell’atto dell’allattamento. Nemmeno i video di parto sono censurati, ma sono dichiarati come contenuti sensibili. Lo stesso corpo, prima oscurato, in fase di gestazione perde la sessualizzazione e diventa più accettabile dagli occhi dello spettatore. Viene visto come un elemento naturale, fuori dagli stereotipi, e quindi si carica di sentimenti come la dolcezza, perdendo ogni connotazione erotica e sessuale. Un corpo può raccontare una storia, perciò non deve essere visto come pornografia.

Le intelligenze artificiali e gli algoritmi non riescono a discernere se un contenuto è erotico o pornografico, anche perché in certi casi risulta molto difficile.

Instagram o da solo capisce se il contenuto è sessuale, oppure qualcuno lo segnala e un operatore poi lo visiona. Io stessa segnalo molti contenuti come i maltrattamenti sugli animali, e certe volte mi arriva una notifica in cui mi viene comunicato che il contenuto non è illegale, quindi non è segnalabile. Immagini molto forti di abusi passano indifferenti, invece il seno di una donna viene segnalato immediatamente. Seguo, però, diverse persone che stanno pubblicando immagini non censurate e non vengono oscurate: durante il periodo di lock-down quando segnalavi qualcosa ti usciva una schermata in cui Instagram ti avvisava che a causa della pandemia avevano poco personale e probabilmente la segnalazione non sarebbe andata a buon fine. Per fortuna queste foto di seni dopo tre mesi sono sempre lì.

Attraverso la censura, Instagram valida l’idea che il corpo femminile sia necessariamente sessualizzato e si mostri per suscitare eccitamento. In questo contesto credo che tutto parta dall’occhio maschile..

Non è solo l’occhio maschile ma è anche quello di tante donne che vedono se stesse o le altre allo stesso modo. È come se la società occidentale dicesse a ognuna: “Il tuo corpo è un’arma sessuale, sfruttalo.”

È come se avessero interiorizzato una determinata visione e ora è diventata la “buona norma”. Si pensa che dai primi movimenti femministi in poi ci sia un incremento sempre maggiore delle libertà, ma abbiamo subito un arresto. Perché secondo te?

Si dovrebbe scardinare troppo le fondamenta e questo farebbe vacillare tutto il pensiero della società. Durante alcune manifestazioni, ci sono donne che protestano con il seno scoperto, come le Pussy Riot. Sia uomini sia donne ripetono le solite retoriche: “Ci sono sempre altri modi per farlo”, “Così sono esagerate”, “Che bisogno c’è di mostrare il proprio corpo”. Invece è proprio lì che sta la questione: se si sta manifestando per determinati temi allora bisogna mettere in gioco tutto, mostrando che non si protesta solamente attraverso la parola ma anche con i fatti e con il corpo. Mi dispiace che non ci sia solidarietà, supporto tra donne.



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I mezzi di comunicazione di massa si fanno portavoce di visioni maggioritarie e perpetuano i tabù occidentali sul corpo e sulla sessualità femminile. All’uomo è attribuita una necessità sessuale che alla donna è negata, come l’autoerotismo. Ho molte amiche, non ne parlano volentieri e sono più restie a parlarne rispetto a molti uomini.

Sono cresciuta in un paesino vicino a Bologna ed ero in un gruppo composto da dodici maschi e da solo tre femmine. Io mi ricordo benissimo che quando, durante l’adolescenza, si parlava di questi discorsi tutte le femmine si tiravano indietro, negando la masturbazione. Fortunatamente ho preso coscienza. Di contro ai maschi veniva detto: “Guarda che se ti masturbi diventi cieco”. Anche questa è una repressione alla scoperta della sessualità.

La cosa peggiore era quando bisognava confessarlo al prete.

Anche quello alle donne non veniva nemmeno chiesto. Credo che per i maschi fosse dato per scontato e diventava un argomento sul quale scherzare, mentre per le femmine non costituisse nemmeno un’opzione. Era solo per i maschi. Erano i ragazzi che si masturbavano, magari trovandosi anche in gruppo per farlo. Forse anche per quello, crescendo, a una donna non viene nemmeno in mente e non si sente di parlarne. “Non dire che ti masturbi, che sta male.”

La cultura italiana risente sia della visione cristiana, che condanna soprattutto il piacere e il desiderio femminile, sia della visione maschile occidentale. A tal proposito, ieri sera ho guardato una puntata della docuserie Hot girls wanted: turned On in cui Erika Lust, regista di film porno, parlava della visione del desiderio e del fatto che privilegiasse una operatrice donna dietro l’obiettivo, che potesse mostrare un occhio differente. Come te che, da dietro l’obiettivo, ritrai donne non stereotipate e devianti dalla norma.

Da quando mi sono avvicinata al mondo della fotografia ho sempre avuto l’idea di rappresentare il corpo reale, normalizzando l’idea che ogni corpo sia diverso. Non credo nemmeno sia giusto nei confronti di noi stessi fotografare una persona troppo standardizzata, che nella maggior parte delle volte noi non vediamo quotidianamente. Mi chiedo perché devo andare a comprare dell’intimo con l’immagine di una modella bellissima, altissima e magrissima, quando potrei avere piuttosto un corpo in cui potermi identificare. Ho pensato più volte di cominciare a rappresentare il corpo maschile e tutte le volte mi sono un po’ bloccata perché mi venivano da fotografare solo quelli che si avvicinassero più all’estetica del corpo femminile. Mi sono trovata sempre molto in difficoltà a relazionarmi con l’uomo perché anch’esso è rappresentato in maniera standardizzata, ossia magro e muscoloso. L’immagine è creata in base a ciò che la società vuole, in base a ciò che è. Ognuno ha bisogno di identificarsi nelle immagini che vede. La perfezione alla quale vorrebbero che puntassimo è esagerata, il mio corpo va bene così com’è. Io non sono estremista in questo, però: se uno non si sente a posto con il proprio corpo, accetto che voglia allenarsi, mangiare sano, stare in forma, questo non lo criticherò mai. Bisogna essere in grado di accettare il nostro corpo e non puntare a standard o a etichette date dal mondo della pubblicità, per esempio. C’è da dire che molti brand stanno rivedendo il loro focus. Sarà solo una strategia di marketing far vedere la donna diversamente? Purtroppo, finché non si vedranno quotidianamente persone discordanti dalla norma, l’essere umano ricercherà sempre la perfezione estetica. Io ricevo messaggi in cui mi chiedono “Perché non fotografi persone normali?” e io rispondo: “ma in che senso normali?” poi la conversazione di solito finisce. Questo mi fa capire che c’è ancora più bisogno di fotografare. Se mi scrivi una cosa del genere, non hai capito nulla del pensiero che sta dietro alle immagini che produco. In questo Instagram è interessante perché dà parola a tutta la società e mostra il contenuto a tutti. Quindi va a toccare parti della società che non sono ancora pronte a questi contenuti.

Cosa servirebbe a queste persone per “essere pronte”?

Secondo me servirebbe un altro modo di educare e di mostrare, sia all’interno della famiglia ma anche nelle scuole. Con altre ragazze abbiamo una rivista che si chiama Mulieris e abbiamo cominciato a collaborare con Virgin & Martyr, ragazze che si impegnano per educare il pubblico al corpo, in tutti gli ambiti. Apprezzo molto che stiano cercando di entrare nelle scuole per cambiare l’approccio all’educazione sessuale, partendo da aspetti che talvolta passano inosservati se fatti da un’infermiera o una docente, come il corpo stesso, il piacere e le relazioni.

A cura di Gianluca Gramolazzi


www.saralorusso.com

Instagram: Loruponyo


Caption

Sara Lorusso, no title, 2019 – Courtesy l’artista

Sara Lorusso, That time of the mont, 2019 – Courtesy l’artista

Sara Lorusso, no title, 2018 – Courtesy l’artista

Sara Lorusso, about sexuality, 2016 – Courtesy l’artista

Sara Lorusso, They say that cahnges lead to personal growth, 2019 – Courtesy l’artista



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