Off Topic: Martina Melilli

Off Topic è una conversazione che si focalizza su un’unica tematica, tralasciando le opere o le mostre. Lo scopo è quello di raccontare non solo un* artista ma anche l’apparato teorico e l’immaginario che soggiace alla sua produzione.
Diverse comunità coabitano un ambiente e, mescolandosi, influenzano la narrazione di un luogo. Martina Melilli (Piove di Sacco, 1987) sviluppa le proprie opere attraverso il rapporto diretto con le comunità e le persone, inoltrandosi nelle fratture delle identità e della cultura.


Nell’ultimo anno, grazie allo scoppio della pandemia, sembra che nel mondo dell’arte si sia riscoperta la forza della cooperazione per una lotta comune, nonostante ci fossero già diverse problematiche. Se prima l’altrə era spesso vistə come unə rivale, adesso diventa una risorsa per la costruzione di un benessere collettivo. Secondo te davvero si è sviluppata una coscienza collettiva?

Sicuramente il 2020 ci ha messo di fronte, in maniera palese, al fatto che l’elitarismo non porta niente perché nel disagio e nella tragedia siamo tuttɛ sulla stessa barca. Magari cambiano le dimensioni, gli optional, ma sempre quella è la barca. Forse la cooperazione prende avvio anche da un moto egoistico: unendosi si può far meglio udire la propria voce. Quest’anno ha messo ogni lavoratorɛ di fronte a questa cosa. A livello generale, un imponente moto di cooperazione già era nell’aria; come esempio, i Friday for Future, dove migliaia di ragazzinɛ si sono unitɛ per far sensibilizzare i governi sulle urgenze ambientali.

Forse la globalizzazione e internet hanno contribuito a rendere più facile la creazione di gruppi uniti da un sentire comune. Durante la nostra adolescenza, si sono creati collettivi, locali e timidi, che però non sono riusciti su ampia scala. Credi che, oltre al digitale, anche lo scarto generazionale abbia contribuito?

Innanzitutto è utile inquadrare le generazioni: i nostri genitori sono quelli che hanno goduto del benessere del boom economico; noi invece siamo quelli della crisi del 2008, quando si sono innescate, a livello globale, delle dinamiche che hanno portato alla crisi del capitalismo, periodo in cui è nata la Generazione Z. Ogni sconvolgimento, piccolo o grande, ha portato un moto collettivo. La situazione odierna, però, è straordinaria non solo per la crisi del sistema economico sul quale abbiamo costruito le nostre culture e distrutto altre che non si basavano su quel sistema, ma anche per le condizioni del pianeta e, ovviamente, per questa pandemia. L’estremismo della crisi che stiamo vivendo porta a due possibilità agli estremi: o unirsi o pensare a sé. Come abbiamo visto in questi mesi, le prese di posizione egocentriche e gli egoismi si sono evidenziate in maniera molto più marcata. Nonostante la rottura e i traumi, credo che quest’anno ci sia servito per togliere alcune sovrastrutture inutili e ipocrisie.

La crisi del sistema politico-economico ha contribuito a distruggere alcuni miti come quello del singolo che da solo riesce a creare imperi: un esempio, Steve Jobs. Credo sia un passo verso un benessere più ampio perché quell’individualismo ha spinto a vivere la relazione con l’altro in modo distorto, dimenticandolo e focalizzandosi sul sé, causando e ricevendo dei piccoli traumi che hanno influenzato lo sviluppo delle relazioni interpersonali. Nonostante lo strappo che si sta compiendo col passato, sento ancora la paura di essere visto solo come strumento per raggiungere un fine.

Credo il passaggio fondamentale sia riconoscere al passato la sua importanza, la sua potenza nell’influenzare ancora il presente. Bisogna riconoscere anche che la paura che hai in questo momento potrebbe non essere realmente presente ma arrivare magari da un altrove, da un tuo altrove. Già riuscire a vedere questo, accogliere pienamente l’accaduto, contribuisce a svuotare il passato dal suo potere, arrivando a uno stato di quiete o pace con quel momento. Lo riconosci e riconosci il fatto che appartiene a un te che non c’è più e il te presente è andato oltre. Quindi non può avere tutto quel potere.



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Pensi si possa fare la stessa cosa con il nostro passato culturale? Mi è venuta in mente la diatriba su Indro Montanelli e il suo monumento pubblico a Milano perché depotenziare l’evento traumatico in questo caso non è più un processo individuale ma coinvolge una collettività.

Volente o nolente la cultura nella quale nasciamo ci precede e ci forma. Nasciamo impregnatɛ da quello che ci circonda e per quanto si possa prendere consapevolezza e criticizzare in maniera obiettiva il substrato culturale, bisogna sempre ammettere quanto intrinsecamente sia dentro di noi: è l’humus sul quale siamo cresciutɛ. Ci sono margini in cui si può decostruire, rielaborare, o circoscrivere un limite ma molto ci sfugge, perciò non siamo in grado di vedere criticamente, a distanza. La decolonizzazione dell’immaginario e della cultura coloniale, entro la quale sta tutto l’occidente, è indispensabile e va fatta ma ha comunque questo limite. La mia è una posizione critica, non nichilista. Penso che possiamo sicuramente mettere in crisi il nostro passato, prenderne una distanza, analizzarlo col microscopio per riconoscerne le falle, ma dovremo sempre ammettere che quello è ciò che siamo e non saremo noi a decostruire il pensiero coloniale ma servirà altro, l’altro, altro da noi per cambiarlo da dentro. Perché io donna bianca privilegiata dovrei parlare di queste tematiche? – piuttosto, perché non dovrei?- Se io sono in grado di riconoscere che sono nata qui in questo contesto, con questa storia, è esplicito che qualunque cosa viene da qui, con tutti i filtri della mia consapevolezza, con la voglia di criticizzare quello che sono e quello che so. Nonostante tutto, è questo il punto dal quale guardo le cose e non un altro. La diatriba sul monumento di Montanelli è per questo complessa. Il gesto di imbrattarlo di rosa, compiuto da Non una di meno, era totalmente legittimo come atto politico: con un gesto ha fatto quello che lui ha fatto a parole e con i fatti. Qual è il ruolo dei monumenti pubblici nella nostra cultura?

Commemorazione e mantenimento di una memoria, no?

Sì, ma una memoria posizionata nel tempo e nello spazio, nel suo contesto. Dovrebbero restare per dire che prima era in un modo, ma ora abbiamo capito che è altro. Va ricontestualizzato magari con l’aggiunta di una targa: “Indro Montanelli, scrittore e giornalista e stuprava le ragazzine”.

Semplicemente bisogna creare un punto di vista su un fatto non messo in luce prima o sul quale si è taciuto.

Per me è un punto nevralgico come persona, artista e attivista. Quando per esplicare il mio pensiero uso l’atto violento, l’atto censorio (che è comunque un atto violento più subdolo) o le stesse armi e gli stessi mezzi del pensiero che sto cercando di contestare, c’è qualcosa che non va perché non si crea discussione. Il confronto è l’unico modo per creare nuove consapevolezze e conoscenza.

La nostra storia culturale è costellata di atti censori, vedi il fascismo, oppure, più banalmente, la copertura delle parti intime delle statue. Questa è la testimonianza che il tempo è circolare: sembra che non si riesca ad apprendere dal passato per creare nuove strategie per trovare un modo diverso di relazione. Mi sono imbattuto in un articolo del 2000, del Washington Post, in cui Putin chiedeva: “È vero che non c’è nient’altro da ricordare nel periodo sovietico se non campi e le repressioni di Stalin?” e “come posizioniamo il volo di Gagarin e le brillanti vittorie delle Armi russe nella Seconda Guerra Mondiale?” mi sembra molto puntuale perché non è solamente il tempo circolare, ma torna in maniera periodica anche la censura e la glorificazione di un passato manipolato.

Questa incapacità di imparare dagli errori passati, dall’esperienza storico-culturale, spesso mi fa perdere la fiducia verso il prossimo. Per questo nella mia pratica artistica e attivista cerco sempre di discutere, di veicolare dei messaggi per un cambiamento: un minimo di speranza ce l’ho sempre! Parlare con le persone è importante perché per raccontare una storia, qualunque storia, sia quella grande che quelle più piccole, c’è bisogno di più voci. Ogni storia cambia dal punto di vista di chi la racconta, diventando talvolta totalmente opposta. Non si avrà mai la verità nuda e cruda raccogliendo una sola campana. Quindi, anche la narrazione sulle storie dei popoli e delle nazioni, raccontata come univoca, risulta incompleta o discordante. L’unica possibilità per creare una narrazione più stratificata, che può raccogliere al suo interno più variabili, è raccogliendo più punti di vista. Anche nelle guerre e nei conflitti vengono sempre raccolte e narrate le gesta dei “cattivi”, raramente viene chiesto loro di raccontare la versione dei fatti.

Gianluca Gramolazzi


www.martinamelilli.com

Instagram: martinamusome


Caption

Martina Melilli, Mum, I’m sorry – Still da video, 2017 – Courtesy dell’artista

Martina Melilli, Un abbraccio, (cofanetto), 2020 – Courtesy dell’artista

Martina Melilli, My home, in Libya, still da video, 2018 – Courtesy dell’artista

Martina Melilli, Un abbraccio – Installation view, mostra dei finalisti al Premio Fabbri per le Arti Contemporanee, 2021, a cura di Carlo Sala. Villa Brandolini (TV) – Courtesy l’artista, ph Gerdastudio

Martina Melilli, Non è quello che credi, 2018 – Courtesy dell’artista